Rizzi: il 43% dei poveri è al Nord e solo il 20% è aiutato dallo Stato. Al Sud, invece…

di Monica Rizzi – L’ennesimo report sulla povertà dell’Istat ci dice che il Nord aumenta la sua povertà. Peccato non sia sulla bocca di nessun partito di governo. Non sappiamo che ne sarà del reddito di cittadinanza, che secondo qualcuno è uno strumento di lotta alla povertà. Lo affermava il presidente dell’Inps Pasquale Tridico su SkyTg24. “La misura ha contrastato la povertà. Per quei 3,1 milioni di cittadini che ne usufruiscono è un salvataggio importante”, aggiungeva Tridico. Come sempre si racconta quello che si vuole far vedere. Allora ricordiamo al presidente Tridico una fonte superpartes, ovvero una inchiesta del Corriere della Sera a firma di Federico Fubini, pubblicata l’ottobre scorso. Già era stata oggetto di riflessione su queste colonne ma riproponiamo tutto di nuovo. Ma cosa dice Fubini? Scrive che “Questo squilibrio è il risultato di regole di accesso al reddito di cittadinanza che di fatto sbarrano l’accesso a 1,2 milioni di residenti in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Trentino-Alto Adige e Emilia-Romagna; poco importa che questi siano oggi in condizioni di bisogno tali che – se fossero al Sud – darebbero diritto al sussidio”. Non solo i disoccupati non sono ancora stati rimessi nel circuito del mondo del lavoro. Non solo i navigator sono stati un fiasco. L’anno scorso i poveri «assoluti» erano 447 mila in meno rispetto al 2018, ma la distribuzione del beneficio resta geograficamente molto squilibrata. Per due terzi il calo dell’indigenza è concentrato a Mezzogiorno, mentre a Nord-Est – l’area più dinamica del Paese – la quantità di persone in povertà assoluta l’anno scorso è persino aumentata”. Peggio ancora, quindi. Il 43% delle persone povere risiede stabilmente nelle regioni settentrionali. Ma, dati Istat alla mano, percepiscono il 20% del reddito di cittadinanza. Diversa la musica al Sud dove, ricorda Fubini, “gli interessati dall’assegno (i beneficiari e le loro famiglie) sono 1,9 milioni, un numero quasi pari a quello di coloro che nel 2019 risultavano in povertà assoluta. Al Nord invece la quantità di popolazione coperta in qualche modo dal sussidio è meno di un terzo rispetto alla quantità di poveri assoluti. Per questo 1,2 milioni di persone bisognose in più sarebbe raggiunto dal sussidio se la copertura fosse, in proporzione al disagio sociale, pari a quella del Sud”. Ma dove sta la “gabola” che, squillo di trombe riconosce persino il Corriere della Sera? “In sostanza il reddito di cittadinanza di fatto discrimina ai danni della popolazione in difficoltà che oggi vive nelle zone più prospere e più costose del Paese”. Fubini affronta con onestà intellettuale la questione, che non è ideologica né partitica ma drammaticamente realistica. Il nodo sta nel fatto che anche il Corriere scopre che il costo della vita è diverso da Nord a Sud, e chei “requisiti di accesso al reddito non coincidono con quelli sui quali si calcolano le soglie di povertà. Queste ultime cambiano con il variare del costo della vita nelle diverse aree d’Italia. Invece i criteri per ottenere il sussidio sono uguali ovunque e così stringenti da tagliare fuori gran parte dei ceti più disagiati a Nord”. Ecco il passaggio che ha peso politico, a nostro avviso: “Poco importa che, dato il costo più alto di beni e servizi, sia paradossalmente più facile trovarsi nell’indigenza a Settentrione. Per esempio una famiglia con due figli minori in un grande centro urbano del Mezzogiorno per l’Istat è povera se non raggiunge un reddito disponibile di 1351 euro al mese; in una città del Nord si è in povertà assoluta anche a 1720 euro al mese. Gli scarti nelle soglie di indigenza fra le due aree del Paese possono variare di un terzo o anche molto di più. Ma centinaia di famiglie del Nord, con redditi che non garantiscono una sopravvivenza dignitosa, hanno entrate troppo alte per accedere al principale programma del Paese di contrasto alla povertà”. Il costo della vita non è una novità. Persino il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva avuto di recente l’ardire di affermare che lo stipendio di un lavoratore milanese non poteva essere lo stesso di un collega calabrese. Bene, la questione è aperta, drammaticamente. E’ questione settentrionale anche questa o domani è un altro giorno e finisce tutto lì?   Monica Rizzi – Segretario Organizzativo Federale Grande Nord
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