Rimborsopoli lombarda, il pm: la politica fatta nei ristoranti, volontà opaca di approfittare

regionelombardiadi GIOVANNI DACQUINO

Sberla giudiziaria e lezione morale agli ex consiglieri regionali lombardi che, secondo le accuse, facevano politica a colpi di scontrini e fatture di ristoranti. Tanto  che il pm non ha avuto remore. “Qui la politica si fa nei ristoranti, mentre l’attività istituzionale dovrebbe farsi nei luoghi istituzionali”. E’ uno infatti dei passaggi della discussione del pm di Milano Paolo Filippini nell’udienza preliminare a carico di 64 politici lombardi, tra ex consiglieri e assessori nell’ambito dell’inchiesta ‘rimborsopoli’. Il rappresentante dell’accusa ha definito “non inerenti” le spese sostenute dai politici in quanto non rientranti tra le ‘spese di rappresentanza’ permesse dalla normativa in materia. “Questo non è la Procura che lo afferma – ha detto Filippini – ma la giurisprudenza che ritiene queste spese non giustificate e riconducibili alla persona”.

“La Cassazione – ha sottolineato il pm – prevede che la spesa pubblica vada giustificata ex ante e la mancanza di giustificazione implica che ogni tipo di spesa debba avere una propria autonoma giustificazione. Tutte le spese indicate nel capo di imputazione invece non hanno giustificazione e la mancanza di motivazione non può non essere vista come la volontà opaca di approfittamento”. Tra gli indagati figurano Renzo Bossi, figlio del senatur Umberto, che ha ottenuto rimborsi per 15.527,21 euro, per pagare anche una spremuta d’arancia e brioche farcite; l’ex capogruppo del Pdl Guido Boscagli che risponde delle ricariche di caffè del distributore automatico dell’ufficio e del ‘necrologio’ della mamma di Silvio Berlusconi; Carlo Porcari, ex capogruppo del Pd, che ha liquidato spese con centinaia di commensali, ma anche chili di salami e cotechini.

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