RIFORME MAI FATTE E TEORIA PER UNA RIVOLUZIONE

di GIOVANNI EDOARDO MARINI

Da molto tempo in Italia svolazza come una falena nell’aere pestilente della politica italica la parola federalismo. Il termine non è mai stato chiarito perché ad esso si sono aggiunti aggettivi che ne hanno deviato il significato in relazione a contingenze che fornissero aspettative risolutive ad uno Stato che tutti volevano riformare migliorandolo e che non ha mai sortito completezza nei risultati. Col governo del comunista Napolitano presieduto da liberale cattolico Monti la parola federalismo è stata abolita e d’incanto nessuno ne fa più uso.

Ma cos’è il federalismo?

Federalismo è organizzare lo Stato secondo i principi dell’autonomia, del decentramento e dell’autogoverno.

Cos’è l’autonomia? La facoltà dello Stato o di altro ente di governarsi con norme proprie.

Cos’è il decentramento? È il processo, in genere pianificato, attraverso il quale si realizza la diffusione su un più vasto contesto dei poteri, o delle loro sedi, tradizionalmente concentrati in zone ristrette del territorio e della società.

Cos’è l’autogoverno? È una particolare forma di autonomia, che consiste nel preporre a uffici locali dell’amministrazione statale funzionari tratti dalla popolazione del luogo che ne tutelino meglio gli interessi.

Della definizione data e che si può trovare tra i vari wikipedia della rete, la parte interessante è l’autogoverno.

È interessante perché riassume in una parola inequivocabile la concezione di democrazia gestibile nella storia e nella evoluzione che una comunità uniforme.

Cos’è una comunità uniforme? È l’insieme di persone che accettano e si riconoscono in un modello comportamentale comune e non imposto da terzi. Sono una comunità uniforme i cristiani, per esempio. Una coesione complessa e sempre più determinante secondo il grado di condivisione. I cattolici, a loro volta, hanno un’uniformità ulteriore nell’ambito della comunità cristiana con cui condividono molto ma non tutto. Tra i cattolici, quelli francesi condividono lingua e territorio. Più la concentrazione degli elementi caratteristici comuni aumentano e più la comunità è solida, inconfondibile, portatrice di esperienza e conoscenza esclusive. È una comunità uniforme chi fa riferimento a scelte sociopolitiche specifiche, gli atei per esempio, o i socialisti o i liberali. I comportamenti degli individui saranno quelli che la comunità indica come giusti. Comunità uniformi possono convivere se , oltre ai propri specifici, vi sono comportamenti condivisi con altre comunità. La scelta democratica, per esempio, per dare corpo ad istituzioni che abbiano nell’interesse comune l’organizzazione tutelare delle stesse; le parti in causa accettano il risultato elettivo ma non cambiano le proprie caratteristiche peculiari.

È la comunità tipo, che si relaziona col proprio spazio territoriale, lo evolve secondo legittime aspirazioni senza che nessuno esterno possa, senza consenso, modificare il percorso scelto.

È la comunità tipo il prototipo dell’autogoverno poiché avendo priorità sulle proprie scelte può condividerne una parte con altre e diverse comunità, indipendentemente dal numero senza perdere la propria personalità sociale.

Per esempio l’Unione Europea può essere un bacino in cui si possono sviluppare le caratteristiche di una federazione dell’autogoverno, perché le popolazioni, pur condividendo molto, sono dissimili per cultura, lingua, tradizioni, storia e non hanno alcun interesse alla omologazione orizzontale.

Torniamo alla nostra teoria.

In Italia il sistema istituzionale nato con la repubblica non riesce a trasformarsi ed a rendersi coerente con la realtà mutata nel tempo ed è risultata irriformabile nella sua essenza nonostante i molti tentativi. La sua incapacità ha fatto del suo sistema di rappresentanza, i partiti, il problema principale che gli italiani devono affrontare e risolvere per trovare quelle modalità di coesistenza tra le parti che la compongono e che si trovano in forte conflitto di interessi: i produttori e i loro dipendenti con lo Stato ed i pubblici dipendenti. Non è possibile risolvere i problemi degli uni senza colpire gli interessi degli altri. Solo rinunciando alla forma istituzionale attuale gli italiani potranno ricomporsi e rinnovare il desiderio di realizzare le proprie aspirazioni.

Qual è lo strumento di questa rivoluzione? La secessione, cioè la possibilità che territori diversi possano, con il lavoro delle popolazioni, essere protagonisti della propria aspirazione alla felicità.

Possiamo pretendere questa trasformazione partendo dalle istituzioni democratiche attuali? No.

Non è possibile perché tutti i tentativi, durati oltre quarant’anni non hanno portato ad alcuna trasformazione.

Possono i partiti farsi promotori di questa richiesta di innovazione? No

Tutti i partiti hanno composto il fallimento di ogni tentativo di questa innovazione per la natura stessa dello Stato che accettando, trasformando ed assimilando nuove rappresentanze, alle loro proposte oppone il rifiuto su base costituzionale; cioè non è possibile la trasformazione dello Stato senza la trasformazione della costituzione, ma non è possibile la trasformazione della costituzione senza la trasformazione dello Stato. Un’idiozia tutta italiana.

(SEGUE 1 di 3)

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

BASTA COL FEDE-RAGLI-SMO, A NOI SERVE IL FEDERALISMO

Articolo successivo

OLTRE LO STATO NAZIONE: L'EUROPA DELLE REGIONI