Tornano i ciambellani. Il feudo è la città metropolitana

di DANIELE VITTORIO COMERO taglio province

Breve riassunto delle puntate precedenti. Il Parlamento a fine marzo ha votato la cosiddetta legge Delrio molto innovativa e complessa sulle Province, che non sono abolite, ma svuotate di risorse e affidate ai sindaci dei comuni. In più ha finalmente istituito le Città metropolitane.
A Roma, preoccupati di sembrare troppo buoni, hanno compensato il tutto con una robusta dose di “oligarchia partitica”, riducendo il voto popolare ad una ristrettissima casta politica. Poi, ripensandoci, si sono detti che anche lo 0,5% di base elettorale avrebbe potuto essere fonte di qualche problema, come la democrazia in generale. A tale comprensibile scopo è stato inserito il voto ultra-ponderato, come ulteriore sicurezza di controllo delle istituzioni. In questo modo, un sindaco di un piccolo comune milanese vale 1 voto, un consigliere del comune di Milano vale 120 voti (quasi una riedizione aggiornata del famoso detto del marchese del Grillo:”io so io e voi non siete …”).
In pratica la legge Delrio, la L.56/14, contiene un mix di soluzioni che la rende simile ad uno strumento, come fosse un coltello: può essere usato per tagliare ciò che non serve più, migliorando il funzionamento delle istituzioni oppure per rovinare ciò che è stato costruito.
In questo momento il sistema politico sta veleggiando più sulla seconda ipotesi. Nell’articolo pubblicato ieri (anche in questo) si è visto il caso delle Province, dove con una interpretazione fantasiosa delle norme i vecchi politici stanno cercando di farsi ricandidare alle presidenze, stravolgendo il significato della riforma Delrio.
Ora si cercherà di dare uno sguardo alle Città metropolitane, che sono una novità assoluta nel panorama delle istituzioni pubbliche. E’ vero che già nel 1990 una legge ne prevedeva l’esistenza, ma alla fine non se ne fece nulla. Stavolta le cose sono state fatte con un piglio molto più sbrigativo e decisionista: è stato stabilito che a comandare sarà il sindaco del capoluogo, che prenderà in mano la vecchia baracca della provincia insieme al consiglio metropolitano. Le elezioni dei consigli devono avvenire entro il 12 ottobre; però a Milano, Genova e Bologna sono state fissate per domenica 28 settembre.
Nei giorni scorsi si è svolto un seminario sulle “funzioni” della Città metropolitana (martedi 9 settembre), organizzato dal Comune di Milano con Anci e PIM, dedicato proprio agli amministratori comunali che andranno al voto il 28 per eleggere il consiglio.
Il luogo dell’incontro non è casuale, è palazzo Reale, in piazza Duomo. Un simbolo che richiama alla mente dei precedenti storici, come la convocazione della corte dei nobili, rappresentanti dei piccoli feudi interni al dominio, in questo caso della Città metropolitana di Milano, come fosse ancora un ducato.
Nella sala delle udienze, pardon, delle conferenze, si sono riversati numerosi vassalli e valvassori, accompagnati da una rilevante quota di valvassini, esponenti dei comuni più piccoli, che però portano in dote porzioni di territorio molto prezioso e importante.
Accolti da Giorgio Monaci, nelle vesti di gentile “ciambellano” del Comune di Milano, formalmente responsabile di una struttura di progetto, che ha fatto da traino a Daniela Benelli, assessore delegata, e alle relazioni dei tecnici del PIM, storico braccio urbanistico del Comune.
Non si è visto il “duca”, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che in questo modo si è certamente salvato da questo insolito revival storico. Parimenti non si sono visti gli esponenti di rango della “signoria” uscente, quella della Provincia di Milano, con effetti opposti.
I sindaci e i consiglieri comunali, in prevalenza del PD, hanno affollato la sala con contenuta allegria, come fosse una cerimonia di presentazione del nuovo acquisto, la Città metropolitana, che darà la possibilità di avere delle investiture, i 24 nuovi posti nel consiglio metropolitano. Sono poltrone onorifiche, a titolo gratuito, ma di questi tempi è buona cosa averne una.
Rimane da capire ancora qualche piccolo dettaglio, ad esempio, che cosa servono questi posti, che compiti avranno, per fare cosa.
Infatti, Monaci, che ha gestito con piglio sicuro tutti i vari passaggi, specie dopo le due ore di relazione dei tecnici che hanno spiegato tanta teoria, ha parlato della crescita degli infruttiferi “tavoli istituzionali”, dei piani strategici pluriennali e di quelli di settore e territoriali. Insomma, tutte cose che si sapevano fin dal giorno dopo l’approvazione della legge.
Il pubblico, che è venuto ben disposto, dopo un po’ incomincia a incupirsi. Del resto sono tutti politici abituati ad annusare l’aria che tira, per loro il conto è presto fatto: se dopo cinque mesi dall’approvazione della legge, a meno di venti giorni dal voto, si è ancora alle slide da seminario di alta formazione, vuol dire che le pentole sul fuoco sono vuote.
Al massimo sono ricolme d’acqua calda senza l’ombra di un osso, ne dei tanto promessi pezzi di bollito. Fuor di metafora, quando loro sentono parlare di “piani” significa dirgli che dovranno lavorare e ubbidire a ordini scritti, senza neanche l’idea di un qualche vantaggio per la comunità che rappresentano.
Sul finale dell’incontro arriva il bello, con le domande del pubblico, che subito viene redarguito sul poco tempo a disposizione per tale scopo. Non c’è tempo da perdere ad ascoltare l’uno o l’altro.
Le risposte sono secche, un po’ evasive. Ad esempio sulla effettiva data di funzionamento della Città metropolitana: Monaci risponde che la Città presumibilmente diventerà soggetto giuridico dal 1° gennaio 2015.
Se fosse veramente così c’è da chiedersi a che serva eleggere il consiglio frettolosamente il 28 settembre, anticipando di quindici giorni la data normale del voto che buona parte delle Province hanno assunto nel 12 ottobre, compreso Torino.
Questa voglia di andare al voto è inspiegabile. Se tutto è così in ritardo, compreso il governo con i suoi provvedimenti, visto che per ora ci sono solo le slide da convegno e che pro fare in fretta furia questi delicati passaggi elettorali? Mistero.
A togliere le castagne dal fuoco ci prova il sindaco renziano di Cernusco Eugenio Comencini che interviene con un’arringa rivolta al tavolo dei relatori. Lancia proposte, concetti di buona politica e buon senso, che non ricevono accoglienza alcuna, se non sorrisetti di compatimento per tanto ardire. In mezzo alle poltrone, si sente una timida voce: “ma dei possibili ricorsi cosa ne dite?”. Monaci su questo è perentorio: è roba che non ci riguarda, tocca solo la questione delle elezioni di 2° grado, la parte elettorale. Buon per lui che la considera materia secondaria, viste le grosse nubi che si stanno addensando sopra palazzo Isimbardi (e palazzo Marino), sede di votazione e possibile obiettivo di una parte dei ricorsi.
Infine, l’assessore Benelli cerca di rassicurare tutti indicando la medicina giusta da impiegare a piene mani: creare l’identità metropolitana. Ottimo suggerimento, i presenti si sentono già parte della corte ducale.
Come al solito gli interventi migliori arrivano in zona Cesarini, a tempo scaduto, come quello di V. Ballabio che sottolinea una sproporzione evidente, tra una Città metropolitana dotata di una struttura che sarà molto esile, vista la mancanza di risorse, e un Comune di Milano gigantesco.
Ma non c’è tempo per le risposte, sono le 18, c’è da fare l’aperitivo. Poi, c’è da andare al voto in fretta, per avere un Consiglio metropolitano che affiancherà Pisapia, ma che non potrà fare nulla fino al 1° gennaio 2015, se non litigare con la Provincia.

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