Referendum per l’indipendenza del Veneto, Zaia: non posso convocarlo

di GIANLUCA MARCHI

La spinta indipendentista del Veneto si sta rinvigorendo da qualche tempo a questa parte. Da più parti sale la richiesta di celebrare un referendum in tal senso fra tutti i veneti e la richiesta è rivolta in primis al governatore leghista Luca Zaia. Il quale non sembra pregiudizialmente contrario a un’iniziativa dal forte sapole politico, la quale più che produrre effetti giuridici immediati sarebbe destinata a funzionare da deflagratore sul fronte dell’equilibrio politico appunto. Pressato dalle richieste, come è noto nei giorni scorsi Zaia ha posto ufficialmente il quesito sull’ammissibilità del referendum all’Avvocatura del Consiglio regionale, che ha risposto picche. La notizia è calata come una doccia fredda sul mondo indipendentista, e qualcuno è arrivato a malignare che il governatore, per togliersi d’impaccio, avrebbe posto l’interrogazione all’Avvocatura sapendo che la risposta sarebbe stata negativa.

Due sere fa, a un dibattito svoltosi a Brescia sulla Macroregione, ho posto direttamente a Luca Zaia la domanda se avesse presentato la richiesta all’Avvocatura del Consiglio regionale veneto solo perché sicuro del no. E gli ho chiesto anche come si comporterebbe se più consigli comunali e provinciali della sua Regione avanzassero ufficialmente tale richiesta. Questa la sua risposta:

“Innanzitutto non c’è nessun segreto, nessun mistero, nessun retroscena.  Per indire un referendum e dunque una consultazione elettorale sul tema, bisogna fare una legge e la legge la fa il Consiglio regionale. Punto. Lo dico perché molti sono convinti che il presidente della Regione possa firmare un decretino su un pezzo di carta e poi pensare che si aprono i seggi e si va a votare per l’indipendenza del Veneto. Avendo quindi l’avvocatura del Consiglio regionale competenza assoluta sulla legittimità o meno del referendum, io ho posto l’interrogativo all’Avvocatura del Consiglio regionale.  Sapevano, ma lo sapevano anche i proponenti, che la difficoltà stava nell’ammissibilità del referendum rispetto alla Costituzione vigente. Il fatto è che molti veneti vorrebbero essere ascoltati su questo tema, e io dico anche che sarebbe un plebiscito più che un referendum se potessero andare a votare. Ma la partita è questa. Qualcuno ci dice di convocare ugualmente il referendum, ma per farlo ci vuole sempre una legge regionale e i consiglieri non la voterebbero e se anche il Consiglio la votasse, avremmo il problema del danno erariale, perché faremmo un qualcosa che non potremmo fare e dunque le conseguenze economiche ricadrebbero su chi ha deciso di procedere. Detto questo, io penso che le rivoluzioni si possano fare…”.

Sibillina quest’ultima frase del governatore Zaia, forse da intendersi come l’invito a seguire altre strade da parte di chi vorrebbe si celebrasse il referendum? Staremo a vedere.

Forse la strada l’ha indicata il presidente della Commissione Ue Barroso che, rispondendo a un’interrogazione dell’europarlamentare leghista Mara Bizzotto, ha affermato che «nel caso ipotetico di una secessione in uno stato membro, si dovrà trovare e negoziare una soluzione avendo riguardo all’ordinamento giuridico internazionale».

Probabilmente la via giusta sta proprio nel fare appello al diritto internazionale affinché, come ha già scritto su queste colonne Fabrizio Dal Col, sia una Corte di Giustizia a dare la propria sentenza e, nel caso, a coprire dal punto di viosta erariale, l’ente (ovvero la Regione) che dovesse indire il referendum ricorrendo a soldi pubblici.

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