Referendum indipendenza del Veneto, le risposte di Zaia non convincono

di FABRIZIO DAL COL

Ho letto attentamente l’editoriale a firma del  direttore Gianluca Marchi intitolato “Referendum per l’indipendenza del Veneto, Zaia: non posso convocarlo” e, nel ringraziarlo per la citazione, né approfitto per complimentarmi con lui per le domande puntuali e precise che ha saputo formulare al presidente del Veneto. Detto questo, non riesco né voglio tacitare il mio disappunto circa le risposte “assurde e fuori luogo” date da Zaia a Marchi,  tanto meno a quelle che avrebbe dovuto dare e non ha dato e più avanti intendo spiegarne anche il perché. Vorrei però prima evidenziare un fatto: in data 11/09/2012 il Costituzionalista italiano Mario Bertolissi ha scritto un articolo sul quotidiano “La nuova venezia”  circa la questione del referendum sull’indipendenza del veneto e, a distanza di una settimana ovvero ieri  il 16/09/2012, né ha scritto un altro sempre sullo stesso giornale. Due articoli, quelli scritti da Bertolissi, tutti e due tesi (dal suo punto di vista) a ribadire l’impossibilità di indire il referendum Veneto. Personalmente, sono sempre stato totalmente allergico alle teorie interpretative dei Costituzionalisti in quanto, oltre ad essere del tutto personali, negli anni si sono rivelate anche un vero e proprio limite per la stessa Costituzione Italiana. Anche nel caso degli articoli sopra citati di Bertolissi si può notare come si tenda a magnificare la propria teoria interpretativa facendo riferimenti e accostamenti con altri giuristi che la pensano allo stesso modo ovvero che interpretano cavillando a loro volta gli articoli della Costituzione Italiana. Un esempio su tutti tratto dall’articolo pubblicato l’11/09/2012 dove Bertolissi dice: “I conti non tornano, dunque, quando si sostiene che il popolo veneto è popolo nel senso indicato nell’articolo 1, 2° comma, della Costituzione: «La sovranità appartiene al popolo…». Per popolo si intende – è l’opinione di Vezio Crisafulli, condivisa da Livio Paladin – la «generazione attuale dei cittadini».  Questo passaggio è già di per se sufficientemente chiaro a capire che ogni Costituzionalista ha la sua personale interpretazione da difendere. Ecco perché, il direttore Marchi ha avuto ragione nel citare l’articolo che avevo scritto su questo giornale qualche giorno fa e  ripreso dall’editoriale di ieri, laddove rileva la necessità che vi sia una corte di giustizia internazionale a redimere la questione referendaria in quanto sappiamo che tale corte di giustizia è legittimata proprio dalla cessione della sovranità popolare italiana avvenuta con la sottoscrizione dei patti internazionali sui diritti di autodeterminazione oggi in carico all’Onu, confermata poi attraverso una legge approvata dall’Italia.

Continuando Bertolissi sostiene che (la sovranità appartiene al popolo) “non di una Regione, ma dell’intero Paese. Né è pensabile che, attraverso la clausola di cui all’articolo 10 del medesimo testo costituzionale – il quale afferma che «l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» – si possano immettere nel nostro ordinamento le regole più diverse, ivi comprese quelle, anche di natura pattizia, sull’autodeterminazione dei popoli. Ogni Stato ha la sua forma di regime, espressa dalla sua particolare sovranità, e le Corti costituzionali hanno il compito di preservarla”. Come si può notare, il Costituzionalista Bertolissi interpreta “pro domus sua” persino il diritto internazionale laddove afferma : “si possano immettere nel nostro ordinamento le regole più diverse, ivi comprese quelle, anche di natura pattizia, sull’autodeterminazione dei popoli ” senza sapere che l’Italia ha ceduto, attraverso i patti, la propria sovranità costituzionale circa i diritti di autodeterminazione con una legge approvata poi dalle Camere in doppia seduta e decretata dal presidente della Repubblica oggi di competenza degli organismi internazionali e, per dare senso e sostanza alla sua interpretazione, arriva pronta in soccorso la citazione sulla corte costituzionale tedesca: “La conferma è data dal giudizio che la Corte costituzionale tedesca ha reso sul fondo salva Stati”. Che, guarda caso, ha ceduto, diversamente da quello che si vuol far intendere, la propria sovranità popolare in materia di bilancio fissata però a 190 MLD di Euro.

Un  altro passaggio nel medesimo articolo riporta l’affermazione: “L’articolo 5 della Costituzione è considerato principio non derogabile ed è stato inteso, là dove parla di indivisibilità, come divieto di dividere il territorio della Repubblica in più Stati ovvero quello di secessione di parte del territorio (così, a chiare lettere, nel «Commentario breve alla Costituzione», a cura di Sergio Bartole e Roberto Bin, Cedam, 2008, 50)”. E anche in questo caso compaiono ancora citazioni di altri giuristi sempre a far valere la tesi interpretativa “originale” di Bertolissi sostenuta dall’imperativo semplice utilizzato “ed è stato inteso” il che denota una interpretazione fine a se stessa. L’articolo termina con questa altra interpretazione che appare a dir poco perentoria se non addirittura dettata da “furore legislativo: “L’accennata inderogabilità è carica di implicazioni, che circoscrivono l’ambito dell’iniziativa politica quando questa prende la via istituzionale. Può il Consiglio regionale trattare un simile argomento? No! Sia perché il referendum consultivo deve avere ad oggetto «provvedimenti o proposte di provvedimenti del Consiglio», come stabilisce l’articolo 27, 1° comma, dello Statuto. Sia, soprattutto, perché l’oggetto è illecito: vietato dalla Costituzione. Mi rendo conto che l’immaginario collettivo può ritenere che chiedere a uno come la pensa non sia un delitto. Tuttavia, se si guarda alle possibili implicazioni discendenti dalla consultazione referendaria, ci si accorge che il problema si complica. Per non dire del fatto che è privo di senso domandare se si è favorevoli all’indipendenza, quando poi l’indipendenza è preclusa. In estrema sintesi, quindi, è verosimile che, se il Consiglio regionale si occuperà dell’argomento, il Governo impugnerà, sollevando conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte costituzionale, il punto dell’ordine del giorno che lo contempla; impugnerà, con il medesimo mezzo, eventuali atti o provvedimenti non legislativi della Giunta e del Consiglio; impugnerà in via diretta, sempre dinanzi alla Corte, una eventuale legge regionale destinata a dare seguito alla richiesta di indipendenza. E la Corte annullerà il tutto. La democrazia è dibattito e confronto di idee. La democrazia consente di cambiare i connotati dell’ordinamento. Se si vuole l’indipendenza del Veneto, bisogna modificare la Costituzione. Il problema, per molti versi, è giuridico e non politico. Per l’esattezza: di politica costituzionale”.

E’ piuttosto singolare che un Costituzionalista affermi senza indugi attraverso questa sua analisi  l’ unica vera “autorevolezza possibile” quando magari altri probabilmente la pensano diversamente. L’indipendenza non c’entra un fico secco con l’autodeterminazione, sappiamo infatti che, per rivendicare l’indipendenza, è necessario prima procedere con l’autodeterminazione. Per quanto concerne l’articolo pubblicato da Bertolissi l’altroieri, si può notare come diversamente da quello precedente, metta in evidenza invece il concetto dell’autodeterminazione pur se anche questo a suo parere è relegato all’impossibilità di applicazione perché in contrasto con l’indivisibilità della Repubblica. Infine, e non me ne sono dimenticato, ecco la prima risposta di Zaia alla domanda di Marchi: “Per indire un referendum e dunque una consultazione elettorale sul tema, bisogna fare una legge e la legge la fa il Consiglio regionale” che è una clamorosa bufala altrimenti che ci starebbe a fare sullo Statuto il principio di iniziativa popolare? La legge che Zaia intende non può che essere quella relativa alla consultazione e dei costi, quindi con l’indizione del referendum non c’entra una beata mazza. Seconda risposta di Zaia: “Lo dico perché molti sono convinti che il presidente della Regione possa firmare un decretino su un pezzo di carta e poi pensare che si aprono i seggi e si va a votare per l’indipendenza del Veneto”. Tale affermazione è a dir poco offensiva verso gli studiosi Veneti che di queste cose ne capiscono forse più di lui, ciò nonostante il presidente non vuole proprio a capire che l’iniziativa popolare è una legge dello stato italiano contemplata in tutti gli Statuti degli enti locali approvati dagli organi superiori e legittimati dal testo unico sulla legge degli enti locali 267/2000. Terza risposta di Zaia: “Avendo quindi l’avvocatura del Consiglio regionale competenza assoluta sulla legittimità o meno del referendum, io ho posto l’interrogativo all’Avvocatura del Consiglio regionale”. Eccola qua, competenza assoluta sulla legittimità o meno del referendum: peccato che fosse un semplice parere per altro sbagliato per cui inammissibile. Quarta risposta di Zaia: “Sapevamo, ma lo sapevano anche i proponenti, che la difficoltà stava nell’ammissibilità del referendum rispetto alla Costituzione vigente”. Il che tradotto significa che l’avvocatura si è assunta l’onere, in sostituzione di una corte internazionale, di sentenziare un semplice parere su un quesito sbagliato. Ultima risposta di Zaia: “Qualcuno ci dice di convocare ugualmente il referendum, ma per farlo ci vuole sempre una legge regionale e i consiglieri non la voterebbero e se anche il Consiglio la votasse, avremmo il problema del danno erariale, perché faremmo un qualcosa che non potremmo fare e dunque le conseguenze economiche ricadrebbero su chi ha deciso di procedere”.

Di quale legge parla il governatore veneto? Nessun ente locale italiano possiede potestà legislativa in merito. Che succederebbe se venisse meno l’articolo dello Statuto che si rifà alla partecipazione popolare, un diritto sancito dalla Costituzione Italiana soppresso per colpa di una legge che non esiste ? A tutt’oggi alla Regione Veneto non è mai pervenuto una richiesta di referendum corredata dalla documentazione ufficiale necessaria per essere sottoposta a valore giuridico e, fino a quando non si sarà deciso di espletare il percorso corretto stabilito dallo statuto veneto, non sarà mai possibile istruire e garantire la legittimità della suddetta richiesta.

Infine, perchè Zaia non ha risposto a questa domanda di Marchi “e gli ho chiesto anche come si comporterebbe se più consigli comunali e provinciali della sua Regione avanzassero ufficialmente tale richiesta”?  Qualche domanda la rivolgo ora io a Zaia: i proponenti del referendum che Lei Cita hanno costituito il  comitato promotore referendario stabilito per legge dallo Stato e del regolamento che fa a capo dello Statuto veneto? il quesito sottoposto prevede l’autodeterminazione o l’indipendenza? le firme sono state sottoscritte come prevede la legge? erano 50.000? chi le ha autenticate ? erano corredate dai certificati elettorali?

 

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