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Quanti artigiani della qualità! Ma che fine ha fatto la tutela del “made in”, il rispetto di chi lavora?

artigianatodi RICCARDO POZZI – Chi sono Vincenzo B., Bruno B., Andrea, Franco e altri ancora? Tecnicamente si dichiarano artigiani della qualità, qualifica in sé da sottoporre a verifica, di personaggi che ci piace pensare veri, più probabilmente creati da una martellante campagna pubblicitaria volta a ripristinare la verginità commerciale ad una azienda produttrice di poltrone e divani. Una azienda  qualche anno fa fu pizzicata dalla Gabanelli con un “report” che svelava la vera natura di quel  made in italy, prodotto in realtà in oscuri laboratori cinesi  dalla legalità, nel migliore dei casi, piuttosto approssimativa ma soprattutto situati qui, in Italia. Beh, non sarà certo quella…

Oggi  Vincenzo, Bruno, Andrea Franco… e gli altri, col loro rassicurante accento romagnolo, si prodigano in surreali spot per convincerci dell’autenticità di un “fatto in Italia” da artigiani ( ma in questo caso perché non comprare direttamente da loro?) dal costo finale così basso e costantemente in offerta speciale da farci nascere più di un sospetto  sulle condizioni economiche dei sopracitati  e anche qualche perplessità sulla loro reale esistenza in vita.

Eppure sono molte le aziende che radicano il loro outsourcing in laboratori italiani dove l’italiano è sconosciuto, dove i sindacati, l’agenzia delle entrate, l’ispettorato del lavoro, la guardia di finanza  non vengono nemmeno fatti entrare e dove anche le forze dell’ordine, nonostante gli sforzi, non danno l’impressione di poter controllare la legalità. Anzi, sempre più spesso, si assiste alla chiusura, peraltro solo  temporanea, di laboratori in odore di schiavitù  senza che nessuno renda noti i nomi dei committenti, di chi li fa lavorare insomma. Non di rado grandi e prestigiosi brand nazionali che fondano la loro immagine in sofisticate campagne pubblicitarie  e il fatturato nella subfornitura low cost.

I nostri outlet sono ormai invasi di merce da container  ma sono tanti i laboratori cinesi che confezionano, in Italia, tonnellate di “made in italy”  con i vetri del capannone oscurati e i camion che di notte consegnano e ritirano le merci.

Insomma, fatto è fatto in Italia, ma non è solo questo che si intendeva tutelare con il marchio “made in”, si voleva proteggere  anche il rispetto della sicurezza di chi lavora, le norme sanitarie,  paghe decenti e non solo la collocazione geografica della produzione.

Si sa che qualità e basso prezzo non vanno d’accordo, così come le  tasse alte (quelle italiane) non vanno d’accordo con i prezzi stracciati.

Forse la risposta più ontologicamente corretta sono le magliette fatte a Napoli, in nero, con la targhetta “made in China”.

 

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