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Quando l’Unar mi denunciò per “razzismo” alla Procura e all’Ordine per il titolo “Lampedusa invasa”

unardi STEFANIA PIAZZO – In questi giorni l’Unar, l’Ufficio nazionale discriminazioni razziali-Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, è sotto attacco mediatico per un’inchiesta delle Iene sulle reti Mediaset. Tra i finanziamenti erogati ad associazioni che operano nel sociale per promuovere i diritti umani, ve ne sarebbe una a quanto pare affatto sociale, con finalità discutibilmente etiche, ma non spetta a noi giudicare. Eppoi, l’Unar è un “tribunale speciale” di per sè, perché rubare il mestiere? Tempo fa ricevetti a casa una lettera dal Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. L’oggetto era “il non luogo a procedere” nei miei confronti da parte del mio ordine professionale a fronte dell’esposto presentato dall’Unar contro di me per aver titolato, quando ero direttore del quotidiano “la Padania”, in una estate calda di sbarchi, una foto in prima pagina, quello che noi chiamiamo il “fotone”, con un titolo di cronaca: “Lampedusa invasa”.

La denuncia era stata inviata alla procra della Repubblica di Milano, all’Ordine dei giornalisti della Lombardia e al Consiglio nazionale dell’Ordine a Roma. A suo tempo a rispondere dell’attività dell’Unar era il dottor Marco De Giorgi. L’accusa: “L’Unar ritiene che il suddetto titolo, oltre a costituire violazione delle prescrizioni deontoligiche (il che tradotto vuol dire anche sospensione dall’Ordine, ndr) contenute nella Carta dei doveri del giornalista, non appare in linea con le raccomandazioni contenute della “Carta di Roma”indicato in oggetto, relativo al dovere di rendere una informazione corretta ed equilibrata in tema di richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”.

Il Consiglio di displina dell’Ordine replicava che il titolo “non contiene alcuna connotazione negativa… si osserva inoltre che la fotografia pubblicata con l’articolo non aggiunge nulla di negativo a quanto scritto”. Era una foto Ansa.

 

Che considerazioni aggiungere? Oltre che essere una perla da collezionare e tenere tra le cose preziose raccolte in quasi 30 anni di professione giornalistica, quella denuncia parla da sola. Ti chiede chiaramente: la libertà d’opinione esiste o va perseguita? Pensarla diversamente dall’Unar è un reato? Fare i giornalisti e raccontare i fatti è un rischio giudiziario? Puoi esercitare il diritto di cronaca, nonostante vi siano tutte le condizioni di legge, sulla carta, che sanciscono l’interesse pubblico, la pertinenza, l’attinenza ai fatti? A quei tempi, inoltre, l’ordinamento italiano prevedeva il reato di immigrazione clandestina. Quindi entrare in massa in un territorio diverso dal proprio, senza averne comprovato il diritto, era un reato. Ma il titolo non lo diceva neppure. Semplicemente fotografava la gravità di una situazione ingestibile. Su un territorio al collasso, senza una rete sanitaria decente e con centri di accoglienza indegni di essere definiti tali. Dunque il reato, anzi, i reati c’erano, ma li commettevo io da direttore, da giornalista, nel dare un nome a quella odissea.

L’Unar, a suo tempo, portò a giudizio per discriminazione razziale i comuni di Tradate e Morazzone per aver attivato il bonus bebè per i residenti. Essere cittadini è un reato? Avere diritti è discriminazione? O è solo obbligatorio avere doveri?

Adesso devono spiegare, gli Uffici Unar, perché avrebbero donato 56mila euro di soldi pubblici ad una associazione culturale che non eseciterebbe la missione per la quale avrebbe ricevuto in dono i fondi. Tentiamo di dare un titolo a questa storia? Ma per carità, a me è già bastata una denuncia dai santoni del politicamente corretto.IMG_7990

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