PREZZOLINI, UN UOMO LIBERO IN FUGA DALL’ITALIA

di PAOLO MATHLOUTHI

Giuseppe Prezzolini (1882 – 1982) ha narrato se stesso in un “Diario”, consegnato controvoglia alle stampe grazie alla lungimirante insistenza di Alfredo Cattabiani, che tutti dovrebbero leggere. Non si tratta, come si sarebbe indotti a pensare, dello sfogatoio privato di un narcisista civettuolo tipo quello di Thomas Mann che, con ossessiva e maniacale precisione, annotava perfino le proprie abitudini autoerotiche , quasi che la cosa fosse di capitale importanza per la posterità. Anzi, chi con morboso spirito inquisitorio cercasse nelle pagine dello zibaldone prezzoliniano pruriginose storie di lenzuola cincischiate e di stravaganze sessuali resterebbe deluso e dimostrerebbe di non conoscere l’indole più autentica del maledetto toscano che era poi quella di un uomo riservato e retto, un tipo tutto d’un pezzo, come si sarebbe detto una volta. “Piego men che posso l’arco della schiena” è la frase che apre il “Diario” e a questa massima egli si attenne sempre: la sua spina dorsale non s’inarcò mai al cospetto di nessuno, nemmeno del Padreterno.

Nato all’insegna dell’indipendenza, anarchico ma conservatore, fece della libertà la propria religione e della sua vita un romanzo dove nulla è inventato. Neppure l’età riuscì a mitigare la ruvidezza del carattere ed il gusto per la spezzatura che furono il tratto inconfondibile del suo stile. Prezzolini era l’uomo meno gregario e meno incline alla retorica che si potesse immaginare, non amava nuotare in branco come i tonni e la rotta se la sceglieva da sé, ubbidendo solo al proprio dettato interiore: anche a costo di andare incontro a scogli, marosi o pescecani, mai si sarebbe messo a rimorchio di qualcuno o di qualcosa. “Rispondo solo di me stesso, e anche con qualche difficoltà”, amava ripetere. Il piglio del bastian contrario si traduceva, nei suoi scritti, in uno stile scarno, essenziale, che agli arabeschi cabalistici di parole prediligeva sempre l’aforisma, come il sua amato Lichtenberg, che per certi versi gli somigliava e del quale era stato il primo a tradurre in italiano alcune massime. La sua scrittura mirava al nocciolo delle questioni, tralasciando i bizantinismi fumosi per cogliere le verità primarie, infondeva coraggio, ma toglieva ogni illusione. Parlava per esperienza diretta Prezzolini perché, nel corso di un’esistenza lunghissima, aveva avuto modo di conoscere tutta la fauna politica e letteraria del Novecento. Era, insomma, un testimone scomodo, il cui giudizio tranchant metteva a nudo le miserie e le meschinità delle consorterie culturali di ogni orientamento, specie nostrane, che lo ripagarono condannandolo all’ostracismo. Alla vergogna del conformismo preferì, fedele a se stesso, la via dell’esilio.

La sua indole irrequieta e la miope grettezza di chi lo aveva osteggiato perché indocile e non classificabile, lo portarono a cercare riparo in un primo tempo negli Stati Uniti. Chiamato dal rettore Nicholas Murray Butler a tenere un corso estivo di Letteratura italiana presso la Columbia University, Prezzolini sbarcò una prima volta ad Ellis Island nel 1923. Fin dal suo primo soggiorno al di là dell’Atlantico lo scrittore toscano percepì istintivamente l’America come un porto sicuro in cui riporre i resti di una vita raminga e, bruciate le navi alle proprie spalle, come Cortés, in America mise radici e si risolse a rimanervi per quarant’anni, prendendo perfino la cittadinanza nel 1940. Rientrato in Europa nel 1962, dopo un breve soggiorno in quel di Vietri, perseguitato dagli agenti del fisco, riparò in Svizzera, quella Nazione dove, secondo Hemingway, “tutte le storie finiscono e nessuna è mai cominciata”. In economia Prezzolini era un liberista.

Voleva la libera concorrenza e non la solidarietà, la quale spesso aggrava i problemi invece di risolverli. La solidarietà, diceva, dev’essere un fatto personale, privato, non statale, “perché lo Stato non è e non deve essere un ente assistenziale”. Non riusciva a capacitarsi del fatto che in Italia le tasse fossero così esose e si sentiva naturalmente solidale con gli evasori “ il contribuente evade – diceva – perchè non è persuaso che quel denaro, raccolto più spesso dalle piccole che dalle grosse borse, venga speso bene”. A Lugano, suo ultimo rifugio, prese dimora in un appartamento di via Motta al civico 36, nel cuore della città vecchia e, nel contesto di una ritrovata serenità familiare accanto alla seconda moglie americana Jackie, iniziò a collaborare stabilmente con la “Gazzetta Ticinese” per la quale scrisse alcuni articoli profondamente critici nei confronti dell’allora nascente Unione Europea. Rivendicava a se stesso la patente di autentico intellettuale europeo e cosmopolita, lui che, naturalizzato americano, aveva vissuto a lungo in Francia e parlava correntemente inglese, francese e tedesco.

Proprio questo suo europeismo culturale lo induceva ad essere scettico verso il modello dello Stato continentale che andava delineandosi all’orizzonte, convinto che la più grande ricchezza dell’Europa risiedesse nella pluralità. Per la stessa ragione, in sorprendente anticipo rispetto alle posizioni fatte proprie dai movimenti autonomisti allora agli albori, pubblicò presso l’editore milanese Vanni Scheiwiller un libello carico al solito di divertita ironia, “Modeste proposte”, nel quale si diceva sicuro che l’Italia avrebbe potuto risolvere i suoi problemi solo se si fosse liberata dalle pastoie della sua artificiosa unità nazionale, con la Lombardia pronta ad entrare nella Confederazione elvetica come nuovo, ricco cantone, il Veneto restituito all’Austria, Abruzzo, Lazio e Molise uniti in un ricostituito Stato pontificio, la Toscana e l’Emilia Romagna cedute alla Jugoslavia in quanto regioni rosse e il resto di nuovo ai Borbone, eccezion fatta per la Sicilia, che avrebbe dovuto essere infeudata a Gheddafi e amministrata per suo conto da “una commissione di mafiosi di alto grado”! Tra New York e Lugano si compie, nell’arco di un secolo, la parabola umana e letteraria di uno scrittore atipico, che più e meglio di altri si era prodigato nell’immane sforzo di internazionalizzare la cultura italiana, mosso dall’illusione che fosse possibile stimolare una mutazione antropologica del proprio popolo attraverso il pensiero, facendo leva sul carattere più che sulle istituzioni.

L’ingratitudine con la quale fu ricompensato lo convinse che l’impresa era vana perché il carattere, che è l’ossatura della personalità, dei singoli come dei popoli, che sono a loro volta realtà organiche, uno non se lo può dare: o lo si ha o non lo si ha. Ciascuno è quello che è per invincibile natura e tutti i pedagogisti di questo mondo non riuscirebbero mai a fare di un vigliacco un eroe o di un cialtrone un apostolo. Con l’ironia corrosiva che gli era consona amava dire che pensare di cambiare il carattere degli Italiani con l’educazione è una chimera: sarebbe come credere che facendo crescere una pecora in un canile questa impari a fare il riporto. Dalla mancanza di carattere derivavano a suo parere tutti i peggiori difetti degli Italiani, come superficialità, tromboneria, servilismo e assuefazione al malcostume, quegli stessi difetti che, agli occhi degli stranieri, ne facevano dei personaggi da commedia dell’arte, macchiette meritevoli di essere irrise. “Ognuno di essi – scriveva – vuole la libertà propria, ma non è pronto a darla agli altri. Semmai la libertà che dimostrano nella pratica è fondata sul disprezzo delle credenze altrui e non sul rispetto delle medesime. Il liberalismo è per loro un costume straniero”. Parafrasando Schopenhauer, era solito ripetere che gli Italiani si erano lasciati convincere ad indossare il frac inglese, ma se lo sentivano indosso come una camicia di forza e lo strappavano alla prima occasione preferendo, a seconda dei casi, la casacca del ribaldo o la livrea del servo.

Troppo aspro? Forse, ma il proverbio dice che chi non ha sdegno non ha ingegno e Prezzolini, di entrambi, ne aveva da vendere. Poco prima di morire fece dono del suo immenso archivio alla Biblioteca Cantonale di Lugano, dove tutt’ora si trova, estremo, meritatissimo schiaffo a quell’Italia matrigna e meschina che lo aveva ripudiato. Se fosse possibile apporre, a titolo di tardiva riparazione, un epitaffio sulla sua tomba che gli rendesse finalmente giustizia, mai parole sarebbero più appropriate di quelle che lui stesso adoperò per descrivere il più illustre conterraneo Dante: “La forza dominante, la probità e la fede incomparabili, l’unità di poesia, pensiero ed azione, fanno di lui l’eccezione più impressionante e l’antitesi più grande del carattere degli Italiani”.

 

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