Poteri forti: politici, burocrati ed imprese ammanicate

di LUIGI FRESSOIA*

In questi anni abbiamo commesso un errore. Quando elenchiamo i poteri forti che impediscono ogni riforma liberale, diciamo bene elencando confindustriali adusi ad intercettare denaro pubblico (succhiare risorse anziché produrle), banche e utilities che rifiutano vera concorrenza, magistratura autocratica e politica, sindacati, burocrazie centrali e periferiche, università e mass media, tutti adusi a sollecitare leggi ad personam (ad gruppum) e spesa pubblica. Però abbiamo lasciato in ombra la centrale conservatrice più forte e ostinata, che supera tutte le altre. Tale è la classe che vive di politica, fatta di parlamentari, consiglieri regionali e dell’immensa schiera di nominati e incaricati – dalla politica – ai posti buoni delle authority, delle aziende e agenzie, degli enti sparsi in tutto lo stivale.

Hic sunt leones, questo è il nodo gordiano del declino italiano. Non fatevi vincere dal luogo comune marxista che vuole sempre l’economia quale causa maggiore: certo che economia e finanza pesano in modo determinante ma come vedremo tra un po’, sono i politici l’elemento chiave. Costoro oltre a costare una tombola, abbisognano – come i pesci dell’acqua – del baraccone immondo di spesa pubblica che conosciamo, per comprare il proprio personale consenso elettorale. D’altro canto, parallelamente alla tresca coi poteri forti, i signori dei partiti, delle tessere e delle preferenze, solleticano nel popolo i luccichii del clientelismo.

Parlamentari e consiglieri regionali, di ogni governo, di ogni programma, di ogni stagione politica, scrutano quanto rischio o quali opportunità vengono per la propria rielezione; soprattutto sanno perfettamente quel che noi dal basso non vediamo mai: votare seriamente per le riforme giova molto al proprio partito ma non porta nulla di sicuro alla propria personale rielezione, mentre votare per la democratizzazione delle greppie lega a sé miriadi di clienti (indispensabili per la sicura rielezione), anche se in danno mortale del partito, del programma, dell’idea. Singolarissimo, per costoro, è dunque il significato del partito: usarlo per sé, esaltandolo in pubblico, ma sodomizzarlo subito dopo negli sgabuzzini della bassa cucina politica.

A Roma e nelle cento province il potere è formato dai soliti tre soggetti: politici, burocrati e imprese ammanicate. Noi dobbiamo sapervi distinguere il più forte dal più importante: il più forte è sì l’impresa ammanicata (che nei decenni ha acquistato “quote di maggioranza” dei partiti e da tempo ne è padrone), ma il più importante rimane il politico, colui – solo – che vota leggi e delibere. Insieme forgiano la burocrazia, indispensabile lubrificante delle supposte.

Per i meccanismi necessari a questo gran mondo nasce e cresce mostruoso il debito pubblico, quella cosa che ci espone alla speculazione internazionale. Ma noi ai politici demmo il voto, interfaccia tra noi e il potere, non ai confindustriali o ai burocrati, che dopo tutto fanno il loro mestiere. Non può esserci attenuante.

archifress@tiscali.it

 

 

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