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Plebiscito digitale veneto, oltre al voto servirà una prova di forza

di MAURO GARGAGLIONE

Diverse testate estere si stanno occupando del referendum digitale veneto. Se ne parla a Barcellona e a Londra per esempio. In Italia, per ora, solo qualche battutina ironica da parte di qualche “firma” che scrive su questo o quel giornalone sussidiato dallo Stato. Ti ignorano (fatto), ti deridono (stanno cominciando), ti combattono (vedremo) poi hai vinto (speriamo). Così diceva Gandhi. Provo ad immaginarmi possibili scenari e relative implicazioni.

Una fetta numerosissima di Veneti (uno, due, tre milioni di persone) esprime la volontà di essere cittadini di un Veneto Stato. Quanti, lo vedremo. Qui casca a fagiuolo un convegno a cui ho assistito dove Giancarlo Pagliarini e Chiara Battistoni hanno spiegato, da par loro, il grande equivoco, alimentato ad arte, sul decentramento politico come via alla libertà e all’autogoverno dei cittadini. Balle! Decentrare non c’entra assolutamente nulla con la libertà dei cittadini di “comandare” sul loro territorio. Il fatto che venga aperta una prefettura in ogni comune e depotenziato il ministero degli interni centrale mica significa più libertà! Il fatto che le tasse le vai a pagare anche alla Regione o alla Provincia, lo stesso.

Quindi la parolina magica non è decentramento ma SOVRANITA’. Però non può esistere sovranità di alcun tipo se non esiste SOVRANITA’ FISCALE. E qui casca l’asino. Senza risorse non esiste uno stato, esiste solo folklore. Ora, questi milioni di amici Veneti si sono pronunciati e hanno urlato all’Italia che non vogliono più essere “schiavi di Roma”. E fin qui Roma tace. Se ne parla all’estero, come dicevo, ma poco o nulla in Italia.  Per conto mio possono succedere due cose.

Mettiamo agli atti, e a futura memoria, questo grido di dolore digitale, ma significherebbe rimanere confinati nell’ambito della rivendicazione folkloristica o poco più, oppure centinaia di migliaia, se non milioni, di veneti fanno seguire al grido, l’azione, l’unica che ha senso: smettono di pagare le tasse! I baristi smettono di battere gli scontrini e i negozi espongono il cartello – si accettano solo contanti-. A questo punto, ne sono certo, Roma interviene con le forze di polizia perchè ora non si scherza più.
Se succede questo, si viene alle mani!

Il che non significa necessariamente scontri di piazza, incendi, barricate e tutto l’armamentario standard delle rivoluzioni che siamo abituati a vedere al tiggì, ma che migliaia di commercianti, piccoli imprenditori e sostenitori si autodenunciano al più vicino ufficio delle entrate o caserma della GdF e porgono i loro polsi incrociati. – Siamo qua, portateci dentro -. A migliaia però. Non quattro commoventi eroi Serenissimi che si sono rovinati l’esistenza per esporre un gonfalone su un campanile.

Quello che intendo dire è che la prova di forza si deve giocare sul fatto che chi non è più disponibile a essere schiavo di Roma, mette sul piatto della partita la sua azienda, il suo negozio, la tranquillità della sua famiglia, la sua ‘roba’ (guarda caso, proprio quella che vuole difendere). Senza nessuna violenza, senza nessuna molotov, senza aspettare sotto casa il funzionario di Equitalia per spaccargli le rotule, come troppo spesso ho sentito proporre.  E allora, magari, quello che funzionò per Gandhi e un’intera nazione di centinaia di milioni di abitanti potrebbe funzionare anche in Veneto.

Diversamente, tra vent’anni, si tornerà con la memoria a quest’ennesima folkloristica manifestazione di malessere.

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