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Più che le tasse, la casa è a rischio immigrati

di MARCELLO RICCItasse casa
Chi scherza col fuoco, sovente si ustiona. Questo accadrà ai buonisti d’accatto, agli speculatori, ai subnormali che vedono solo la “cadrega”. A migliaia sbarcano, sono sfamati e ricoverati in centri appositamente allestiti e quando questi scoppiano, sono trasferiti nelle caserme o il altre strutture non utilizzate o provvisoriamente vuote.
Anche le strutture alberghiere entrano nel circuito di questo tipo di assistenza e con il pieno consenso dei proprietari che realizzano il “tutto completo”. Certamente contenti degli incassi che le prefetture loro garantiscono (pantalone paga), ma  il turismo ne soffre. Chi cerca ristoro, di certo evita. La minaccia che incombe è gravissima.
L’invasione migratoria non è ad esaurimento , ma in continuità e progressione. Come si potrà assicurare un tetto a tutti? C’è un’infanzia senza genitori che ogni giorno arriva e dopo la saturazione delle strutture disponibili c’è il concreto pericolo che si passi prima ad occupare gli alloggi privati vuoti, poi alle seconde case momentaneamente non abitate ed in tempo successivo alla coabitazione forzata dove ci sono posti letto.
Non si vuole fare del terrorismo psicologico, ma chi potrà opporsi e con quale animo ad ospitare un bambino eritreo che non ha tetto e famiglia? Due sentimenti forti si scontreranno, il diritto al proprio spazio vitale vissuto in libertà e il principio umano del diritto alla vita di un bambino. Può sembrare un allarme fuori luogo, così non è. Basta sedersi a tavolino, sviluppare la proiezine di coloro che sono giunti per prevedere quanti ne arriveranno e nel contempo censire tutti gli alloggi esistenti per calcolare il tempo che ancora resta per vedere violata prima la propriètà privata non abitata, per poi giungere alla coabitazione imposta. Nessuna norma giuridica potrà essere barriera al diritto alla vita.
Ho si ha il coraggio di fermare comunque i flussi o questo sarà il proseguo. Quando avverrà, quanto tempo per impedirlo? Non molto, certamente entro cinque, dieci anni si dovrà convivere, non in strada, ma in casa con il clandestino. E’ il dramma di una popolazione vecchia, non più in grado di difendersi, costretta e umiliata da un’umanità eufemisticamente definita tale.  
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