IO, LOMBARDA, NON FIRMO LA PETIZIONE: NO A VIE DI FUGA SVIZZERE!

di CHIARA M. BATTISTONI

No, non firmerò; non aderirò alla petizione online e non mi unirò alle migliaia di lombardi che in queste ore stanno sottoscrivendo la petizione per la Lombardia 27esimo cantone svizzero. Capisco gli entusiasmi, così come capisco l’esasperazione di chi, quasi impotente, vede il proprio Paese rotolare verso il baratro, comprendo la voglia di efficienza, di ordine, di rigore e di benessere, capisco pure che un’iniziativa del genere ha la forza di riaccendere i fari sulle istanze autonomiste e indipendentiste, ben più di convegni, seminari e articoli. Eppure, nonostante tutto, non ne condivido i modi.

Lo so, sono in netta minoranza, come dimostra al proposito il sondaggio online de L’Indipendenza; faccio parte di quella percentuale residuale che ritiene che il nostro Paese vada cambiato da dentro, senza via di fughe verso improbabili paradisi.

Lo so, la provocazione arriva addirittura da bocca elvetica (per curiosità personale, vorrei rintracciare le parole originali del Consigliere Ueli Maurer che immagino in tedesco, lingua complessa, in cui la scelta di un sostantivo fa la differenza sul senso complessivo della frase), prontamente amplificata e strumentalizzata in terra lombarda. Tuttavia sono dell’avviso che iniziative come queste non servano né agli svizzeri, in particolare ai cantoni che confinano con l’Italia (Ticino, Vallese e Grigioni) che del nostro Paese conoscono bene, non fosse altro perché li vivono in prima persona, i lati più problematici (pensate per esempio alla tensione sulla vicenda dei frontalieri in Canton Ticino), né agli italiani che della Svizzera finiscono per avere sempre un’immagine edulcorata e superficiale, quando addirittura non caricaturale.

Fateci caso, accade sempre più spesso; quando non si parla di paradiso fiscale, la Svizzera è citata come il Paese delle stranezze, che vota contro sei settimane di vacanza o per alzare le tasse, imporre l’imposta di successione, elevare l’aliquota dell’Iva. Mai una volta (o quasi) che si vada oltre, che ci si chieda le ragioni di simili scelte, che ci si soffermi sulla straordinarietà di un federalismo plurisecolare che ancora oggi dimostra tutta la sua vitalità, proiettando quel piccolo Paese abitato da quasi otto milioni di cittadini tra i giganti del mondo.

Ciò che vediamo al di là dei nostri confini, che si sia in Ticino, nei Grigioni o nel Vallese, è il frutto di una cultura federalista secolare che ha scelto di costruire l’unità a partire dalle sue diversità; ed è nelle specificità che gli svizzeri si riconoscono perché qui l’identità è un processo complesso che si struttura tra appartenenza al proprio Comune natale, al Cantone in cui si è nati e in cui si vive o si lavora e poi alla Confederazione. Berna è nel cuore, in quanto rappresentazione tangibile di quelle diversità che rendono la Svizzera un Paese di molteplicità; è lì che i ventisei stati sovrani (i Cantoni) si incontrano per scegliere la strategia comune, le linee guida da implementare in autonomia; tuttavia, il 1 agosto, quando si celebra la Festa Nazionale, è naturale celebrare nel proprio Cantone natale, perchè è lì che si incarna l’essenza dell’identità elvetica.

Nella sua apparente semplicità, il federalismo rossocrociato sconvolge i paradigmi dell’unità così come concepita e vissuta dalla maggioranza degli Stati europei, Italia compresa. E’ intrinsecamente rivoluzionario, perché costringe a riflettere innanzitutto sulla scala locale, per passare solo in un secondo tempo, con un atto di volontà, alla scala globale. Dal basso verso l’alto, funziona così oltre confine; funziona così per la Costituzione federale, cambiata periodicamente dai cittadini, funziona così per le tasse, votate dai cittadini. Tutto ciò che di buono l’occhio italiano, esasperato da disservizi, caos, incertezza, scorge nella vita svizzera è il prodotto di una conquista democratica dal basso, un percorso faticoso e aspro, come è accaduto e accade a tutti i popoli che costruiscono nei secoli la propria libertà, una strada impegnativa che esige informazione e responsabilità da parte di tutti.

Già, l’informazione; ammesso e non concesso dal mio punto di vista che un’iniziativa del genere possa avere una ricaduta pratica in Italia, allora si copi almeno ciò che la Svizzera fa da sempre; ogni iniziativa sottoposta ai cittadini prima, al voto poi, è accompagnata da documenti che ne dimostrano i pro e i contro, contemplano punti di vista a favore e contro, le posizioni politiche diverse e le visioni del futuro, anche contraddittorie.

Non è con le strumentalizzazioni e le provocazioni (da una parte e dall’altra) che impariamo a conoscerci; costruire una regione interconnessa, realizzare la Grande Milano o la Grande Lugano (a seconda che si guardi da una parte o dall’altra della frontiera) può essere una sfida entusiasmante da cogliere insieme, ognuno con la propria identità, con le proprie specificità, perché la ricchezza sta nella sinfonia delle nostre culture, sempre più diverse, forse sempre più sinergiche.

No, signori; la strada per essere Cantone è ancora lunga e accidentata; banalizzare il federalismo rossocrociato, piegarlo all’esasperazione di questi anni così duri, presentarlo come fosse un traguardo da raggiungere con poco sforzo è un errore, che tradisce la sostanza di oltre settecento anni di democrazia diretta.

Per un Paese come il nostro e una Regione come la Lombardia che pure è tra le più vitali ed energiche d’Europa la strada rossocrociata è una strada che esige ai propri cittadini di ripensare alle radici la propria identità, che chiede ai cittadini di accettare la responsabilità per costruire la libertà. Non è affatto una facile via di fuga, per lasciare alle spalle l’immobilità di un Paese sempre più decotto. E’ una scelta di vita radicale, che non ammette fatui innamoramenti, chiede invece un amore solido e maturo.

Vogliamo essere autonomi, dopo vent’anni di mistificazione federaliste? Ritorniamo sui libri, rileggiamo e comprendiamo Gianfranco Miglio, osserviamo la Confederazione, studiamo la loro storia e il loro presente, confrontiamoci con la storia dei Cantoni che hanno scelto e ottenuto l’indipendenza interna (come il Giura degli anni Settanta). E’ nelle buone pratiche e nel pragmatismo elvetico che noi lombardi possiamo riscoprire la ricchezza della nostra cultura, per riscoprire, forse, quell’afflato federalista che fu già di Carlo Cattaneo.

Chissà che allora la Confederazione elvetica non ci appaia davvero più vicina, fraterna compagna di un nuovo futuro e non più via di fuga alle tribolazioni del quotidiano.

 

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

MULTINAZIONALI E GLOBALIZZAZIONE: LE DUE OPPOSTE VISIONI

Articolo successivo

CONTRO L'IMU IN IRLANDA SI SCATENA LA RIVOLTA FISCALE