Per fare le secessione bisogna infrangere le leggi

di RICCARDO POZZI

Cosa tiene unita una nazione? Una domanda semplice e complessa insieme. Gli stati moderni, le società democratiche, si fondano  intorno ad un documento ufficiale, un atto costitutivo, appunto, la Costituzione. Possiamo per questo dire che le Costituzioni tengono unite le nazioni? Naturalmente no, occorre di più. Esse sono tuttavia il gancio giuridico, l’appiglio legislativo.

La Costituzione Italiana, ad esempio,  all’art. 5 dice che l’Italia è una e indivisibile. Promuovere la scissione o la secessione di parte del paese è dunque incostituzionale. Ora non possiamo negare che, nella storia, chiunque abbia voluto sovvertire l’ordine e l’assetto politico, sia sempre stato accusato di contravvenire ai dettami giuridici di una nazione o un regno. Se leggiamo le sentenze di condanna che l’impero  austro-ungarico infliggeva ai martiri del risorgimento italiano, troviamo molti riferimenti ad accuse di attentato allo stato, tradimento e sovversione dell’ illegalità. Perciò, le attuali accuse di incostituzionalità a chi paventa scissioni all’interno degli stati, risultano corrette dal punto di vista formale ma  prive di prospettiva storica. E’ ovvio che chiunque intenda cambiare lo status di un territorio ne infranga le leggi.

Ma le costituzioni e  gli statuti, sono solo documenti, carte  al servizio dei popoli e non viceversa. Dunque l’unica vera legittimazione agli Stati, alle nazioni, agli organismi organizzati e autonomi è il consenso popolare. Se il popolo decide, le costituzioni si cambiano. Da questa necessità basilare discendono le preoccupazioni di ogni apparato dirigente di controllare il più possibile l’informazione nei paesi democratici, in quanto individuano nel consenso la vera fonte di sovranità  nazionale. La volontà popolare è il nucleo, il vero motore delle nazioni moderne. Nasce però una questione legata al consenso popolare. E cioè: quando possiamo dire che un popolo o una minoranza, all’interno di uno Stato unitario, abbiano o meno il diritto di autodeterminarsi come nazione autonoma?

Se pensiamo che tutta la popolazione di uno Stato unito debba decidere le sorti politiche di una minoranza, nessuna secessione o autonomia avverranno mai. Se, per ipotesi, nel 1850,  le regioni del lombardo-veneto avessero chiesto un referendum in tutto il regno austriaco per decidere della propria indipendenza, non avrebbero mai vinto la consultazione, non avrebbero mai avuto alcuna autonomia e la nazione Italiana non sarebbe mai nata. L’Italia, formalmente nata da una secessione violenta dall’impero austroungarico e dalle successive guerre d’indipendenza, non avrebbe visto la luce. Possiamo perciò dire che l’autodeterminazione dei popoli, principio sancito dalla Carta dei Diritti dell’Uomo sottoscritta all’ONU nel “48, è una opzione da esercitare solo all’interno delle popolazioni interessate e non nei sistemi che le inglobano.

Traslando queste enunciazioni di principio ai nostri giorni e nella nostra realtà italiana del 21° secolo, possiamo dire che le eventuali tentazioni di indipendenza di una parte minoritaria del nord del paese dovrebbero essere verificate all’interno delle stesse regioni che esprimono quel disagio. Sarebbe, dunque legittimo, verificare elettoralmente la situazione in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna Trentino e Friuli, per poter affermare che i popoli italiani desiderano rimanere  all’interno di uno Stato unitario. Ma dal punto costituzionale verrebbe accettata dallo Stato Italiano una consultazione abrogativa dello Stato stesso? Naturalmente no.  Ecco che, dunque, si evidenzia senza possibilità di equivoci come ogni diritto naturale riguardante l’autodeterminazione di popoli che aspirano all’indipendenza, passi necessariamente da uno strappo di natura illegale e violento, da un atto di rottura. Ma per fare questo occorre che il popolo esprima una classe dirigente  illuminata, ardita e coraggiosa, che si incarichi di guidarne la rivolta (opzione poco probabile), oppure che il grosso della popolazione inizi a sentire nelle proprie tasche l’insostenibile peso dell’unità, al netto delle suggestioni culturali e delle retoriche interessate di quella parte di nazione che dalla secessione avrebbe tutto da perdere.

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