OLIMPIADI: LA SECESSIONE FA VINCERE PIU’ MEDAGLIE

di STEFANO MAGNI

I Radicali colgono l’occasione delle Olimpiadi di Londra per fare professione di europeismo. In particolare, l’Associazione Radicale Esperanto, scrive nel suo sito che: “Dal 2008, come patrioti e federalisti europei, ci battiamo per una dimensione europea anche nello sport. Perché nelle competizioni internazionali i singoli Paesi dell’Unione partecipino dando visibilità alla comune patria europea”. Non chiedono (o per lo meno: non ancora) di creare un’unica squadra olimpica per l’intera Unione Europea. Ma almeno di affiancare la bandiera europea a quelle nazionali. Per dimostrare l’efficacia dell’operazione, l’Associazione Radicale Esperanto pubblica, ogni giorno, il medagliere dell’Unione Europea: “…abbiamo deciso di far vedere, giorno dopo giorno, cosa sarebbero state queste Olimpiadi 2012 se i 27 Paesi dell’Unione, rappresentanti di circa mezzo miliardo di eurocittadini, avessero gareggiato con la doppia bandiera dando voce alla dimensione europea dello sport che le grette politiche nazionali non vogliono, riservandoci solo una globalizzazione che viviamo da sudditi e non da protagonisti”. Secondo il medagliere aggiornato al 6 agosto, l’Ue avrebbe vinto 159 medaglie. E si sarebbe piazzata prima, al di sopra della Cina (62 medaglie), gli Stati Uniti (60) e la Russia (35).

La teoria sembrerebbe non fare una piega: uniti si vince. E andrebbe teoricamente applicata anche all’economia: uniti saremmo la prima potenza del mondo. Certo, come no. Uniti come l’Unione Sovietica nel 1988, ai tempi delle Olimpiadi di Seul. Peccato che 3 anni dopo l’Urss sia collassata. Forse proprio perché era troppo “unita”.

Ma lasciamo perdere la politica, l’economia e l’ideologia e limitiamoci al discorso sportivo: l’unione fa veramente la forza? Prendiamo giusto il caso dell’Unione Sovietica. Nel 1988 aveva una squadra olimpica comune a tutte le sue repubbliche e a Seul ha vinto 132 medaglie. Nelle ultime Olimpiadi, Pechino 2008 (è ancora troppo presto per confrontare il medagliere di Londra 2012), l’intera area ex sovietica ne ha vinte ben 171: Russia 72 medaglie (23 ori), Ucraina 27 medaglie (7 ori), Bielorussia 19 medaglie (4 ori), Georgia 6 medaglie (3 ori), Kazakhstan 13 medaglie (2 ori), Azerbaigian 7 medaglie (1 oro), Uzbekistan 6 medaglie (1 oro), Lettonia 3 medaglie (1 oro), Estonia 2 medaglie (1 oro), Lituania 5 medaglie, Kirghizistan 2 medaglie, Tagikistan 2 medaglie, Armenia 6 medaglie, Moldavia 1 medaglia. Quelli che erano ex cittadini sovietici, presentandosi divisi, si sono portati a casa un numero molto maggiore di medaglie, quasi un terzo in più.

Non basta l’esempio dell’Urss? Guardiamo alla Jugoslavia, allora. Ai tempi di Seul 1988, era ancora unita. E ha vinto 12 medaglie. Nelle Olimpiadi di Pechino 2008, la Croazia, da sola, si è portata a casa 5 medaglie, altrettante la Slovenia, la Serbia ne ha prese 3. Una in più: poco, ma anche la Jugoslavia ha guadagnato dalla sua divisione.

Altro esempio? Facciamo un altro esempio: la Cecoslovacchia, nel 1988, ha vinto 8 medaglie. A Pechino 2008, la Repubblica Ceca ne ha prese 6 e altrettante la Slovacchia: 12 medaglie in tutto, 4 in più rispetto a quando erano unite sotto il governo di Praga.

Divisi si vince di più. E lo stesso discorso si può applicare anche all’economia, alla politica e allo sviluppo in senso lato. L’Europa deve la grandezza della sua civiltà proprio al suo pluralismo. Chi vuole un grande Paese unito, dimentica la forza della competizione, principale motore del progresso. Chi ci vuole tutti uniti, dimentica la lezione dell’Unione Sovietica: un grande, grandissimo Paese dalla pancia vuota.

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