Ogni riferimento all’italianità è estraneo alla cultura Alpina

di ALESSANDRO ZERBINATO

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde. Incipit de “Il Sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern.

E’ innegabile che, nelle regioni del nord e nel Veneto, uno dei collanti dell’italianità sia costituito dagli alpini che con l’ANA danno vita a manifestazioni che negli ultimi anni si sono moltiplicate interessando moltissimi Comuni riempiendoli di tricolori.

Riguardo a tale sfoggio tricolorito, a questo gran pavese itinerante di un’italianità sempre meno sentita, un indipendentista veneto prova sentimenti contrastanti poiché se è vero che questo spirito patriottico provoca una certa nausea per l’evidente falso storico su cui è costruito è anche vero che proviamo grande rispetto per gli alpini.

Le truppe alpine furono usate senza criterio nella guerra fascista prima contro la Grecia e poi… CONTINUA A LEGGERE QUI

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Crisi: oltre 4 milioni i cittadini che non sanno come mangiare, +10%

Articolo successivo

Ma quale Veneto egoista, il Veneto è oppresso