C’è un vecchio detto, negli uffici del Tesoro che recita: “Quando l’Ocse parla dell’Italia, c’è sempre un “ma” dietro la porta”. Anche questa volta non fa eccezione. L’Outlook appena pubblicato arriva con l’entusiasmo di una giornata di novembre. Secondo i tecnici dell’organizzazione, la crescita italiana sarà “modesta”. Una parola gentile per dire che non si faranno salti mortali. Il Pil si muoverà come chi cerca parcheggio in centro: +0,5% nel 2025, +0,6% nel 2026, +0,7% nel 2027. L’Istat, dal canto suo, offre tempi quasi coincidenti: “Non entusiasmatevi, ma nemmeno deprimetevi”. Sul fronte dei conti pubblici, una buona notizia: il deficit è previsto in calo. Nel 2025 dovrebbe scendere al 2,9% del Pil, complice un mercato del lavoro che continua a produrre entrate Irpef e contributi come una caffettiera produce aroma. E grazie anche a una spesa minore del previsto per gli incentivi edilizi, ormai un tormento che un capitolo di politica economica. Il disavanzo continuerà poi a scendere: 2,7% nel 2026 e 2,6% nel 2027. L’Italia è un contabile scrupoloso: riduce, aggiusta, lima. Anche il saldo primario, quello che misura quanto lo Stato incassa al netto degli interessi, salirà fino all’1,3% nel 2027. Non male per un Paese spesso accusato di vivere sopra le proprie possibilità.
E il debito? Qui la storia si complica. Perché dopo anni di equilibrismi, nel 2026 tornare a salire al 137,7% del Pil, per poi calare timidamente al 137,4%. Colpa del Superbonus, che adesso presenta il conto anche nello stock del debito. Una sorta di “effetto ritardato” che l’Italia conosce benissimo: prima si brinda, poi si paga. Il panorama globale non aiuta. Il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann, lo dice chiaramente: il mondo cresce, sì, ma con la stessa sicurezza di chi attraversa una passerella con i tacchi troppo alti. Dazi in aumento, i prezzi seguono, consumi e investimenti cominciano a frenare. E se i mercati del lavoro restano “rigidi”, come dice l’Ocse, è un modo elegante per confessare che l’aria non è più quella frizzante post-pandemia. E allora arriva il mantra: “disciplina di bilancio”. Perché il debito pubblico è alto, altissimo, e mantenerlo domato richiede una cura costante. Riforme strutturali, riduzione della spesa, digitalizzazione della pubblica amministrazione: il solito rosario delle buone intenzioni che l’Ocse ripete ai governi come un genitore che ricorda a un figlio di lavarsi i denti.
Cormann insiste. Altro anche sulla necessità di semplificare: meno burocrazia, norme più chiare, meno impedimenti per chi vuole produrre, innovare, rischiare. Ed è qui che arriva la stoccata all’Italia. Nel capitolo dedicato alla regolamentazione, l’analisi è dura: la complessità normativa italiana – questa giungla di leggi, decreti, interpretazioni, riforme delle riforme – avrebbe ridotto il Pil pro capite di oltre il 3% negli ultimi vent’anni. Un’enormità. In pratica, la nostra iper-burocrazia avrebbe funzionato come un freno a mano tirato sulla crescita, incoraggiando investimenti e generando incertezza. Non serve molta fantasia per capire di cosa sanno parlare: imprese che non si affidano a quale norma, cantieri bloccati per interpretazioni divergenti, regolamenti che cambiano più velocemente dei governi. Un Paese dove la domanda più frequente degli imprenditori non è “quanto guadagno?”, ma “cosa rischio?”. L’Ocse, dunque, ci consegna un quadro che conosciamo fin troppo bene: un’Italia che cresce piano, che prova ad aggiustare i conti, che potrebbe fare molto di più ma inciampa nelle sue stesse carte bollate. Una nazione che corre con zavorre che si è messa da sola, ma che – nonostante tutto – resta in piedi. Se poi riuscisse anche a semplificare le norme, tagliare la burocrazia e liberare davvero la sua energia produttiva, il Pil potrebbe anche superare quel timidissimo +0,7%. Magari non diventeremo la Corea del Sud, ma almeno potremmo smettere di festeggiare ogni volta che superiamo lo zero virgola.




