OCCUPY WALL STREET, MA E’ RIVOLUZIONE O NO?

di FABIO FANTARONI

A diversi mesi dalla formazione del fenomeno “Occupy Wall Street” e dei suoi derivati in altri paesi al di fuori degli USA, ci si può domandare se questo possa ritenersi un fenomeno realmente rivoluzionario. La risposta è che sembra in realtà mancare di quei particolari requisiti che storicamente danno ad un movimento l’incisività rivoluzionaria. Infatti l’esperienza storica ci indica quali dovrebbero essere le principali dinamiche di una vera e nascente rivoluzione:

Precisamente è necessaria la presenza di un nuovo ceto sociale emergente in cerca del proprio riconoscimento da parte del resto della società. Inoltre, sotto la guida di un unico leader o di un gruppo di strateghi, questo stesso nuovo ceto sociale deve formulare idee innovative che precorrano i tempi, al limite farsi portatore di una nuova ideologia compiuta in grado di condizionare efficacemente il corso futuro degli eventi.

Purtroppo se guardiamo alle caratteristiche del fenomeno Occupy si nota come questo, almeno fino ad oggi, non solo manchi di tratti realmente rivoluzionari, ma abbia addirittura caratteristiche di segno opposto. Infatti il grosso del movimento è per la maggior parte costituito da esponenti del ceto medio oggi in grande sofferenza economica, fanno tutti parte quindi di una fascia sociale purtroppo declinante. Il messaggio di cui si sono fatti portatori fino ad ora è l’espressione di uno stato di sofferenza, ma non sono ancora state formulate idee o programmi nuovi. Manca inoltre un leader carismatico o un gruppo dirigente organizzato. Occupy Wall Street ha lanciato molti richiami ed appelli all’etica in campo finanziario e per una maggiore equità sociale, ma questo è insufficiente. Mancano infatti le idee concrete sul come venire incontro a queste esigenze, peraltro valide in ogni tempo. Ma cosa più importante manca la capacità di precorrere il momento storico ed intuire la direzione del futuro. Anche in questo caso i manifestanti di Occupy vanno pericolosamente in senso inverso quando fanno appello, per esempio, agli ideali ecologisti della decrescita felice. Questa infatti è una pretesa implicita di invertire il corso della storia, impossibile da realizzare.

Certamente qualora le condizioni delle economie occidentali dovessero malauguratamente peggiorare, gli aderenti al movimento Occupy andrebbero ad accrescersi fino a cifre anche imponenti, tuttavia all’interno dei limiti appena descritti, mancherebbero sempre di efficacia. Rischierebbero cioè di assomigliare pericolosamente ai moti di protesta destinati a fallire che la storia europea ha già registrato, come accadde per esempio al luddismo inglese o ai grandi moti europei del 1848.

Forse però per il movimento sarebbe ancora possibile orientarsi verso una direzione più efficace e centrata storicamente. Infatti nel mondo intorno a noi è sempre operante una reale rivoluzione, che non si è affatto interrotta nonostante la crisi economica e finanziaria ed è precisamente il processo di continua innovazione tecnologica, soprattutto in campo informatico e dell’IT. Ed è proprio da questi due settori che mese dopo mese, sempre più velocemente, provengono gli stimoli in grado davvero di cambiare le vite di tutti noi. Occupy Wall Street dovrebbe porsi l’obiettivo di cavalcare questa onda storica di cambiamento delle abitudini di vita cercando di orientarla verso il maggior vantaggio possibile per la collettività, cosa possibile se si dedica studio ed attenzione mirata a tutto l’insieme delle nascenti nuove tecnologie. Servono appunto idee e programmi nuovi che mettano la tecnologia al servizio di un migliore approvvigionamento energetico, della semplificazione delle pratiche burocratiche, della facilità di aprire nuove attività ed anche dell’inventarsi nuove carriere professionali in sostituzione delle vecchie mansioni che andranno nel frattempo perdute. Anche perché se non è l’opinione pubblica nel suo insieme a ripensare l’innovazione tecnologica al servizio del proprio benessere e dell’indipendenza economica, c’è sempre il rischio che poche “grandi mani” all’interno dei così detti “poteri forti” si avvalgano delle nuove tecnologie per ingabbiare e circoscrivere sempre di più lo spazio del singolo individuo.

 

 

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1 Comment

  1. Le rivoluzioni sono tali solo quando la brava gente prende in mano la situazione e ne sottrae il controllo all’organizzazione criminale altrimenti detta stato.
    Il controllo non si prende perdendo tempo ad elaborare paroloni, slogan e discorsi belli, con la punteggiatura ed i concetti.
    Il controllo non si prende neanche dicendo “andiamo”.
    Il controllo si prende quando la gente si guarda negli occhi e senza proferire ulteriore parola si muove all’unisono e scaccia l’invasore, il mafioso ed il brigante, senza porsi alcun limite di mezzo o strumento pur di raggiungere il fine comunemente e naturalmente concordato.

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