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O ci muoviamo subito verso l’Indipendenza o tacciamo per sempre

di  GIANLUCA MARCHI
Confesso che questo non è un articolo facile da scrivere e tuttavia è uno sforzo che va compiuto da parte del sottoscritto, insieme all’elaborazione di una proposta che intendo gettare sul tappeto per ora a titolo personale, ma che credo debba essere un’inevitabile motivo di riflessione e discussione subito dopo lo svolgimento di queste elezioni politiche e regionali (per la Lombardia, ovvio, il resto ci interessa meno di nulla), destinate ahimé a produrre non granché di buono per gli indipendentisti e gli autonomisti.
Cominciamo con la prima parte, l’ammissione. E’ vero, come ha scritto ieri l’amico Facco, io e anche Gilberto Oneto nei mesi scorsi abbiamo fatto un’apertura di credito verso quello che si configurava come il nuovo corso leghista interpretato dalla segreteria di Roberto Maroni. Non intendo qui parlare in nome e per conto dell’amico Gilberto, che è molto più bravo di me a far valere le proprie ragioni. Mi limito a dire la mia: ho sempre scritto, anche a costo di attirarmi le critiche di molti, che avrei osservato con attenzione il procedere della Lega 2.0 nel momento in cui prendeva il posto del vecchio Carroccio bossiano. Siccome sono abituato a procedere in base alla ragione più che al cuore e alla pancia, la ragione mi diceva che l’apertura di credito poteva essere concessa, senza per questo tacere tutti gli errori, le delusioni e i tradimenti di cui la Lega era stata protagonista negli ultimi quindici anni. (Tra l’altro non sono mai stato animato da spirito di rivalsa personale verso un movimento al quale penso di aver dato qualcosa in più di quanto abbia ricevuto). Ho altresì sempre scritto che, dal punto d’osservazione de L’Indipendenza, avremmo valutato i comportamenti della Lega maroniana, non tacendo le nostre critiche se questi fossero stati deludenti.
Al di là della questione della pulizia interna, accompagnata da grandi strombazzamenti ma ben presto messa in naftalina, la ripetuta sottolineatura della necessità che la nuova Lega si presentasse da sola ai prossimi appuntamenti elettorali e il progetto, sebbene solo abbozzato, di Macroregione erano sembrati essere due binari su cui incardinare un nuovo corso che recuperasse alcuni valori originari del Carroccio e soprattutto che prefigurasse una sorta di catarsi per il movimento. Poi le elezioni sono arrivate e tutto o quasi è stato rinnegato. E’ stata riallacciata (ma s’era mai rotta dietro le quinte?) l’alleanza con un improponibile Silvio Berlusconi e con un impresentabile Pdl, gettando alle ortiche il cosiddetto “modello Verona” (scomparso da qualsiasi discorso), che pure poteva avere un suo fascino perché prospettava la decomposizione del vecchio schieramento e la sua ricomposizione in una versione legocentrica. Si è tentato in compenso di confondere le acque con il progetto delle “liste civiche” per la Regione Lombardia, che per altro si sta rivelando poco cosa.
Non voglio farla lunga, ma quella compiuta dalla cosiddetta nuova Lega (anche e soprattutto nella composizione delle liste) si sta rivelando come la pura e semplice sostituzione di un vecchio gruppo di potere, quello bossiano, con un nuovo gruppo di potere, quello maroniano, dove molti degli esponenti di spicco erano fino a qualche mese fa dei fedelissimi di Bossi. Tanto tuonò che piovve, verrebbe da dire. E anche lo sbandierato progetto del 75% delle tasse trattenute sul territorio sembra più che altro uno slogan utile a ridare slancio alle truppe stanche e bolse (dei militanti e degli elettori storici), che evidentemente non ne hanno ancora abbastanza di orizzonti presentati come a portata di mano, ma sistematicamente rivelatisi come impossibili da raggiungere a causa delle alleanze coi partiti romani. “A Roma non si può combinare nulla di buono” è andato per mesi ripetendo Bobo Maroni, ma con Roma s’è subito alleato (leggasi Berlusconi, Alfano, Fratelli d’Italia vari e Grande Sud) non appena s’è prospettata la possibilità di conquistare la Regione Lombardia per sé. Non è difficile immaginare che se anche la scommessa dovesse riuscire, del progetto 75%  ben presto ci si dimenticherà, se non altro perché l’alleato più grande, il Pdl, ogni due per tre va ripetendo che in Lombardia si tratta poi di spostare non più di 2-3 punti percentuali di risorse, mentre per qualche realtà come il Piemonte si correrebbe il rischio di ritornare soldi alla Capitale piuttosto che riaverli indietro. Insomma, Maroni e la Lega 2.0 hanno compiuto anche in questo caso una scelta di potere, ovviamente legittima, ma in sostanza destinata a perpetuare l’occupazione poltronista fine a se stessa, più che a prospettare scenari “rivoluzionari” per il Nord.
E vengo ora alla proposta che butto lì, ripeto, a titolo personale, sperando che possa accendere una discussione post-elettorale. Questo giornale, come quasi tutti i suoi lettori sanno, è nato con l’intento di creare una piazza di discussione e di confronto fra autonomisti, indipendentisti e movimenti vari che si richiamano a questi ideali. Con la convention di Jesolo e poi con l’incontro di Padenghe coordinato da Facco, s’è cercato di far parlare e confrontare fra loro i vari movimenti e provare a verificare l’esistenza di un percorso comune dove potessero in qualche modo unire le proprie forse, troppo spesso disperse in un pulviscolo destinato a non produrre risultati tangibili. L’esito di tali iniziative, dove L’Indipendenza s’è volutamente ritagliata il ruolo di elemento terzo volto solo a favorire il confronto, s’è rivelato poco entusiasmante. Ciò mi convince di una cosa: gli indipendentisti e gli autonomisti che esistono nelle comunità cisalpine, subalpine, padane o nordiste che dir si voglia, o compiono un salto di qualità adesso che la crisi che attanaglia l’Italia è sempre più devastante oppure possono tacere per sempre. Per questo ritengo che, subito dopo il voto del 24-25 febbraio, si cominci a ragionare e discutere di un movimento per L’Indipendenza che vada oltre partiti, partitini, gruppi e gruppuscoli oggi esistenti, che giochi di sponda e utilizzi la forza de numeri raggiunta da questo giornale per mettere insieme una federazione trasversale – pensate a come gli indipendentisti catalani non siano confinati solo nell’area del centrodestra – di donne, di uomini, di associazioni e quant’altro all’unico scopo di raggiungere l’indipendenza delle nostre comunità (che poi ciascuna realtà si giocherà come crede). Obiettivo: essere presenti alle elezioni già a partire dal 2014.

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