NON SEMPRE LA DEMOCRAZIA DIRETTA E’ LA RISPOSTA GIUSTA

di CHIARA M. BATTISTONI

Qualche tempo fa mi capitò per le mani un libro del 2000; poco più di un centinaio di pagine (edite da Rizzoli nel 2007) scritte dallo storico Eric Hobswam, dal titolo provocatorio “La fine dello Stato”; libello quanto mai attuale un po’ come gli scritti (precedenti a questo pamphlet) di Kenichi Omahe, in cui tra l’altro si legge: (pag. 69): “ (…) ci troveremo davanti ai problemi del XXI secolo con un insieme di meccanismi politici terribilmente inadatti ad affrontarli. Questi meccanismi, il cui funzionamento è di fatto confinato entro le frontiere degli Stati – nazione sono chiamati a confrontarsi con un mondo globale che va oltre il loro raggio di azione. Non è neppure chiaro in che misura sia possibile applicarli all’interno di un territorio vasto ed eterogeneo dotato di una comune cornice politica di riferimento come l’Unione Europea.”

Ciò che sta accadendo oggi, in Italia come in Europa, è il segnale di un modello non più sostenibile, che chiede di essere ripensato fin dentro i suoi pilastri fondativi. Paradigmi nuovi per un mondo diverso, la cui mappa del sapere e della forza non ha più molto a che vedere con quella del XX secolo; paradigmi nuovi e teste nuove, con occhi che sappiano vedere là dove finora nessuno è stato capace di andare.

Un motivo in più per riflettere sul senso di scegliere dei tecnici in situazioni di crisi. Nella dimensione delle discipline tecnico-scientifiche, i tecnici sono chiamati a far funzionare ciò che già esiste; conoscono la prassi e questa applicano, ma non si può chiedere loro di costruire scenari e cornici nuove. Il tecnico conosce l’”arte” e sa applicarla; deve far sì che la macchina dia il meglio di sé, secondo i protocolli stabiliti. Gli scienziati, invece, esplorano il nuovo, lo indagano, lo cercano e tracciano scenari, talvolta visionari, elaborano linee guida. Due ruoli del tutto complementari, preziosi l’uno all’altra, sinergici e collaborativi. In politica non è (o non dovrebbe essere) molto diverso; quando c’è bisogno di “vision” ci vogliono i politici che dai tecnici ricevono tutte le informazioni necessarie per le scelte strategiche. In molti Paesi funziona proprio così; in questo contesto le scelte, quelle tattiche e operative, sono affidate spesso ai cittadini, soprattutto là dove esistono meccanismi di democrazia diretta; esiste però un organo politico – rappresentativo a cui sono affidate le scelte strategiche, i grandi indirizzi, le direttrici di cambiamento. Ecco perché invocare la democrazia diretta non è necessariamente e sempre la risposta ai problemi, soprattutto quando i problemi sono strategici, non tattici e operativi.

Vi faccio un esempio, citandovi la Confederazione elvetica che di consultazioni popolari è maestra. Ebbene, domenica scorsa 17 giugno, in occasione della tornata referendaria federale era al voto l’iniziativa popolare “Accordi internazionali; decida il popolo”, finalizzata al rafforzamento dei diritti popolari in politica estera. In sostanza si chiedeva ai cittadini di accettare la modifica di un articolo della Costituzione (il 140, che norma il referendum obbligatorio previsto oggi per modifiche costituzionali, adesioni a organizzazioni di sicurezza collettiva o a comunità sopranazionali, leggi federali urgenti) in modo che Popolo e Cantoni potessero votare trattati internazionali in settori importanti per il Paese e si esigesse la maggioranza di Popolo e Cantoni per trattati che comportino spese uniche superiori al miliardo di franchi o spese ricorrenti superiori ai 100 milioni di franchi.

Ebbene sapete com’è andata a finire? Iniziativa sonoramente bocciata dal 75.2% dei cittadini partecipanti al voto (a dire il vero pochi, solo il 37,8% degli aventi diritto). Come ha osservato il Consigliere federale Simonetta Sommaruga, al “no” hanno contribuito i “temuti effetti indesiderati sulla piazza industriale svizzera”; i cittadini elettori hanno probabilmente capito che la salute dell’economia svizzera è anche il frutto di relazioni stabili e affidabili con l’estero e potendo già contare su un’ampia autonomia decisionale hanno ritenuto inutile l’iniziativa proposta.

Il turno di domenica non è stato certo l’ultimo finalizzato all’estensione  dell’autonomia del Popolo. Poche settimane fa Berna ha confermato la riuscita formale (è stato cioè raggiunto il numero necessario di firme per passare alla votazione popolare) dell’iniziativa popolare “Elezione del Consiglio federale da parte del Popolo”; gli Svizzeri dovranno scegliere se rivedere o meno la Costituzione in modo che il Consiglio federale (il Governo svizzero) sia eletto direttamente dai cittadini e non più, come accade ora, dall’Assemblea federale plenaria (le due Camere riunite). Non è la prima volta che l’argomento viene sollevato, motivato dalla volontà di rafforzare i diritti popolari e la legittimazione democratica del Governo, principi che in linea generale il Consiglio federale condivide pur mettendone in luci i tanti limiti. Come sempre accade, all’iniziativa è associato un rapporto che illustra nel dettaglio i pro e i contro dell’iniziativa; analisi di dettaglio, che offre tutti gli elementi necessari per decidere. In esso si trovano le argomentazioni ai limiti individuati; tra queste, la riflessione che il Consiglio federale eletto dal Popolo non sarebbe più “al di sopra dei partiti”; i consiglieri (ovvero capi dei Dipartimenti, l’equivalente dei nostri Ministri) sarebbero considerati ben più di oggi espressione del partito di appartenenza. “Essere al di sopra dei partiti” non esclude affatto l’appartenenza ma ribadisce il principio della collegialità; in Consiglio ci si spoglia della militanza e si lavora insieme per il bene del Paese (la formula magica, che unisce maggioranza e opposizione).

L’elezione diretta, però, costringerebbe anche alla selezione dei candidati al Consiglio, assegnando così nuovi compiti ai partiti nazionali, depotenziando nel medio periodo quelli cantonali; il risultato finale porterebbe a una dinamica centralizzatrice, oltre a una possibile, maggior dipendenza finanziaria dai finanziatori privati. In un ordinamento federale come quello rossocrociato, partiti cantonali e federali devono coesistere, perché traducono in pratica il principio di territorialità che è uno dei pilastri storici del federalismo. Infine, un Consiglio federale eletto dal Popolo potrebbe esprimere una maggioranza diversa da quella del Parlamento, portando a una situazione ancor oggi quasi sconosciuta in Svizzera, grazie all’attuale meccanismo di elezione che garantisce stabilità politica e collaborazione efficiente tra le istituzioni.

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