“Non desiderare la patria d’altri”

Riceviamo e pubblichiamo la Premessa e la Prefazione al libro “Non desiderare la patria d’altri, di Nerio de Carlo.

“Uno chiede il diritto, di tanto in tanto, di scrivere per quei pochi che hanno interessi particolari e la cui curiosità si estende in maggiore dettaglio”. (Ezra Pound).

Cave librum! Attenti al libro!

Il titolo è la chiave di questo lavoro. Una introduzione diventa doverosa quando la storia è surgelata nei programmi.

Queste righe contropelo, con licenza di dire e colpire, sono destinate sia a chi lavora la montagna, sia a chi, privo del culto della sottomissione, ha il vincolo della pazienza. L’argomento è d’altronde approssimativamente enunciato in un passo biblico.- Non sono, invece adatte ad agitatori di coda per cani pigri, a paperi leccatori di immondizie e a nazionalisti: nel Talmud lo sciovinismo è considerato idolatria.
Il presente monologo a distanza è infine sconsigliato a due categorie: 1) quanti si svegliano con la prospettiva di mettersi un elmo sulla testa; 2) le pecore convinte che cambiare gregge sia la soluzione.
L’iniziativa sembrerà insolita a lettori nati in cattività, ma anche un sacco di carbone può alimentare le stufe. Anche un torsolo di mela selvatica gettato da un finestrino di una vettura puòfar germogliare un albero di melo al margine della strada.“L’uomo è un animale non ancora stabilizzato – sosteneva Nietzsche – quindi ha ancora qualche possibilità!

Perché la scrittura in questo messaggio?- Perché essa è un fallimento minore rispetto ad altri. Che cosa ha la realtà di meno importante rispetto alla finzione? Si è al corrente che nel paese della bugia la verità è una malattia, ma sia almeno consentito di immaginarla contagiosa. Scrivere significa esprime e comunicare.
La parola scritta ha una forza morale. E’ giusto usarla per far affiorare dimensioni storiche non note. Essa è una corazza anatomica di dubbi. Il dubbio è un’arma intellettuale: necessario come un sogno che libera il subconscio da reumatismi ineriori. Nel caso di specie per evidenziare ragioni di nullità in realtà ingiuste e che non producono effetti ipso iure, per diritto. Tra queste il cosiddetto trattato di Saint Germain, che avrebbe stabilito l’annessione del Sudtirolo all’Italia, decaffeinandone le stratificate colonizzazioni ideologiche. Per troppo tempo è mancato il vero punto d’appoggio.

Per definizione il passato non può difendersi. Deve intervenire il capitale simbolico del pensiero. La cultura è un valore sociale: bisogna condividerla e non solo possederla. Il carattere magico delle parole può congelare le false convinzioni, riducendole alla realtà. Nominare le cose peggiori che sono accadute è liberatorio. A queste appartengono un fallimento di successo e una pace senza fortuna chiamati Saint Germain. Ciò permette, infatti, di superare dubbi, equivochi e abusi residui, consentendoci di rivolgere i pensieri a realtà che ci fanno amare la vita. Un aspetto, se non politicamente, di certo culturalmente corretto.

La vita è fatta di domande. Ma sono le risposte a fare la differenza.

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P R E F A Z I O N E

Alle devastazioni della prima guerra mondiale non subentrò purtroppo in Europa Centrale alcun riequilibrio per una pace duratura. Ne conseguirono piuttosto regimi dittatoriali con il loro seguito di tribolazioni.

I Sudtirolesi furono particolarmente penalizzati dal Trattato di Saint Germain, integrato da una lunga serie di sventure.- La divisione del Tirolo è stata ed è una grave ingiustizia nel cuore dell’Europa.

Nel suo saggio il Prof. De Carlo espone con nuova luce ed argomenti inediti i retroscena e le circostanze di questo vulnus politico.
Si ha motivo di ritenere che in questa nuova dimensione culturale si sentano particolarmente coinvolti sia archivisti che esperti di diritto pubblico obiettivi.

A quanti stanno a cuore il diritto e la giustizia sulla lacerazione del Tirolo, interesserà il presente contributo finalizzato a maggiore chiarezza su eventi e circostanze che determinarono le imposizioni del 1919.

Ciò non riveste soltanto interesse scientifico, ma riguarda anche la prospettiva di possibili sviluppi sia per l’istanza di legittimi effetti politici, sia per l’aspettativa di decisioni di ampia portata.

Eva Klotz

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Nella seconda metà dell’agosto 1917 ci fu la 11^ battaglia dell’Isonzo. L’Imperatore Carlo I [1887 – 1922] pianse per i caduti e promise:”Nessun uomo può più rispondere di questo davanti a Dio. Io faccio punto, quanto prima possibile”. L’unica possibilità per far cessare la strage gli sembrò una difficoltosa ritirata unilaterale dopo le operazioni in atto. La decisione sarebbe stata presa a Feltre il 20 luglio e attuata nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 1918.
L’armistizio, non una capitolazione, fu graduale. L’Imperatore ne aveva già fatto richiesta agli Alleati il 13 settembre. Il 29 ottobre il Capitano Camillo von Ruggera [1885-1947] reiterò la richiesta firmata il 9 ottobre dallo stesso Comandante del VI Corpo d’Armata Generale Viktor Weber von Webenau [1861-1937], che era poi a villa Giusti per la sottoscrizione finale nel pomeriggio del 3 novembre, essendo pervenuta alle ore 16,30 l’autorizzazione austriaca.
La cessazione delle ostilità non fu esente da equivoci.- Il Generale italiano Pietro Badoglio [1871-1956] pretese cavillosamente una proroga fino alle ore 15 del giorno dopo. Pochi minuti prima dell’entrata in vigore il comandante della 23^ Divisione italiana Generale Giuseppe Fara attaccò nei pressi di Pocenia (Friuli) un battaglione magiaro in ritirata: sei furono i caduti dello squadrone “Aquila”.- Anche una trasmissione televisiva sull’argomento è stata programmata dalla RAI il 2 ottobre 1997 nella serie “Format”.
A proposito del Generale Badoglio, la cultura italiana ha voluto organizzare, a titolo di approfondimento storico, due intelligenti processi nel 1984 e nel 1985 rispettivamente a Palazzo Cusani di Milano e a Palazzo Anguissola a Piacenza. Il verdetto fu sempre di condanna: diserzione (Caporetto), genocidio con il gas (Etiopia) e tradimento (8 settembre 1943).

Lo storico A. J. Taylor [1906-1990] scrisse a pagina 337 dell’opera “La monarchia asburgica” pubblicata nel 1985 da Mondadori:”Dopo la firma dell’armistizio, ma prima della sua entrata in vigore, gli italiani sbucarono da dietro le truppe inglesi e francesi, dove si erano tenuti nascosti, e nella grande ‘vittoria’ di Vittorio Veneto – raro trionfo delle armi italiane – catturarono centinaia di migliaia di soldati austro-ungarici disarmati e che non opponevano resistenza”.
Altrettanto convincente fu Giuseppe Prezzolini [1882 – 1982] nel “Quaderno della Voce n. 43, serie terza, pag. 34-35):”Vittorio Veneto è stata una ritirata che abbiamo disordinato: una battaglia che non abbiamo vinto. Questa è la verità che si deve dire agli italiani: la verità che gli italiani devono lasciarsi dire”.

Se c’è stato un armistizio, dovrebbe esserci stata anche una linea dell’armistizio. Fu rispettata? Il 7 novembre fu raggiunta Bolzano. Il 10 novembre fu la volta del Brennero. Il 23 novembre 1918 le truppe italiane occuparono anche Waldeck ed Innsbruck, rimaste senza protezione: il Quartier Generale era presso il Tiroler Hof.- Ai primi del 1919 giunsero anche a Vienna, con Quartier Generale nell’Hotel Imperial. Gli Alleati insistettero parecchio tempo per farli desistere, dopo aver spiegato che certe occupazioni non erano previste nei patti ma erano contigue al parassitismo risorgimentale.

Dopo l’armistizio (nove mesi nel caso di specie) seguì la pace. Per una ventina di Paesi alleati pace con l’Austria.
La guerra era cominciata contro l’Impero asburgico esistente da 600 anni. Ora si doveva conciliare con la neonata Repubblica dell’Austria Tedesca dei territori di lingua tedesca a occidente del fiume confinario Leitha, denominati appunto cisleitani.

La nuova Repubblica fu proclamata il 12 novembre 1918: Karl Seitz [1869-1950] Presidente e Karl Renner [1870-1950] Cancelliere: entrambi incerti come congiuntivi con gli occhiali da sole. L’istanza principale era l’annessione alla Germania. Nella legge sulla forma dello Stato e del Governo, articolo 2, è letteralmente dichiarato che la Repubblica dell’Austria Tedesca è una componente della Repubblica Tedesca,

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Perfino i deputati di sinistra erano d’accordo, non per pangermanesimo ma per l’internazionalismo socialista. Ciò non deve sorprendere, tanto “Le nazioni sono tutte, storicamente, comunità inventate. Esistono o non esistono a seconda di quanti credono, o non credono, alla loro esistenza”, come scrisse Angelo Panebianco nel Corriere della Sera del 24 giugno 2010, pagina 1.

Nel Diritto Pubblico si legge che gli elementi costitutivi dello Stato sono il territorio, il popolo e la sovranità .- Se anche uno solo di questi manca, viene meno il concetto di Stato.- E’ prassi consolidata che ci sia anche un altro requisito di grande rilievo: la dichiarazione internazionale come atto politico che riconosca l’esistenza di Stato)

E’ il caso di stabilire se la Repubblica dell’Austria Tedesca fosse nel 1919 uno Stato indipendente. Il territorio, quale area geografica definita, era da intendersi appartenente ad altra realtà statale. Il popolo, quale insieme di persone stabilmente residenti, c’era. La sovranità (quale apparato esercitante il potere indipendentemente da un’autorità esterna) invece non ricorreva, essendo componente di altra nazione. Quanto al riconoscimento internazionale, non risulta che altri organismi lo avessero espresso.
Si tenga inoltre presente che in Austria c’erano ancora sia l’Imperatore, sia il suo governo benché esautorati di fatto. L’esilio del sovrano fu infatti attuato soltanto il 3 aprile 1919, più di due mesi dopo l’inizio delle trattative di pace iniziate il 18 gennaio 1919.

L’Austria non era quindi abilitata giuridicamente, sotto pena di nullità, a concludere in generale trattati internazionali.

La situazione era ugualmente grave sotto il punto di vista ambientale.

Come è noto a Parigi comandava George Clemenceau [1841-1929], viscerale avversario dell’Austria ritornato al potere nel 1917. Per le imposizioni di Versailles contro la Germania egli aveva scelto il 28 giugno 1919. La data sembrava casuale, ma da una attenta osservazione risulta che il giorno e il mese corrispondevano all’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando [1863-1914], erede al trono di Vienna. Impossibile non riscontrare la responsabilità del governante francese nell’attentato di Sarajevo e non solo. Fu anzi una ammissione di colpevolezza in piena regola con valenza ed espressione di insistenza sull’Austria.
Clemenceau dispose con la sua voce da gallo ventriloquo che la delegazione austriaca per le trattative, ovvero per le imposizioni, di Saint Germain non fosse alloggiata in un albergo, come si usava. Le fu invece espressamente assegnata villa Reinach.

Il Barone Jacque Adolphe Reinach [1840-1892], eminenza grigia esperta in truffe nella scandalosa faccenda del canale di Panama, banchiere, finanziere, trafficante, estorsore e infine vittima di estorsioni, era caduto vittima di Cornelio Herz [1845-1898], complice ideale per Clemenceau e a sua volta truffatore truffato. Potrebbe essere vero che presso i più importanti bivi della vita non ci sia alcuna segnaletica, anche se vi passano figure di transito.
La delegazione austriaca dovette quindi soggiornare nella casa appartenuta a un uomo “liquidato” dalla stessa mano che aveva fatto uccidere Francesco Ferdinando e, probabilmente, Rodolfo [1858-1889], nonché in maniera più obliqua Massimiliano [1832-1867], rappresentante degli odiati monarchi? I simboli affollano la storia, la quale li riempie, li svuota e li ripropone come un calzino o un vecchio abito rivoltato. I simboli hanno proprio stoffa da vendere.

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George Clemenceau aveva sulla coscienza anche Reinach, vecchia faccia da luna calante appartenente alla stessa cricca. Il capo della delegazione austriaca, ma anche Heinrich Lammasch [1853-1920] e Kurt Schumacher [1895-1952], Alfred Gürtler [1875 – 1933], Ernst Schönbauer [1886 – 1966] ed altri dovevano essere al corrente della concomitanza Rudof-Francesco Ferdinando- Massimiliano-Herz- Clemenceau e ne trassero intimidazione.

Jacque Reinach, ideatore di una scandalosa lotteria che rovinò 75.000 azionisti, non scomparve per
morte naturale. Egli fu brutalmente assassinato il 20 novembre 1892 a 52 anni di età per impedirgli
di testimoniare nel processo programmato quattro giorni più tardi. Se fosse vissuto avrebbe potuto spiegare quanti ragni fossero serviti per una simile ragnatela. La sua tradizionale astuzia aveva invece sottovalutato l’insegnamento di Hans Christian Andersen [1805-1875]. Il celebre favolista danese era solito tenere a portata di mano una robusta cordicella di canapa per fuggire dalla finestra in caso di incendio. Era infatti sempre attuale l’ammonizione di Giove a Prometeo:”E’ pericoloso giocare con il fuoco”.

Il collegamento Villa Reinach-Trattato di Sain Germain non deve rimanere ignorato nel tempo.
Il negoziato non fu un punto d’arrivo, ma un cerchio che si chiuse. La pressione psicologica sulla
Commissione austriaca esercitata dalla sconfortante residenza evidenziò gli estremi della
coercizione e del plagio mentale. Villa Reinach non fu un gesto di civiltà, ma un illecito di chi esercitò il potere per disattivare i naturali sistemi di autodifesa. Il luogo emanava messaggi eccezionalmente forti per i suoi precedenti ambientali.

A tutti i delegati austriaci era naturalmente noto un precedente significativo. L’Arciduchessa Ol’ga di Kiev [Helga in norreno. Nata intorno al ‘900 presso Pskov. Battezzata nel 957 con il nome di Elena] era solita ospitare le commissioni straniere in costruzioni di legno. Qualora le trattative non avessero ottenuto i risultati sperati, le faceva incendiare con tutti i negoziatori. Fu dichiarata Santa dalle Chiese cattolica e ortodossa. L’antefatto non fu indifferente per lo stato d’animo e l’indipendenza delle successive delegazioni, compresa quella austriaca del 1919.

Risalta chiaramente la nullità di conclusioni estorte in tale situazione di costante pericolo.

Ancora peggio, se possibile, fu l’iter procedurale.

Come è noto, gli accordi internazionali debbono essere redatti nelle lingue dei contraenti. In caso contrario si registra un vulnus propedeutico alla nullità.
Il Trattato di Saint Germain-en Laye fu scritto esclusivamente nelle lingue francese, inglese e italiana. Non si pretende che ci fosse la versione thailandese, visto che il Siam figura tra gli stipulati, ma il tedesco è una grande lingua di cultura, oltre che essere la parlata del Paese principalmente interessato. L’economista britannico John Maynard Keines [1883-1946] si indignò, ma fu emarginato.

Se tutto ciò non è motivo di nullità del Trattato di Saint Germain, allora i principi del Diritto non hanno alcun fondamento.

Non è tutto.

Si parla molto dei 381 articoli del Trattato di Saint Germain. Si conoscono le conseguenze e le relative criticità.

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Una sana curiosità indurrebbe al desiderio di leggere in originale il patto in questione. Un desiderio di sapere che non si potrebbe negare. Invece no non si può controllare, per esempio, se la parola ‘Brennero’ vi era eventualmente contenuta, oppure se la stessa fosse stata solo promessa da Thomas Woodrow Wilson [1856-1924] agli Italiani nel 1919.
Il Trattato autentico, probabilmente manoscritto, non si può esaminare. Esistono solo delle copie, anche discordanti tra loro. Le trascrizioni dattiloscritte (anche in caratteri gotici) dovrebbero risalire almeno a una dozzina di anni più tardi. La prima macchina da scrivere affidabile, prodotta dalla Remington, fu infatti la ‘Rand’ del 1927, dopo i fallimenti tecnici delle precedenti Remington Typewriter Company, Rand Kardex Company e Powers Accounting Cocampany. Poi seguì la commercializzazione. Le prime macchine da scrivere di produzione tedesca furono le “Continental” nel 1930.

Sia consentito pensare che, se un archivio ha perduto un documento internazionale di tale rilevanza, esistono conservatorie in altre capitali più favorite dalla sorte, Parigi, Londra, gli USA, Mosca…per esempio, dove si possono effettuare le debite consultazioni.

Si addensa il sospetto che il Trattato di Saint Germain non sia mai esistito nella sua forma conclusiva che, tra l’altro, avrebbe definito gli attuali confini.

E’ possibile formulare una ipotesi. A Versailles l’Italia aveva chiesto anche una parte della Turchia occidentale. Se ne era parlato, ma poi la pretesa era stata lasciata cadere. Non risultano documenti che dimostrino il contrario. Le omissioni in definitiva falsificano.
Per analogia si può ricordare che anche per il Trattato di Saint Germain l’Italia chiedeva spesso integrazioni e rettifiche con un continuo andirivieni di delegati con facce da ambizione di unicità, baffi circonflessi e orgia di retorica. Ciò aveva ritardato o rimandato conclusioni al punto di lasciare alcuni punti sospesi e incompiuti. Il sospetto di non esistenza di talune dimensioni conclusive appare quindi giustificato in un ragionamento prudente e giudizioso. Ci sono casi isolati e casi peninsulari. Non poche sottoscrizioni ipotizzate infine evaporarono. Non sorprenda quindi che non ne esista traccia negli archivi, se non dove, peraltro, si notano sullo specifico argomento solo impronte di antichi sacrestani che si incensano a vicenda.

La gente che vive attorno alle montagne è in sintonia con le forze della natura e non con le città eterne. Alla sua mente competono un’identità e un’istanza di individualità da far valere appena il monopolio della storia dovrà giustamente cessare.
La menzogna sulla propria collocazione è spesso più persuasiva della verità. Essa compiace credenze e pregiudizi, ma la ragione deve manifestarsi quale strumento di ogni libertà. Bisognerebbe pensare a una diuresi di quanto ci è stato inculcato nei decenni.

Esiste anche una sovranità individuale. Non si è esseri umani abusivi. Dopo aver letto le informazioni sopra esposte, alcune riflessioni e un clistere mentale si impongono. Se si ha l’impressione, o la convinzione, che qualcosa non quadri, ci si deve sottrarre dalla mentalità imposta per stabilire un nuovo equilibrio intellettuale. Anche la Chiesa ha un proprio ruolo. La fede non può riguardare solo la salvezza dell’anima, ma consolidare la verità sulla condizione umana delle comunità religiose. Tutto deve procedere senza animosità e senza fretta, ma deve risultare chiaro che la corona di spine non è una delle radici cristiane. La patrona degli stupidi è Santa Ignoranza.

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Non si deve perdere tempo, che già è poco. Le acque vanno smosse. Altrimenti succede come all’insalata: se non la si mangia in tempo, diventa fieno. L’accortezza vuole tuttavia che non si mettano i topi a guardia del formaggio. Inoltre bisogna essere prudenti perché in ogni repubblica delle banane si può sempre scivolare su una buccia. Bisogna convincersi infine che il regime non è un animale invincibile. La conoscenza delle cose non gli garantisce di addomesticare a suo piacimento la natura. Se il potere ha qualcosa da obiettare, esibisca le prove, cioè il Trattato di Saint Germain, in originale e non per sentito dire. La sfida può essere accettata.

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L’ A U T O R E

Nerio de Carlo è nato a Basalghelle, vicino a Pordenone/Portenau che fu per secoli feudo della dinastia asburgica dal 1276. L’aquila bicipite figura ancora quale emblema della città sul fiume Noncello. de Carlo si è dedicato per molti anni all’insegnamento ed è ancora partecipe all’attività culturale.
Nerio de Carlo non è inquadrabile in alcuna tendenza politica o didattica, ma evidenzia un influsso della cultura mitteleuropea, la quale non è una dimensione statale ma un destino. I contorni della Mitteleuropa sono infatti immaginari, come ricordava Milan Kundera, e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuova realtà storica.
La sua formazione cosmopolita non deriva dalla scuola pubblica, che egli non ha praticamente frequentato. Gli studi medi e liceali hanno avuto luogo presso un noto istituto opitergino privato. Anche la laurea in Lingue e Letterature straniere Moderne è stata conseguita presso una prestigiosa Università non statale.- Il “Diploma linguistico” gli fu conferito dalla Ludwig-Maximilian-Universität di Monaco di Baviera.

Quale germanista egli ha pubblicato, tra l’altro, la “Declinazione dell’aggettivo nella lingua tedesca”, “Andreas Hofer nella letteratura tedesca”, quattro contributi sull’Archeologia del Diritto (Università di Friburgo, CH), integrati dalla traduzione dell’antico manoscritto frisone, nonché avventura della lingua e dello spirito, “Ura Linda”, del “Memorandum per Lethbridg” rilasciato dall’Imperatore Carlo I d’Asburgo, e dell’importante opera di Erich Feigl “Mezzaluna e Croce: Marco d’Aviano e la salvezza d’Europa”, completata dal documentario dello stesso Feigl “Una battaglia per Vienna”.

Oltre a numerosi saggi, tra i quali “Non desiderare la patria d’altri”, egli ha pubblicato una raccolta di poesie sull’emigrazione e le opere di narrativa “Una battaglia per Sacile”, “La leggenda del Santo Trovatore”, “Il popolo nascosto”, la traduzione del “Cantico dei Cantici” nella parlata veneta della Sinistra Piave.
Il suo interesse per la storia lo ha portato a pubblicare “1866 – L’anno delle cicatrici” e i quattro volumi sulla Grande Guerra:”La guerra nelle retrovie” , “1918 – L’anno del Piave”, “La battaglia del solstizio”, “Dialettica dell’armistizio 1918”, nonché a redigere il testo del filmato “Sulle orme della Grande Guerra”.- Seguirono poi nelle versioni italiana e tedesca “Il monumento del regime” e “Carlo I, il Beato Re Apostolico”.- Recenti sono le opere “Dossier delle villanie ricevute”, “ll Veneto: Dialettica storica”, “Narrazione Veneta”, “La borsa nera”, “Il muro dove si riposano le lucertole”, “Àna Katharina”, ”Colloqui con Camillo”.
Opera in preparazione: Cantico dei Cantici.

 

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