NON C’E’ INDIPENDENZA SENZA IDENTITA’ LINGUISTICA

di MARCO TAMBURELLI*

Volevo ringraziarvi per aver messo a disposizione la testata online de l’Indipendenza, organo molto informativo e da molto tempo atteso. Da professionista delle lingue volevo fare qualche considerazione che potrebbe aprire strade interessanti.

Le forme di indipendentismo che si manifestano nel contesto italiano spesso parlano di Catalogna, Euskadi o Belgio come situazioni da emulare, evitando – quasi sempre – di menzionare una caratteristica che tutte queste realtà indipendentiste hanno in comune: la coscienza linguistica. Sia in Catalogna che in Euskadi (e idem in Belgio, Galles e – in modo minore – Scozia) il discorso indipendentista è intimamente legato a quello linguistico, mentre in Italia – segno forse della poca serietà o magari della poca preparazione – le caratteristiche linguistiche sono spesso in secondo piano, se non del tutto ignorate. I controesempi non mancano, come l’FNS per la Sicilia, o il neonato pro-Lombardia Indipendenza per la Lombardia, ma anche (e qui gli esempi scarseggiano) nei corridoi della Lega c’è Zaia che parla spesso della lingua veneta, e il giornalista della Padania Giovanni Polli è preparatissimo sul tema delle lingue regionali d’Italia. Ma queste sono le eccezioni piuttosto che la regola. Le gocce di coscienza in un’oceano di incompetenza.

Il fatto è che tutto ciò è quasi paradossale: le lingue autoctone di molte zone d’Italia, soprattutto quelle del nord, sono tipologicamente distinte dalla lingua di Stato tanto quanto il catalano o il galiziano lo sono dal castigliano (nel caso delle lingue padane la differenza è addirittura maggiore), eppure vi è una coscienza linguistica irrisoria rispetto a quella presente nelle regioni spagnole. La stessa Lega, che ogni tanto si ricorda delle battaglie per la difesa della cultura del territorio, segue la narrativa di Stato nel chiamare le proprie lingue “dialetti”, cosa impensabile per un catalano. Eppure il catalano è tipologicamente più vicino alla lingua di Madrid di quanto il lumbard di Bossi sia all’italiano. La differenza è che i catalani prendono le loro differenze linguistico-culturali sul serio, non limitandosi a vederle come “dialetti” (ovvero varianti) di un’unica cultura spagnola, cosa che i lombardi, e i leghisti in particolare, sono ben pronti a fare, spesso per inerzia culturale, che è poi la madre dell’assimilazione. Certo i “popoli del nord” sono liberi di farsi assimilare se è quello ciò che vogliono, ma allora per coerenza dovrebbero chiamare il loro partito “Lega Italiana”.

Durante un’intervista, al Ministro Maroni venne chiesto se la battaglia indipendentista della Lega fosse simile a quella della Catalogna, e lui rispose che le due battaglie sono diverse perché hanno caratteristiche culturali diverse, visto che la Catalogna ha anche “una sua lingua” (sic.!). Questo dimostra una forte ignoranza della situazione e della storia linguistica del Veneto o della “Lombardia storica”, entrambe italofone da meno di 60 anni. Vedere queste zone, così come la Sicilia o il napoletano, come parlanti “dialetti” italiani è solo una convinzione culturale che non ha alcun fondamento linguistico, come sapevano bene gli inventori del Risorgimento. E’ solo un modo per riconoscersi come “sfumature” o “varianti” di un unico popolo italiano. E’ paradossale – e informativo – che doveva essere la Spagna, linguisticamente più omogenea dell’Italia e con una storia unitaria che supera di molto i 150 anni, a fare scuola di indipendentismo e identità linguistica.

 

*Docente di Bilinguismo, Dipartimento di Linguistica, Bangor University, Bangor Gwynedd UK

e-mail: m.tamburelli@bangor.ac.uk

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