No a chi protesta per obbligare qualcuno a sussidiare qualcun altro

di ALBERTO VENEZIANO

A quanto pare il meccanismo si è inceppato. E’ andato avanti per centosessant’anni con una logica semplice: estorcere risorse alla parte produttiva per smistarle alla parte improduttiva con l’intento, magari in buona fede, di innescarne lo sviluppo. Basta un minimo di buon senso per capire che questa pratica antieconomica non avrebbe mai potuto dare l’avvio a uno sviluppo economico. E’ facile capire che se qualcuno paga qualcun altro per non lavorare, costui, il pagato, di solito ringrazia e continua rinfrancato a non lavorare, anzi, tenderà a diffondere questa pratica presso i suoi amici. Disonesto? Approfittatore? Perché mai? Semmai il pagatore è un idiota che butta i soldi. Molto più spesso il pagatore è un perfetto politico che si è incaricato di estorcere soldi a qualcuno per distribuirli a qualcun altro e fare bella figura. In poche righe la storia di un paese.

Il paese però non ce la fa più, è finita la pacchia, altri produttori di ricchezza si sono affacciati, la parte produttiva annaspa sempre più tartassata e non saranno le prediche e i buoni propositi di re Giorgio e dei suoi sodali a rimetterla in moto. L’ostinazione non porta da nessuna parte se si applica ad un pensiero sbagliato, e l’italia è frutto di un pensiero politico anti economico quindi sbagliato. Questo pensiero poteva portare solo dove siamo arrivati: la gente per le strade che non sa dove andare a sbattere la testa e i politici inerti a guardare e straparlare.

L’idea di questo “grande paese” è frutto dell’assemblaggio innaturale fra la pulsione romantica di un gruppo di giovani esagitati e  le mire espansionistiche di una screditata dinastia francese stabilitasi in Piemonte. Tralasciando gli esagitati terroristi o guerriglieri in camicia rossa di cui tutti conosciamo le gesta, vale la pena di soffermarsi sulla dinastia e le sue iniziative. Questo scarto della “aristocrazia” europea, questa banda di razziatori medioevali vestiti a festa, dopo essersi inventata un improbabile “regno” di Sardegna, Cipro e chissacchè, non essendo in grado di stare al passo con il progresso della rivoluzione industriale aveva un solo imperativo a guidarla: voleva terra, terra, terra. La terra c’era, a Sud. Era di “proprietà” di un’altra scalcinata dinastia residuato della storia, ma impegnandosi, o meglio, approfittando dell’avventuriero di turno (quello in camicia rossa), la si poteva arraffare con poca spesa (i re montanari erano anche parecchio sparagnini) con tutto quello che ci stava dentro.

Le conseguenze del colonialismo presso i popoli colonizzati sono note, o almeno dovrebbero esserlo. La più eclatante è la corruzione. L’impero coloniale de noantri, dopo la repressione brutale, e quella è stata attuata nel Sud Italia con molta decisione, instaurò un potere locale corrotto e a sua volta corruttore con l’inevitabile deriva mafiosa e assistenzialista. Conosciamo le ulteriori imprese coloniali, la fine della dinastia e le gesta di re “pistoletta”, quello che però stupisce è vedere che la gente continua a farsi prendere per i fondelli da chi propina la storiella della “rinascita” dalle ceneri della guerra a nuova vita repubblicana per merito di un referendum fasullo. Ci si ostina a non voler vedere la continuità fra le gesta di re pistoletta e gli atti di re Giorgio eppure anche se si adottano definizioni stravaganti come prima seconda o terza repubblica la realtà è sempre la stessa: un “grande paese” fasullo, fallito e senza futuro.

Farebbe comodo poter dire “E’ andata com’è andata, sono passati i decenni a grappoli, adesso tiriamo una riga e ricominciamo”. Fa comodo agli eredi del potere sabaudo che, per inciso, occupano anche la stessa sfarzosa residenza, dire queste scemenze illudendosi che i desideri vengano esauditi da una qualche fata, ma la storia non funziona così. La storia, quella vera, non la fanno i sogni dei politicanti, la storia, quella vera, racconta dell’insieme delle azioni umane di milioni di persone nell’arco dei secoli e degli eventi che queste azioni producono. Queste azioni, anche infinitesimali ma innumerevoli, costituiscono l’economia e l’economia non conosce dighe né argini.  La ridicola distinzione fra micro e macro economia è addirittura involontariamente autoironica visto che le apparenti super-annunciate “macro-azioni” di un gruppo ristretto di governanti sono in realtà “micro” e non hanno nessuna incidenza se paragonate alle apparenti micro-azioni di miliardi di persone che però alimentano il “macro” movimento dell’economia che, assolutamente indifferente ai proclami, continua per la sua strada.

Così accade che l’italia è il paese dei migliori e dei peggiori studenti, dei migliori e dei peggiori industriali, dei migliori e dei peggiori ospedali, dei migliori e dei peggiori in qualsiasi campo, ma com’è possibile? Di quali italiani parlano le statistiche? Le statistiche non parlano dell’italia, semplice. Le statistiche prendono atto di quello che l’economia decreta senza tentennamenti: l’italia non c’è, c’è altro, non si sa cosa sia, e di questo l’economia non si occupa, ma c’è altro . Sventolino pure le bandiere e cantino l’inno i disperati per le strade ma almeno sappiano per quali motivi stanno protestando. Il coltivatore “forcone” di Pachino che vorrebbe le sovvenzioni e i dazi protezionisti non ha le stesse esigenze dell’artigiano strangolato dalle tasse (per sovvenzionare i pomodori). Se fanno questo sono uno contro l’altro armati. Entrambi hanno i comune l’esigenza di dire chiaro: basta cassa comune, d’ora in poi conti separati, ognuno si fa i suoi e gli intermediari amministratori non richiesti si trovino un altro lavoro.

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