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C’ERA UNA VOLTA LA SVIZZERA NEUTRALE

di CORRADO GALIMBERTI

Ce ne sono di notizie che, in questi mesi, sono cominciate a trapelare sulla mitica Confederazione elvetica, Paese cui Limes ha dedicato l’ultimo numero speciale. Dalla fine del segreto bancario alle tensioni in materia fiscale con Italia, Unione europea e Stati Uniti passando per i problemi con i frontalieri (ovvero quei 52 mila cittadini italiani che vivono lungo la fascia di confine col Canton Ticino e che ogni giorno vanno a lavorare in Svizzera) non si è mai parlato tanto della settima potenza finanziaria del Pianeta, tutta ordine e precisione, lindore ed efficienza. Ma c’è un argomento di cui nessun mass media, fuori e dentro i confini rossocrociati, parla volentieri: la neutralità. Che, oggi, esiste solo sulla carta.

Andiamo con ordine. Nel 2000 il periodico Zeit Fragen pubblica una notizia e un paio di foto sconvolgenti, che gli altri mass media si guardarono bene dal riprendere. Il foglio nazionalista mostra ai lettori l’immagine di alcuni elicotteri britannici che si esercitano nel Canton Vallese, in previsione dell’attacco all’Afghanistan (avvenuto effettivamente l’anno seguente). Sarebbe dovuto succedere un mezzo finimondo. E, invece, nisba.

L’Associazione per una Svizzera indipendente e neutrale (ASNI), gruppo vicino all’Unione democratica di centro (UDC, il partito della famosa campagna “Bala i ratt”) prova a protestare. Ma la stampa politicamente corretta e la solita schiera di politici lib lab non ritiene di chinarsi sul problema.

I mass media non reagiscono neppure un paio di anni dopo, quando vien fuori che i soldati elvetici sono stati immortalati – giulivi e, soprattutto, armati – in Kosovo, accanto ai soldati della Nato, organizzazione di cui la Svizzera non fa certo parte. Non è una quisquiglia. È una palese violazione della costituzione elvetica, che proibisce apertamente una cosa del genere. Anche in questo caso, tripudio di silenzio.

Il Consiglio federale (il governo svizzero), infastidito dalla reazione di alcuni deputati di destra, corre però ai ripari. Disarma le truppe? Neanche per sogno. Per evitare noie costituzionali propone una legge ad hoc che va incontro ai pruriti bellici della Nato. Il Parlamento approva e l’ iniziativa popolare (che, in Italia, i giornali chiamano sempre, erroneamente, referendum) per bloccare l’operazione viene respinta.

Dopo aver messo gli elettori di fronte al fatto compiuto, e dopo vent’ anni di incessante lavaggio del cervello, il 3 marzo 2002 gli svizzeri approvano, dopo averla respinta diverse volte nel corso degli anni, l’adesione della Svizzera all’Onu. Che, notoriamente, non è l’organismo più neutrale del mondo… Ma tant’è. Dai oggi e dai domani, gli amanti dell’internazionalismo affaristico e di quello nemico delle differenze (europee), uniti da una rapporto incestuoso, ottengono ciò per cui lavoravano da una vita. E la cerimonia viene addirittura trasmessa in diretta.

Dopo una manciata di anni di apparente tranquillità, a dare un’altra picconata alla neutralità ci  pensa nuovamente l’esercito di Sua Maestà britannica. Nel marzo 2011, una colonna di convogli militari del Regno Unito destinati ad azioni belliche contro la Libia attraversa la Svizzera, da Basilea a Chiasso (e, orrore degli orrori, senza pagare la vignetta autostradale). L’interrogazione parlamentare presentata dal deputato della Lega dei ticinesi, Lorenzo Quadri, al Consiglio di Stato (il governo cantonale) del Ticino, viene liquidata con la solita manfrina: tout va tres bien, madame la marquise.

Quadri fa notare che “concedere il transito ad un convoglio destinato ad azioni militari nei confronti di un altro Paese costituisce una chiara violazione della neutralità elvetica” e che “Se quest’ultima, come appare chiaro, per il Consiglio federale non ha più alcun valore, è allora compito delle Repubbliche e Cantoni che compongono la Confederazione, tra cui anche il Ticino, far sentire la propria voce: voce di Repubbliche ancora prima che di Cantoni”. Ma le parole di Quadri rimangono dunque lettera morta.

Nel giugno 2011, il parlamento proroga di altri tre anni la missione “Swisskoy” (che non è propriamente un termine in una delle quattro lingue nazionale della Confederazione) in Kosovo.

Ma non è ancora è finita. L’ultimo atto di questa farsa allestita intorno al funerale della neutralità, e che vede uniti tutti i partiti di governo (Partito liberale radicale, Partito popolare democratico e Partito socialista), fatta eccezione per l’Udc, risale a un paio di mesi fa: la Svizzera assume il comando della missione KFOR della Nato, in Kosovo. Anche questa notizia viene relegata in pochi trafiletti e vede pochi deputati prendere posizione. Tra questi, il comunista Ay che interroga il governo ticinese. “Per quale ragione il nostro Paese comanda le truppe di sorveglianza di una missione Nato? Perché i soldati svizzeri vengono inviati in un territorio che oggettivamente si trova sotto invasione militare straniera? I nostri militari rischiano la vita per gli interessi geopolitici degli USA e dell’UE e difendendo la discriminazione della popolazione serba da parte delle autorità kosovare”.

Parole che starebbero state bene in bocca al ministro della Difesa della Confederazione, l’udc Ueli Maurer che, invece, in ossequio alla collegialità su cui si basa il sistema di governo svizzero, difende la missione, sfidando le ire del suo stesso partito.

Certo, l’esercito rossocrociato è stato coinvolto in missioni di pace fin dal 1953. Ma erano appunto missioni di pace. Non di guerra. E non si è mai profilato in modo così netto a favore di una parte, peraltro oggetto di controversie non da ridere come quella che riguarda i rapporti tra Kosovo e Serbia.

Fino a una manciata di anni fa i soldati svizzeri non avevano mai imbracciato le armi schierandosi a fianco di un Paese straniero.  Non avevano mai guidato una missione militare di un organismo come la Nato. Il risultato è che oggi, 273 soldati elvetici sono coinvolti in missioni in 15 Paesi, su tre continenti. Ovviamente comunicando in inglese.

 

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