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Neoborbonici: il Sud era ricco finché non venne il Nord a rubarlo. Quando la storia diventa farsa

suditaliadi ROMANO BRACALINI – Avete mai consultato un qualunque sito neoborbonico del web? Fatelo.Il divertimento è assicurato. Le tesi più inverosimili e strampalate vengono propinate all’ignaro lettore nella convinzione, già sostenuta da Goebbels, che una bugia ripetuta mille volte è destinata a diventare verità. Il 150° dell’unità era l’occasione per un serio bilancio storico;si è invece assistito da una parte a un revival nazionalista e dall’altra al fiorire di una libellistica di stampo neoborbonico che ha rilanciato la favola di un Sud emancipato e ricco prima dell’unità; però privo di strade e di ferrovie e con tassi di analfabetismo del 90-92 per cento;quesiti di poco conto a cui i neoborbonici, prudentemente,non rispondono.

In realtà già alla fine dell’Ottocento,Giustino Fortunato,politico e studioso meridionale, denunciava le condizioni del Sud negli stessi termini in cui lo conosciamo oggi:clientelismo, arretratezza, criminalità, inefficienza, parassitismo, sperpero del denaro pubblico. Lo stesso Fortunato testimonia che da un paese all’altro del Sud borbonico si andava a dorso di mulo, come secoli addietro.

In Sicilia non c’era un chilometro di ferrovia. E’ difficile credere che in queste condizioni una società-qualunque società-, possa crescere e prosperare. Il mancato aggancio col Nord, già avviato alla modernità, ebbe come riflesso al Sud, non di risvegliare lo spirito di lotta e la competizione, ma la rassegnazione e il rancore. La protesta delle regioni del Nord, specie Lombardia e Veneto, che pensano che  l’autonomia e l’indipendenza siano il solo rimedio, ha innescato il timore che il Sud venga abbandonato al suo destino e che con la secessione nordista vengano chiusi i rubinetti dei contributi statali che nel Mezzogiorno si perdono in mille rivoli.

Di fronte a questa prospettiva la pubblicistica neoborbonica che fa? Stimola il notabilato corrotto e inefficiente e fare i conti con se stesso? Denuncia la criminalità organizzata come remora allo sviluppo? Critica la burocrazia meridionale che ha occupato lo Stato senza dare un contributo di onesta e inefficienza? Nulla di tutto questo. Si rifugia nella nostalgia e nel rivendicazionismo etnico gabbando il lettore più sprovveduto, che è poi quello meridionale medesimo. Così la campagna di disinformazione e di propaganda ha fatto credere che il regno delle Due Sicilie  non fosse la “maledizione di Dio”, come l’aveva chiamato il  ministro inglese Gladstone, ma una sorta di Paradiso in terra, ricco di ogni ben di Dio, finchè non venne il malefico Nord con le sue armate ad occuparlo e rapinarlo di ogni suo avere. Quali di grazia?

La Corte napoletana scoraggiava la diffusione delle banche e degli istituti di credito; lo stesso re consigliava ai sudditi di tenere i risparmi sotto il materasso; le assicurazioni vennero introdotte molto tardi; non esisteva il catasto, già noto in Lombardia fin dai tempi di Maria Teresa d’Austria. Secondo uno studio accreditato di Pasquale Villari, storico napoletano, nel 1811 il 90 per cento della popolazione del Regno di Napoli era classificata “povera e indigente, ai livelli minimi di sussistenza”. Non c’era borghesia moderna, la società, come nel Medio Evo, era divisa in notabili, latifondisti e plebe analfabeta. Sopravvivevano forme economiche prettamente feudali e una corrispondente mentalità. Non strade, non porti, sui fiumi spesso in piena non vi sono ponti, non utilizzo delle poche acque del regno.

L’unificazione aveva messo in contatto le due parti della penisola nel modo più traumatico e artificiale. Al Sud, la grande industria manifatturiera non era quasi sorta. Ad eccezione di una piccola zona industriale intorno a Napoli (Poggioreale), degli stabilimenti della valle dell’Irno e dell’Iri, di piccole industrie alimentari e tessili prevalentemente in Campania, delle ferriere in Calabria, non vi era traccia di opifici moderni, e ciò per difetto di capitali, di arretratezza culturale, mancanza di iniziativa individuale, scarsezza di strade rotabili e di ferrovie. Mentalità conservata fino ai tempi nostri, quando al lavoro metodico e all’impresa di rischio, il meridionale ha sempre preferito il posto statale e la divisa che conferisce autorità e prestigio.

Prefetti, questurini, carabinieri, burocrati di ministero, attori dialettali di un cinema che è fuori dal circuito internazionale, non ha mercato, è roba da avanspettacolo.

Nel 1839 venne inaugurata la ferrovia Napoli-Portici, di 33 chilometri, costruita espressamente per i comodi del re. Era la prima in Italia e la pubblicista meridionale ne fece un vanto eccessivo tacendo che per parecchi anni fu anche la sola in tutto il regno e che nel 1860 le ferrovie meridionali, tutte intorno a Napoli, non superavano i 90 chilometri complessivamente, mentre nel Nord Italia erano in esercizio 1757 chilometri di ferrovie, di cui 803 in Piemonte, 202 in Lombardia, 298 nel Veneto. Comparazioni che non compaiono nei siti neorbobonici, che esaltano la ricchezza del Sud, la sua superiorità civile rispetto al Nord, senza fornire pezze d’appoggio e il lettore deve crederci sulla parola. Su un fatto si può concordare: che l’Italia così com’è non può durare. Non può sopravvivere un Paese diviso tra produttori e parassiti.

Il Nord gallo-cisalpino è stanco di sovvenzionare un Sud inconcludente e passivo che dilapida i capitali erogati in un quadro impressionante di corruzione e degrado.

Interessi contrapposti tendono fortemente alla rottura dell’unità. In fondo – ha scritto Giovanni Sartori sul Corriere della Sera il 12 novembre 2009,”l’Italia è sempre stata divisa tra un Nord più ricco e più pulito e un Sud clientelare e povero”.  Al vizio piagnone di dare sempre la colpa agli altri, il Sud ha aggiunto quello di falsificare la storia, riuscendoci così male che anche un cieco scoprirebbe il trucco. Qualche anno fa è uscito un libello intitolato “Terroni”, che tra castronerie ,amenità e pure invenzioni, (“Il Nord era pieno di debiti, ll Sud pieno di soldi”), descriveva in un approssimativo italiano le magnifiche sorti progressive del regno dei Borboni. Di vero c’era soltanto il titolo. Terroni!

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