Morti sul lavoro, Rizzi: vittima di chi non può andare in pensione o ha assegni da fame. Residuo fiscale per fermare la strage

Monica Rizzi – C’è una questione che va affrontata, sempre ammesso che quando si parla di pensioni si voglia davvero parlare di diritti dei più fragili. Perché il Parlamento sta dimostrando l’esatto contrario. I morti sul lavoro possono essere ormai messi in corsa con quelli per femminicidio. Ogni giorno la cronaca si tinge di rosso. Femminicidi e lavoricidi. O, se preferisce, pensionicidi, Nel senso che l’età delle vittime sale, vittime che dovrebbero essere in pensione o avere almeno un assegno dignitoso tale da non dover rischiare la vita. I dati Inail sono spaventosi. Nell’ultimo periodo dell’anno le vittime maschili sono passate da 155 a 171. Le donne da 11 a 14. Aumentano i casi di nazionalità italiana, scendono quelli di stranieri. Gli under 40 sono 17 in meno, mentre schizzano nella fascia 50-59 anni, che sono passati da 52 a 70 casi e quelli nella fascia 60-69 anni, che sono addirittura raddoppiati, passando da 19 a 38. Eravamo solo a metà anno… Se poi si considera la fascia più ampia tra 45 e 64 anni i dati sono questi: 314 vittime su un totale di 444.


La Lombardia è in testa al fenomeno.  Nel primo semestre 2021, in Lombardia si sono registrati 52 decessi. Seguono: Campania (49), Lazio (47), Puglia (41), Piemonte (38), Emilia Romagna (35), Veneto (32), Abruzzo (23), Sicilia (22), Toscana (21), Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (12), Molise e Umbria (11), Calabria (9), Marche (8), Liguria e Basilicata (7), Sardegna (6), Valle D’Aosta (1).

E’ mai possibile che il residuo fiscale non entri ancora nell’agenda della politica per evitare che chi non può andare in pensione non debba rischiare la vita? Possibile che il Nord che si intesta la supremazia economica e della ripresa debba sacrificare i propri cittadini perché incapace di attuare un piano di equità sociale, di rispetto della dignità umana?

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