Roma, prove tecniche di Unione delle Repubbliche Socialiste Europee

di STEFANO MAGNI

Ci siamo mai chiesti che cosa vogliono realmente dire i mantra ripetuti ad ogni vertice dai leader europei? Chiediamocelo, perché anche nell’ultimo summit fra François Hollande, Angela Merkel, Mario Monti e Mariano Rajoy (Francia, Germania, Italia, Spagna) sono stati ripetuti tutti ancora una volta.

Dice il premier italiano: “La crescita non può avere una base di solidità se non nella disciplina di bilancio e la disciplina bilancio non è sostenibile nel lungo periodo se non ci sono condizioni sufficienti di crescita e di sviluppo dell’occupazione”. A prima vista sembrerebbe un ragionamento circolare. E a ben vedere: è un ragionamento circolare! Quindi ha ben poco senso. Vediamo perché. Per “disciplina di bilancio” si intende la tendenza verso il pareggio. E’ indisciplinato quel Paese che spende troppo e si indebita eccessivamente, rispetto a quello che riesce a prendere ai suoi cittadini per mezzo delle tasse. Una crescita economica di lungo periodo, obiettivamente, è impensabile quando uno Stato registra nei suoi conti un debito pubblico pari al 165% del Pil (come in Grecia) o al 120% (come in Italia), perché, prima o poi, in questa generazione o nella successiva, il debito lo si deve pagare.

I cittadini italiani, già tassati al di sopra del 50% dei loro guadagni, devono aggiungere una fetta del debito pubblico da pagare. Ed è un debito trasmissibile anche ai nostri figli, quindi particolarmente odioso. Non si può pensare di crescere con un simile fardello sulle spalle. Ma, secondo Monti, la disciplina di bilancio è insostenibile se “non ci sono condizioni sufficienti di crescita e di sviluppo dell’occupazione”. Per “crescita”, Monti e gli altri tre leader europei, intendono una cosa soltanto: maggior spesa pubblica per creare (coi soldi del contribuente) le “condizioni” per dare posti di lavoro. I quattro leader pensano a un pacchetto di 130 (l’1% del Pil europeo) miliardi di euro da spendere in tutta l’eurozona per il rilancio dell’economia.

Rispunta anche l’idea di emettere “eurobond”, caldeggiata sia da Monti che da Hollande. La logica degli “eurobond” non può che esser questa: se gli Stati membri si indebitano troppo, sarà l’Ue stessa a indebitarsi, per disporre delle risorse necessarie a pagare i debiti dei singoli Stati. Logico, no? E saranno introdotte anche nuove tasse (come se non ce ne fossero abbastanza): tutti e quattro i leader europei si sono detti d’accordo, almeno sul principio, di introdurre la nuova “tobin tax” sulle transazioni finanziarie. Cosa che ridurrà (di sicuro non aumenterà) la crescita di tutti i settori direttamente o indirettamente legati alla finanza. Quindi è facile vedere la circolarità dell’argomento: se il problema di disciplina di bilancio è dato da troppa spesa pubblica, per “sostenere” la disciplina nel lungo periodo… si aumenta la spesa pubblica. Interessante.

L’altro mantra, ripetuto anche oggi in tutte le salse, è questo: “Dobbiamo avvicinarci a una politica coerente per i Paesi che hanno la stessa moneta. Faremo il possibile per l’unione politica europea” (Angela Merkel). “Serve più Europa, più unione economica, più unione politica, più unione politica fiscale e più unione monetaria” (Mariano Rajoy). Allora: nel momento in cui tutti i governi europei, anche quelli più euro-entusiasti, si accorgono che l’introduzione di una valuta comune è stata un errore (e tutti ne stiamo pagando le conseguenze), si suggerisce, quale soluzione, anche una politica fiscale e una monetaria comuni. I difensori di questo progetto (e i signoraggisti loro inconsapevoli alleati) affermano, senza timore, che l’euro non funziona solo perché la moneta europea è svincolata dalla politica. Non perché la politica fin qui seguita, da mezzo secolo a questa parte, da Paesi come Grecia, Italia, Portogallo, Spagna (ma anche la Francia…) abbia spalancato voragini nei conti pubblici. Non perché la politica di questi Paesi abbia creato mercati del lavoro ingessati, ammazzato le imprese più competitive, costretto alla fuga i cittadini più produttivi e i cervelli migliori. Non sia mai! I sostenitori di questo progetto credono fermamente che, unendo sotto un unico governo, tutte e 27 le politiche fiscali e monetarie europee, i politici dei Paesi membri si trasformerebbero magicamente nei migliori gestori del bene collettivo?

Se mettendo un unico bene in comune (la moneta) otteniamo quel che vediamo sotto gli occhi, possiamo solo immaginare quando avremo pure un governo in comune. Ma ogni dibattito morirebbe sul nascere, a causa del mantra dei mantra europei: “L’euro è irreversibile” (Mario Monti). Irreversibile perché lo decide lui. Non perché sia una forza della natura. A noi, invece, converrebbe fuggire da questo euro, gestito da queste persone. Prima che sia troppo tardi.

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