BOSSI CORRE DAL MONTI “MASSONE” PER QUELLI DEL LATTE

di GIANLUCA MARCHI

Quel massone di Monti fuori dai coglioni!!! Chi potrebbe parlare così nel teatrino della politica italica? Umberto Bossi, ovviamente. Ha minacciato il mondo intero sperando nella caduta del governo del professore bocconiano, ha ricattato Berlusconi di far ruzzolare il Celeste Formigoni. Poi tutto, come sempre, è rientrato nei ranghi. E adesso che fa il Senatur? Domani va in pellegrinaggio a Palazzo Chigi per parlare col premier di cosa? Non della rapina attuata dall’esecutivo ai danni dei comuni virtuosi, in gran parte al Nord, che ora si vedono soffiare i propri soldi con destinazione la tesoreria statale. No, tutto ciò al grande politico che tutto il mondo ci invidia non interessa nulla o quasi. Lui va da Monti per parlare di quote latte, per trovare il modo di “salvare” i suoi amici splafonatori, l’unico gruppetto di amici per il quale si è sempre battuto in tutti questi anni.

Quale sarà mai il legame che stringe Umberto Bossi al gruppo di poco più di 600 produttori di latte, in gran parte concentrati nella Val Padana e soprattutto nelle province di Brescia e Vicenza, che non hanno mai voluto pagare le multe accumulate per aver prodotto più latte rispetto alle quote assegnate? Anche dentro la Lega Nord in molti si sono posti e si pongono questo interrogativo, davanti alla pervicacia con cui il segretario federale e ormai ex ministro si è sempre schierato a difesa di quelli che sono stati definitivi in vario modo, a cominciare da “splafonatori incalliti” o nemici “duri e puri” delle quote latte.

Si possono fare illazioni, come quelle di alcuni esponenti politici che, anche in ripetute interrogazioni parlamentari, hanno tentato di collegare gli splafonatori incalliti con la poco chiara vicenda della Credieuronord, la banca del Carroccio finita in qualche maniera e salvata solo dal munifico intervento della Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani, che poi sappiamo tutti come ha chiuso la sua parabola.

Sia quel che sia, Bossi ha difeso a spada tratta questi allevatori, inducendoli a non pagare, ma voltandosi dall’altra parte quando è intervenuta la giustizia. E infatti il loro leader sindacale, Giovanni Robusti – ex senatore, ex eurodeputato della Lega e trait d’union politico fra Carroccio e Cobas del latte -, e diversi di loro sono stati condannati in vari processi qua e là nel Nord Italia, in alcuni casi con sentenze già arrivate al secondo grado, per truffa e peculato ai danni dello Stato, in quanto con le varie cooperative di produttori di cui facevano parte, avevano messo in piedi, secondo l’accusa, un meccanismo per sottrarre allo Stato multe per diverse centinaia di milioni di euro, accumulate producendo e vendendo più latte di quanto previsto dalle quote europee. La realtà è ben spiegata nelle motivazioni della sentenza emessa il 29 settembre scorso dal Tribunale di Milano che ha condannato 16 allevatori a pene varie fino a un massimo di 5 anni (la pena più elevata è stata comminata ad Alessio Crippa, soprannominato il “Robin Hood” dei produttori). Ebbene, i giudici, nel motivare la condanna per una truffa intorno ai 100 milioni di euro, scrivono in pratica che gli allevatori sono stati indotti a comportarsi in tal modo dalla parte politica a loro più vicina, cioè la Lega, che li ha convinti che alla fine tutto sarebbe passato in cavalleria. E invece ora si ritrovano loro, e solo loro, a pagare. E comunque a questi produttori, potremmo dire “sedotti e abbandonati”, è stato concesso uno sconto di pena perché si sono trovati a operare in un mercato particolarmente difficile, con prezzi molto tirati.

La questione delle quote latte è complessa e intricata: la quota è un limite di produzione introdotta dalla Ue per sostenere il prezzo del latte. Dall’88 ad oggi l’Italia ha già pagato alla Ue 4 miliardi e 407 milioni di multe, di cui 1 miliardo e 870 milioni si li è presi in carico lo Stato, cioè tutti i contribuenti, mentre il resto avrebbe dovuto essere recuperato presso i produttori splafonatori.  Infatti Bruxelles impose che l’Italia facesse pagare le multe agli allevatori e così nel 2003 fu varata la legge n. 119 detta Alemanno (dal nome del ministro dell’Agricoltura dell’epoca), che prevedeva la rateizzazione in 14 anni del cosiddetto “prelievo supplementare” (definizione tecnica delle multe), a cui aderirono 15.385 produttori.

Tuttavia un gruppo di grossi produttori padani, molti dei quali in orbita Lega, non ci pensò un attimo a regolarizzarsi, avendo sempre contestato il sistema delle quote latte come una stortura viziata da gravi errori. Si arriva così al 2009 e l’Europa impone una sistemazione che dovrebbe essere definitiva, il varo della legge 33, che prevede la rateizzazione delle multe in 30 anni senza interesse. La legge viene abbinata al nome del ministro leghista all’Agricoltura, Luca Zaia.

Tuttavia quella norma non ha risolto granché. E qui ci vengono in soccorso i dati forniti dall’ex ministro Saverio Romano il 26 ottobre scorso alla Commissione agricoltura della Camera. La 33 avrebbe dovuto sistemare la posizione di 2.490 allevatori “fuorilegge” per una multa intimata di 798 milioni di euro. In realtà solo 332 hanno accettato la rateizzazione sottoscrivendo il previsto contratto con Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’ente italiano deputato a recuperare le multe. Ma ben 663 non hanno mai presentato richiesta e 1.111, per una multa intimata complessiva di 568,5 milioni di euro, non hanno completato, perché a partire dalla prima scadenza delle rate semestrali da pagare, cioè il 30 giugno 2010, la Lega Nord ha imposto al governo ben 2 proroghe delle rate stesse che introducono una moratoria sostanziale e si sono convinti che tutto potesse finire in cavalleria.

Ma non è questo il solo punto nevralgico dell’intervento politico del partito di Bossi. Infatti il 25 giugno 2009, poche settimane dopo il varo della legge 33, il ministro Zaia istituisce una Commissione di indagine amministrativa presieduta dal comandante del nucleo Carabinieri presso il Ministero che, in soldoni, arriva a tale conclusione: in Italia ci sarebbero 300 mila vacche fantasma, inesistenti.

Apriti cielo. Tutti coloro che avevano sempre contestato il sistema quote latte si sentono abilitati a gridare che l’Italia non ha mai prodotto il latte dichiarato alla Ue, che le multe dovrebbero essere restituite da Bruxelles e che, dunque, hanno fatto bene loro a non pagare mai il prelievo supplementare. Curioso il comportamento di Zaia che da una parte lega il proprio nome alla legge che dovrebbe essere tombale e dall’altro crea una commissione che in pratica mina gli effetti della legge.

A quel punto i riflettori si spostano su Agea che, attraverso Equitalia, è pronta a far partire le cartelle esattoriali esecutive per gli splafonatori che non hanno mai aderito a nessuna rateizzazione. E chi c’è da marzo 2010 alla presidenza di Agea? Il prof. Dario Fruscio, ex senatore della Lega, professore universitario di lungo corso a Pavia (facoltà di Economia), professionista di chiara fama a Milano ed ex cda di Eni e Sviluppo Italia. Bossi e Zaia l’hanno indicato per tale incarico sapendo che avrebbe avuto potere sulla patata bollente delle quote latte. Fruscio, come ha dichiarato durante la trasmissione L’Infedele di Gad Lerner, traccheggia durante l’estate 2010 sull’invio degli elenchi degli splafonatori a Equitalia, sollecitando la politica a trovare una soluzione. Nel frattempo in Lega la materia viene “commissariata” e affidata al Trota, alias Renzo Bossi, ma non succede nulla. E in autunno Agea, in accordo col commissario straordinario quote latte, Paolo Gulinelli, fa partire i primi provvedimenti esecutivi.

La guerra rimane “sospesa” a cavallo fra il 2010 e l’anno nuovo perché la Lega impone al governo e al Parlamento un’altra moratoria di sei mesi, che scatena le reazioni dell’allora ministro Galan, il quale minaccia le dimissioni ma poi ingoia. Gli animi degli splafonatori tornano a riscaldarsi a maggio quando i primi di loro ricevono le visite di Equitalia, che ha in mano titoli cosiddetti esecutivi, con i quali sequestra e mette all’asta tutto ciò che si trova. Cominciano anche le proteste a Roma sotto la sede di Agea. Inizialmente Fruscio si rifiuta di ricevere i Cobas. Poi all’inizio di maggio, dopo un pomeriggio drammatico, accoglie una delegazione degli allevatori, che rivendicano il non pagamento delle multe, sostenendo che Agea ha dichiarato troppo latte alla Ue e che nelle stalle, come diceva l’indagine dei Carabinieri del Mipaaf, non ci sono abbastanza vacche per produrre tutto il latte dichiarato. Fruscio replica determinato che Agea dichiara alla UE la produzione totale di latte sulla base delle fatture emesse dalle stalle e che il numero delle mucche risultanti all’anagrafe bovina è veritiero, come dimostrato da ripetute verifiche, e mai una sola volta messo in discussione dalle Regioni, a cui spetta per legge la verifica della compatibilità fra numero di capi presenti in ogni stalla e latte prodotto. Dunque, per il presidente Agea le multe non si possono fermare. Così i Cobas escono scornati, fanno poche centinaia di metri e raggiungono Umberto Bossi nella sede del gruppo Lega alla Camera chiedendo la testa di Fruscio.

Detto, fatto. Il 23 giugno il ministro Saverio Romano propone e il presidente Berlusconi firma il commissariamento di Agea: fuori Fruscio, che fa ricorso al Tar e dentro il generale della Gdf Mario Iannelli. Ma questo non basta a fermare le multe. Infatti l’Agenzia dovrebbe per legge continuare a perseguire gli splafonatori se non fosse che nella manovra di luglio passa una norma che toglie a Equitalia la competenza in materia di riscossione, riassegnandola agli enti competenti. Tuttavia l’attuazione di questo ritorno in casa è demandata a un decreto del ministero dell’Economia da emanare entro il 31 dicembre 2011. Di conseguenza viene applicata in maniera indiretta una nuova moratoria sulle multe, perché non essendo ancora stato emanato il decreto attuativo, Agea si ritrova con le mani legate.

Ma avvicinandosi la fine dell’anno l’ex ministro Saverio Romano ne studia un’altra per prorogare di fatto la moratoria: sempre il 26 ottobre in Commissione, rispondendo a una interrogazione dell’on. Viviana Beccalossi (Pdl), annuncia di voler procedere ad un’analisi per accertare le ragioni del disallineamento fra dati di produzione della famosa relazione dei Carabinieri voluta da Zaia e i dati di Agea. Quindi siamo all’ennesima commissione di indagine, la quinta almeno, con il chiaro obiettivo di attuare una sostanziale nuova moratoria a favore degli splafonatori. Gli amici di Bossi sembrano salvi ancora una volta. A guidare l’indagine viene ingaggiato il col. Marco Paolo Mantile, colui che aveva già operato come vice di Vincenzo Alonzi nelle precedente commissione dei Carabinieri. Per la cronaca dopo il ritorno in Veneto di Zaia come governatore, Alonzi, ormai in congedo definitivo, è diventato “soggetto attuatore per il coordinamento dei controlli” del commissario per il superamento dell’alluvione, cioè lo stesso Zaia, e Mantile, in aspettativa, è assurto a responsabile della direzione della sede di Roma della Regione Veneto: un vero feeling  quello fra il leghista trevigiano e i due alti graduati dell’Arma.

Altro aspetto non secondario: il ministro Romano esaudisce la richiesta di Bossi, cioè eliminare dalla scena il leghista Fruscio, uomo tutto di un pezzo che non si era piegato a dimenticarsi le multe in un cassetto, ma non lo fa a costo zero e così ottiene il via libera per mettere due siciliani alla guida delle società controllate da  Agea, Sin e Agecontrol, e per comportarsi allo stesso modo con le altre società dipendenti dal Mipaaf. In altri momenti il Carroccio avrebbe gridato all’attentato siculo, ma  stavolta non proferisce verbo.

Tuttavia il cambio di governo modifica totalmente il vento. E infatti, pochi giorni dopo l’insediamento il neo ministro dell’Agricoltura Mario Catania rilascia un’intervista al Corriere della Sera che viene titolata così: “Quote latte, le multe vanno pagate”. Dunque, le cartelle esattoriali richiuse in un cassetto rispuntano fuori, ma per limitarne i danni Agea, d’accordo col Mipaaf, comunica che sono riaperti i termini per aderire alla legge 33, la famosa Zaia, la quale offre l’opportunità di dilazionare le multe in rate semestrali per 30 anni senza interessi. Aderiranno in tanti a questa offerta? I prossimi mesi ci racconteranno lo sviluppo. Ma intanto anche della nuova commissione d’inchiesta sparisce ogni traccia e infatti l’incarico al colonello Mantile viene revocato.

Inoltre, l’11 gennaio scorso arriva la riabilitazione, di Fruscio che il Tar reinsedia alla presidenza di Agea, avendo totalmente bocciato il decreto di commissariamento. Fruscio venerdì scorso ha rimesso piede in Agea anche perché il ministro Catania ha escluso di presentare ricorso contro la sentenza del Tar.

Tuttavia gli “splafonatori” amici di Bossi non sembrano demordere e spingono il capo della Lega (che pare abbia arruolato uno di loro come proprio consulente, dopo che l’aver assegnato la competenza della materia al Trota non aveva sortito alcun risultato) a questo nuovo passo, cioè incontrare l’odiato Monti per proporre chissà quale nuovo marchingegno al fine di cancellare la multe agli splafonatori incalliti. Domani Bossi sarà accompagnato dal governatore del Veneto Luca Zaia, ex ministro dell’Agricoltura, che della partita conosce vita, morte e miracoli. Ma la vera beffa potrebbe essere un’altra. All’incontro di Palazzo Chigi con tutta probabilità interverrà anche l’attuale ministro. Mario Catania dovrebbe essere accompagnato dai tecnici esperti in materia di quote latte, e a rigor di logica fra loro potrebbe sedere, come legale rappresentante dell’ente chiamato a riscuotere le multe, cioè Agea, anche il professor Fruscio. Sarebbe una scena da non perdere: Bossi, che ha fatto il diavolo a quattro, fino a stringere un patto politico con l’ex ministro siculo pur di far fuori il professore suo ex amico, ora se lo potrebbe ritrovare dall’altra parte del tavolo: una scena da meritare un filmato!

 

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