MODELLO TOSI O 5 STELLE, QUAL E’ IL NUOVO DELLA POLITICA?

di GIANLUCA MARCHI

Il fenomeno di queste elezioni amministrative è indubbiamente il Movimento 5 Stelle, che forzando un po’ la mano può essere dipinto come una sorta di nuovo terzo polo della politica italiana. Sì, perché il Terzo Polo di nome, quello che rimanda a Pierferdinando Casini e ai suoi alleati, non lo sembra più di fatto. Il Pdl subisce una botta storica che scatenerà, più di quanto non fosse già in corso, la guerra fra ex forzisti ed ex aennini. Il Pd canta sostanzialmente vittoria basandola più sul fatto che conquisterà molte città rispetto a prima, ma non certo per le percentuali elettorali. Il successo dei grillini era stato preannunciato dai sondaggi, ma non nella misura che poi s’è concretizzata, e bisognerebbe smetterla di appiccicare al movimento l’etichetta di antipolitica, perché semmai è la non politica attuata dalla cosiddetta politica tradizionale che ha favorito questo risultato: e i comportamenti che i partiti della fallimentare Seconda Repubblica continuano a tenere – ormai avvitati come sono nell’incapacità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini – finiranno per immettere ulteriore benzina nel motore di Beppe Grillo e dei suoi. E ciò potrebbe anche essere un fatto positivo, in quanto acceleratore di un fenomeno di disgregazione, del tutto auspicabile, dell’attuale sistema. Bisognerà poi verificare come, dal lato pratico e applicativo, il Movimento 5 Stelle saprà essere il nuovo che i cittadini chiedono alla politica. Oppure sul territorio nasceranno risposte più vicine alle esigenze delle diverse comunità?

E poi c’è la Lega Nord, che dal nostro punto di osservazione merita più attenzione di altri per ovvi motivi. Sull’andamento del Carroccio nelle varie aree vi rimando ad un altro articolo pubblicato in Cronache. Qui mi preme riflettere, ancorché brevemente, sulla vittoria con la quale i dirigenti leghisti cercando di parare il colpo della sconfitta e rilanciare, quasi fossero stati protagonisti di una vittoria. Mi riferisco al caso Verona. Nel celebrare il trionfo di Flavio Tosi – perché è inutile che ci giriamo intorno, di trionfo si è trattato – Roberto Maroni ha in sostanza individuato nel capoluogo scaligero una sorta di “laboratorio” dal quale la Lega deve ripartire. Cosa significa laboratorio? Secondo il leader dei “barbari sognanti” a Verona il leghista Tosi è stato capace di attrarre attorno a sé anche chi solitamente non vota il Carroccio e in questo modo rende merito alla caparbietà del sindaco rieletto che, affrontando anche a muso duro Umberto Bossi, s’è impuntato per ottenere la lista civica a suo nome, oggi impostasi come il primo partito di Verona con oltre il 37% contro nemmeno l’11% della lista della Lega. Il modello sarebbe questo: esportare ovunque al Nord la capacità, mostrata a Verona, di attrarre forze e persone non tradizionalmente leghiste per inseguire il cosiddetto “progetto egemonico”, cioè l’obiettivo di diventare il primo partito in tutte le Regioni del Nord.

Qui, tuttavia, sorgono spontanee alcune domande, prima fra tutte una fondamentale: ma il modello Tosi è esportabile altrove, a Lodi come ad Alessandria o a Sanremo, sic et simpliciter, o ha bisogno di tanti piccoli o grandi Tosi in ciascuna delle piazze da conquistare, e questi tanti Tosi ci sono all’orizzonte? Guardando ai risultati di ieri, al momento di Tosi in circolazione c’è solo l’originale. E ancora: ma Flavio Tosi quanto è leghista, cioè quanto è aderente al progetto originario del Carroccio a cui sembra ispirarsi Maroni nel perseguire la propria leadeship all’interno del movimento, o piuttosto quanto è un efficace personaggio ma a se stante, che qualcuno anche all’interno della Lega identifica come il meno leghista dei sindaci leghisti?

In altre parole: che cosa vuole essere la nuova Lega chiamata ad andare oltre l’era Bossi, un movimento indipendentista come ancora previsto dal suo statuto o un qualcosa di diverso che punta all’egemonia del Nord aggregando ambienti non sempre omogenei fra loro invece di lanciare messaggi forti e “rivoluzionari”? Non sono interrogativi retorici, ma riguardano la sostanza del “progetto politico” che il movimento si vuole dare per non correre il rischio di confondersi con una Democrazia cristiana dell’ultima stagione.

 

 

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