MLADIC, IL “BOIA DI SREBRENICA”, A PROCESSO PER GENOCIDIO

di REDAZIONE

Completo grigio e sguardo deciso. Il “boia di Srebrenica” Ratko Mladic si è presentato davanti al tribunale internazionale dell’Aja per la prima udienza del processo a suo carico, con uno spirito decisamente diverso rispetto alla prima udienza preliminari dell’estate 2011. Lì, sguardo dimesso, diceva alla corte di essere malato e di non capire nulla degli 11 capi d’accusa che gli venivano contestati, dal genocidio ai crimini contro l’umanità, per aver guidato le truppe serbo bosniache durante il conflitto dell’ex Jugoslavia, ordinando massacri e bombardamenti. Mladic (foto) non ha parlato durante l’udienza ma ha mantenuto un atteggiamento sprezzante nei confronti della Corte che lo ha richiamato all’ordine quando ha rivolto applausi derisori all’Aula. Il processo dovrebbe durare all’incirca tre anni; il primo testimone sarà sentito il 29 maggio prossimo.

Ratko Mladic, nazionalista convinto, è comparso dinanzi al Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi) per rispondere delle accuse di genocidio e crimini contro l’umanità, ma le madri di Srebrenica, raccolte al Memoriale di Potocari, accanto a 5.137 tombe dei loro cari, non hanno potuto seguire la diretta televisiva per l’improvvisa mancanza del segnale televisivo. Madri, mogli, figlie, sorelle, sopravvissute al massacro degli oltre ottomila musulmani, trucidati in pochi giorni dalle truppe di Mladic nel luglio del 1995, hanno lungamente atteso di vedere il generale alla sbarra, chiedendo giustizia; per anni hanno vagato da una fossa comune all’altra – finora ne sono state trovate ottanta – nella speranza di ritrovare i resti dei loro cari e di poterli seppellire a Potocari, continuando a vivere da profughe fuori dalla città fantasma. Prima della guerra, Srebrenica, la «città d’argento», aveva 36.000 abitanti, il 75% dei quali musulmani.

Oggi la cittadina, che fa parte della Republika Srpska (Rs, entità a maggioranza serba di Bosnia), di anno in anno vede ridursi continuamente il numero di abitanti. I musulmani sopravvissuti tornano in pochi, i serbi vanno via in cerca di migliori condizioni di vita: lo scorso autunno sono stati iscritti in prima elementare solo 36 bambini, 21 meno dell’anno precedente.

Ratko Mladic impersona più di ogni altro il dramma della guerra di Bosnia, che dal 1992 al 1995 sconvolse e insanguinò il cuore dell’Europa provocando 100 mila morti e oltre 2 milioni di profughi. Catturato un anno fa, il 26 maggio 2011, in un villaggio del nord della Serbia dopo ben 16 anni di latitanza, Mladic è responsabile in primo luogo del massacro di Srebrenica, il crimine peggiore in Europa dopo la seconda guerra mondiale, e del lungo assedio di Sarajevo con quasi 12 mila morti e oltre 50 mila feriti e mutilati in 43 mesi di drammatici bombardamenti e attentati ai danni della popolazione inerme. Crimini questi per i quali l’ex generale viene bollato come il Boia o il “Macellaio dei Balcani”. Mladic (70 anni), che ha sempre ripetuto e continua a ripetere ancora oggi dinanzi alla giustizia internazionale la sua unica volontà di aver voluto difendere la Serbia e la causa dei serbi dinanzi alla minaccia musulmana, fece perdere le sue tracce nel 1996, subito dopo la fine del conflitto e l’apertura di un fascicolo a lui intestato ad opera del Tribunale penale dell’Aja (Tpi).

Da allora, nei suoi confronti cominciò una caccia senza quartiere, con azioni a sorpresa, retate, perquisizioni che però non portarono a risultati concreti. Troppo importanti erano le coperture di cui godeva l’ex generale in seno alle Forze armate serbe, ai servizi segreti, agli ambienti politici conservatori a Belgrado e, non ultimo, tra la popolazione in Serbia la cui maggioranza, in vari sondaggi e inchieste, si è costantemente dichiarata in passato contraria alla cattura di Ratko Mladic, da molti considerato un autentico eroe del nazionalismo e patriottismo serbo.

Subito dopo la fine del conflitto bosniaco, l’ex generale, che godeva della protezione dell’allora uomo forte jugoslavo Slobodan Milosevic, sfidava apertamente la giustizia internazionale, frequentando tranquillamente bar, locali e ristoranti di Belgrado. Lavorava senza problemi nel suo giardino e andava a sciare. Ma caduto Milosevic (foto) nel 2000 (estradato anch’egli al Tpi, dove morì per infarto nel 2006 durante il suo processo), Mladic entrò in clandestinità, contando ancora sui tanti appoggi a Belgrado, soprattutto fino a quando al potere in Serbia restò il conservatore nazionalista Vojislav Kostunica. Costretto a rifugiarsi in strutture militari e spostandosi in continuazione da un villaggio all’altro, dal 2002 al 2005 sembra abbia soggiornato a Belgrado, frequentando un appartamento in un palazzone di Novi Beograd, il quartiere residenziale moderno della capitale serba sorto alcuni decenni fa sull’altra sponda del Danubio. Nel 2006 sarebbe tornato a nascondersi in piccoli località rurali. La vera svolta nelle ricerche  arrivò nel 2008 con l’avvento al potere del nuovo governo democratico e filoeuropeista del presidente Boris Tadic e del premier Mirko Cvetkovic. Da allora le ricerche di Mladic si intensificarono, con il progressivo taglio dei “rifornimenti” e col venir meno delle protezioni eccellenti. Prova di tale determinazione fu la cattura nel luglio 2008 di Radovan Karadzic, il leader politico dei serbi di Bosnia smascherato dai panni del santone guaritore che si faceva chiamare Dragan Dabic.

Gli appoggi a Mladic si sono andati via via affievolendo, di pari passo con la determinazione sempre maggiore di Belgrado di farla finita una volta per tutte con il peso del passato e con la volontà di accelerare il cammino verso l’Unione europea. Mladic – che è nato il 12 marzo 1942 a Bozinovici, nell’est della Bosnia – è stato catturato il 26 maggio 2011 in una casa di un suo parente a Lazarevo, un villaggio a una decina di km da Zrenjanin, in Voivodina, 80 km circa a norest di Belgrado. Sin dai primi interrogatori, ha sempre denunciato le sue precarie condizioni di salute.

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