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Milano: Parisi e Sala, i gemelli diversi che corrono al centro

sala2di STEFANIA PIAZZO – Alla fine il centrodestra ha trovato l’uomo per correre, come il centrosinistra. E come la sinistra, il centrodestra fa appello a uomini non di partito ma a pezzi del proprio apparato, esterni, tecnici prestati a fare il candidato sindaco. Perché al proprio interno, di spendibile non c’è più nulla. Beppe Sala e Stefano Parisi sono la faccia diversa della stessa medaglia. Persone perbene, manager, capacità comunicativa e di trasporto pari allo zero sotto lo zero. Non che un altro concorrente come Corrado Passera sia in grado di strappare loro la bandiera della simpatia e della popolarità. Tutti e tre corrono al centro, vogliono lo sguardo dei moderati, sperano di intercettare quello del sagrato delle parrocchie, auspicano di prendere il consenso dei ceti popolari. Perché il ceto medio è fuori dai giochi.

Il biglietto da visita della giunta Albertini, per Parisi, di cui è stato city manager, è duro da spendere. Se a un milanese chiedi cosa ricordi del suo allora sindaco, ti risponderà: il sindaco in mutande. Quello che Bossi chiamava l’Albertina. Ecco.

Se chiedi di Passera, ti risponderanno che era con Monti. Sorprendenti i suoi manifesti che tappezzano le metropolitane. Recitano: “Quanti negozi hanno chiuso nella tua via? Non c’è lavoro, basta con la sinistra”. Come se il governo Monti non avesse governato con e per la sinistra. “Hai paura che ti rubino in casa? Non c’è sicurezza, basta con la sinistra”. E Passera stava col centrodestra quando era a Palazzo Chigi?  Con queste credenziali non si convincerebbe neanche un chierichetto.

Sala non è un candidato unitario, ma al ballottaggio sarà l’uomo da battere. Parisi ci può andare, premesso che i 5 Stelle non sono in calo di consenso. Pensare, oggi, ad una rivincita del centrodestra, a Milano, è un’utopia. La Lega doveva decidere… doveva scendere in campo ma chi glielo faceva fare, diciamocela tutta, a Salvini, di correre per perdere? La partita vera è invece su Roma. E’ lì che si decide la leadership del centrodestra. E il segretario del Carroccio, che lo sa bene, non poteva giocare su due tavoli diversi.

Già debole al suo interno, con il Piemonte sfuggito di mano, l’Emilia Romagna pure, il Veneto idem, con un consiglio federale in cui non ha a quanto pare la maggioranza, la Lega sta vivendo la sua partita con un centrodestra a caccia di un capo carismatico che non c’è.

 

 

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