MERKEL, CAPRO ESPIATORIO DELLE RUBERIE ALTRUI

di CARLO ZUCCHI*

Il 3 gennaio di quest’anno scrissi che l’euro compiva dieci anni, ma era già pronto per la pensione. Per fortuna, la fine della moneta unica è ancora un’ipotesi che si farà di tutto per scongiurare, ma il fatto che da tempo si prendano in considerazione scenari post-euro la dice lunga sulla fragilità monetaria europea.

Oggi si dà la colpa alla Germania “rigorista” o alla Grecia “truffaldina”. Eppure, trovo non solo ingiusto, ma persino immorale fare di Angela Merkel il capro espiatorio per le ruberie altrui. Inoltre, va ricordato che l’euro è stato “ideato” all’inizio degli anni Novanta proprio per imbrigliare lo “strapotere economico e politico tedesco”, in seguito alla riunificazione, avvenuta nel 1989, dell’allora Germania Est con il resto del paese. Fu così che la dirigenza europea di quegli anni, sviata dai ricordi della seconda guerra mondiale e dagli incubi della “bestia bionda” di hitleriana memoria, si prodigò per ingabbiare la Germania. Chi oggi disegna Angela Merkel con i baffetti di Hitler lo tenga presente. In ogni modo, tra il 1995 e il 2005, la Germania ha fatto i “compiti a casa” senza che nessuno glielo ordinasse, riformando welfare e mercato del lavoro, così da aumentare la produttività con il consenso del sindacato. Ma ve la immaginate la Cgil che accetta, seppure momentaneamente, l’aumento dell’orario di lavoro a parità di stipendio? Chi invoca solidarietà incolpando la Germania di opporsi a una Bce che stampa moneta per soccorrere gli stati ladri, dovrebbe osservare quanto è accaduto in Italia, dove la classe politica meridionale è riuscita a soggiogare politicamente il nord produttivo, che a forza di mantenere un Mezzogiorno parassitario si sta economicamente dissanguando. Cattivi i tedeschi se non vogliono fare la stessa fine?

E poi, basta con la scusa che questa crisi viene dall’America. Certo, il bubbone è esploso lì, ma poiché le crisi non sono altro che la manifestazione di errori accumulati nel tempo, ciò che conta non è da dove prendono il via (è normale che scoppino nei paesi più dinamici dove girano più soldi e si fanno più investimenti), ma dove fanno più danni. Come con la roulette, non è importante tanto dove il croupier lancia la pallina, ma il numero in cui questa si posa. Il fatto che la “pallina” si sia posata sull’Europa, significa che qui si sono accumulati più errori ed è più urgente la necessità di riformare il sistema. E basta anche con la lagna che la crisi ha origini nella finanza. È vero che lì si è manifestata, ma bisogna chiedersi il perché. La verità è che solo attraverso un sufficiente accumulo di risparmio reale la crescita economica è sostenibile nel lungo periodo, mentre una crescita basata sull’emissione di moneta creata dal nulla dalla banca centrale e sull’espansione creditizia da essa stimolata non può che risolversi in una recessione. E se da decenni cresciamo a debito, è perché il mantenimento di moloch statali sempre più debordanti rende di fatto impossibile accumulare il risparmio sufficiente per una crescita solida. Non è un caso che, pur essendoci maggior risparmio privato rispetto ai paesi anglosassoni, proprio in Europa la crisi sia più acuta. Ciò è dovuto alla presenza di un welfare troppo generoso e finanziariamente insostenibile, attorno al quale si è formata una base di consenso talmente forte da renderlo politicamente non riformabile. Insomma, benché si sbraiti contro l’austerity, in Europa la spesa pubblica è da anni in continuo aumento, poiché l’eccesso di dipendenza creato dalla politica rende difficilmente riformabile il sistema. E gli speculatori, intuendo questo, disinvestono dai paesi più inefficienti dell’Eurozona acuendo, ma non causando, la loro crisi.

Purtroppo, oggi l’Europa paga le conseguenze di un’ideologia dirigista in nome della quale si è preteso di far convivere sotto la stessa moneta paesi troppo differenti tra loro. Ci è stato raccontato che l’euro sarebbe stato una garanzia per tutti i paesi aderenti alla moneta unica: al contrario, si è rivelato il più efficace veicolo di contagio. Inoltre, l’opacità della struttura della moneta unica ha fatto sì che i prezzi venissero distorti per troppo tempo impedendo al mercato di correggere gli errori che invece sono andati accumulandosi. Tra il 1994 e il 1998, per l’Irlanda e i paesi latini fortemente indebitati, il solo sostegno politico in favore dell’entrata nell’euro fu sufficiente a spingere i tassi di interesse verso la convergenza, cosi che, man mano che le attese di un ingresso nell’Eurozona crescevano i loro tassi di interesse diminuivano, incentivando politiche che favorivano i consumi a discapito degli investimenti, mentre i tassi dei paesi virtuosi (Germania) aumentavano, poiché adottando l’euro assumevano parte dei rischi dei paesi meno virtuosi. Ma con l’introduzione dell’euro il bluff si è scoperto e la competitività tedesca è iniziata ad aumentare, mentre quella delle “cicale” latine è scesa senza che potessero usare il paracadute della svalutazione monetaria.

Del resto, dar vita a un’unione monetaria costruita a tavolino, estendendola a un numero di paesi più ampio possibile senza preoccuparsi troppo delle loro differenze, denota una mentalità dirigista e persino totalitaria. E proprio la pretesa di omogeneizzare paesi diversi è indicativa di come questi eurocrati confidino nella loro capacità di plasmare uomini e popoli, senza preoccuparsi troppo se il paradiso in cui pretendono di farli vivere finirà per essere il peggiore degli inferni.

*Tratto da “La Voce di Romagna”

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