Meglio amor di Padania che Roma italiana

di Fulvio Curioni – Mi tuffo allora in un quaderno padano del 2001, per ritornare alle origini, per ritrovare ancora Gianfranco Miglio quale vero precursore della Repubblica, ammettendo con coraggio come, i governanti del centrodestra del ventennio precedente fallirono la missione di dare un nuovo assetto alla carte costituzionale del 48, in quanto, soprattutto le riforme che volevano cambiare la forma di stato legata a doppio mandato alla forma di governo ed alla nuova legge elettorale, non hanno prodotto nulla. Quindi, negli anni novanta, pur entrando la lega all’interno del sistema ed ai palazzi romani, non aveva coscienza del compito rivoluzionario del cambiamento da farsi, solo Gianfranco Miglio coordinatore del gruppo di Milano dieci anni prima con un rigore da statista aveva elaborato le modifiche da apportare alla costituzione italiana. Quel progetto federale collegato alla terza repubblica, orfana di una seconda repubblica all’insegna di una incruenta rivoluzione all’italiana.

Una costituzione per i prossimi trent’anni , dibattuta nella commissione per le riforme istituzionali guidata negli anni novanta da tre sordi politici: Ciriaco De Mita, Nilde Jotti, Massimo D’Alema. Altri tempi. Il nocciolo della questione si chiama come allora federalismo- presidenzialismo unito alla riforma sulla legge elettorale. La convinzione che il concetto di stato presuppone il concetto del politico, ben sapendo che ogni nuova costituzione nasce sul filo della spada come suggeriva Charles De Gaulles che determinò in Francia nel 58 la costituzione della quinta repubblica. Ne discendono da questa riflessione , meccanismi Migliani quali la sfiducia costruttiva, tale principio impone lo scioglimento delle camere con la trasformazione della camera Alta in un senato delle regioni ed il ricorso alle urne , restituendo la sovranità e la democrazia al popolo sovrano e non a meccanismi di potere a noi oggi tristemente noti, scoraggiando cosi’ i franchi tiratori da lui definiti patiti del governo debole rendendo innocuo ogni ribaltone senza neppure toccare l’art 67 della costituzione che paradossalmente lo consente nello svincolare ogni parlamentare da ogni vincolo di mandato.

Per dare solidità all’esecutivo, prevedeva di fondere il sistema del premier con alcuni meccanismi del cancellierato tedesco, con elezione diretta ed abolizione del mattarellum imponendo un ritorno al proporzionale alla tedesca con premio di maggioranza alla coalizione vincente e con soglia di sbarramento al 5 per cento per rafforzare la stabilità di governo in questo bipolarismo imperfetto. Aggiungeva inoltre un nuovo consiglio dell’economia e del lavoro in sostituzione del mai cestinabile nonostante un referendum sul Cnel, capace di contenere al proprio interno rappresentanze sindacali, associative, ecclesiastiche ormai obsolete, controproducenti, veri parassiti slegati dal popolo e legati solo ad interessi di potere. Alcune riflessioni che desidero portare sommessamente quale contributo donatoci al tempo dal Professore, perfettamente attuale, visti i ribaltoni, e le maggioranze bulgare imperanti a doppio filo con interessi di parte legati alle istituzioni di ogni ordine e grado. Citando infine quanto scritto nei quaderni dal figlio Leo, piace anche a me ricordarlo nel pieno del suo vigore, con gli scarni versi di Vincenzo Cardarelli: La speranza è nell’opera, io sono un cinico a cui rimane per la sua fede questo al di là. Io sono un cinico che crede in quel che fa. Possono allora comperare un partito, confondere un popolo ma prima o poi le radici rifioriscono verso l’alto, ed il tempo della fioritura è arrivato.

 

 

 

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