PROVINCE INUTILI, LA VERA IDENTITA’ E’ QUELLA COMUNALE

di ENZO MARANGONI*

Martedì 31 gennaio scorso, l’Unione Province Italiane ha fatto convocare contemporaneamente tutti i consigli provinciali d’Italia, in seduta aperta, per gridare aiuto aiuto e protestare contro l’operazione di svuotamento delle province contenuta nell’art. 23 del cd. Decreto Monti “Salva Italia”. Il tutto finalizzato a votare un ordine del giorno, già preconfezionato, per spingere le regioni a far ricorso alla Corte Costituzionale per (inesistenti) questioni di pretesa incostituzionalità. L’operazione mediatica organizzata dalla casta politica è finalizzata a far passare il concetto che l’ente provincia abbia qualche seria utilità, oltre a quella, non esternabile di queste tempi, di pagare indennità ai presidenti e assessori e qualcosa anche ai consiglieri. Viene da ridere a leggere le dichiarazioni dei presidenti di provincia o dei presidenti dell’UPI o dei presidenti del Consiglio delle autonomie locali. C’è mancato poco che questi politici abbiano comunicato agli ignari cittadini che lo svuotamento delle funzioni provinciali provocherà la paralisi della scuola e il crollo degli edifici scolastici, lo stato di abbandono delle strade provinciali, l’esplodere della disoccupazione che, si fa per dire, è fin’ora inesistente in Italia e nelle Marche, grazie all’efficacia del lavoro degli addetti agli uffici per l’impiego provinciali. Lo scorso anno la provincia di Macerata è stata governata in solitudine da un Commissario per 12 mesi: non è successo nulla di grave, anzi ha funzionato tutto molto bene e con minori costi. I cittadini se ne sono forse accorti? Hanno sentito la mancanza dei politici in provincia?

Essendo aperta, questa seduta straordinaria dei consigli provinciali del 31 gennnaio, sono intervenuti, a dare manforte alla nobile causa della difesa dell’indifendibile, moltissimi componenti delle varie caste politiche, di tutti o quasi i vari partiti politici (inclusi quelli che nel 2008 avevano ufficialmente incluso l’abolizione delle province nel loro programma elettorale nazionale) decantando anch’essi, chi la fine della rappresentanza politica territoriale, chi l’ inefficacia del risparmio dei costi o altre favole per i boccaloni disposti a beccare. Non ha mancato di dare manforte la casta sindacale, qualche casta delle forze economico-sociali, persino qualche esponente della casta universitaria. Ormai è noto: casta non morde casta e bisogna aiutare la casta dei partiti politici che deve mantenere le inutili poltrone ai propri uomini e donne.

Andando invece controcorrente io penso, anche sulla base della mia pur breve esperienza di ex consigliere provinciale, che un buon amministratore provinciale debba, oggi più che mai, evitare di sollevare barricate improponibili ma, al contrario, contribuire fattivamente a traghettare la provincia verso la sua progressiva eliminazione (non consentita immediatamente al governo Monti per il vincolo costituzionale). Un buon amministratore provinciale dovrebbe collaborare fattivamente, da subito, con regione e comuni, per cedere loro beni e servizi, per ricollocare i dipendenti nei comuni o in regione facendo sinergia con gli altri dipendenti degli enti suddetti, per garantire la continuità dei servizi finora erogati, magari migliorandone la qualità.

La vera identità che i cittadini sentono è quella del comune di appartenza e non certo quella di una provincia non percepita ne propria ne utile. Lo dimostrano anche le percentuali di partecipazione al voto, abbastanze elevate nei comuni, piuttosto basse per le elezioni provinciali. Ancora, sempre a titolo esemplificativo, basterebbe provare a chiedere ad un osimano se si sente anche anconetano, o a un civitanovese se si sente anche maceratese, o a un fanese se si sente anche pesarese-urbinate, o a un sanbenedettese se si sente anche ascolano.

L’identità comunale non verrebbe meno se si procedesse altresì, ed è necessario prima o poi farlo, ad una unione amministrativa ed effettiva dei piccoli comuni, creando macrocomuni di almeno 10.000 o meglio 15.000 abitanti. Oltre al risparmio dei costi, aumenterebbe soprattutto l’efficienza e l’efficacia dei servizi comunali a tutto vantaggio dei cittadini-contribuenti: si avrebbe una massa critica minima per operare con successo. Comuni più grandi dei molti microcomuni attuali non sentirebbero per nulla la mancanza del preteso “fratello maggiore”, cioè le attuali province, potendo così interagire direttamente con le regioni che dovrebbero svolgere con più decisione il loro ruolo di veri enti di programmmazione regionale oltre che di legislazione regionale.

Le funzioni macro-programmatorie delle province debbono essere trasferite alle regioni, mentre quelle micro-programmatorie, di micro-coordinamento o operative possono essere svolte direttamente dai comuni.

*Consigliere regionale delle Marche, Gruppo Libertà e Autonomia

 

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