Ai Marò conveniva chiedere asilo alla Svizzera

di GIAN LUIGI LOMBARDI CERRI

Non intendo sollevare, con questo articolo, ondate di sdegno patriottico, sopratutto per una patria che non sento come mia, ma confermare un movimento di ribellione verso una schiera di pirati (africani o indo-africani) e di governanti  inetti che, con il loro atteggiamento, impediscono il libero commercio tra le genti. Esprimo piena solidarietà verso i due marò, come ho avuto ed ho solidarietà verso tutti coloro (poliziotti pubblici o privati) che, al rischio anche della vita, lottano contro volgari banditi. Per mancanza di adeguate informazioni (ma mentre scrivo si è dimesso il ministro Terzi) non starò a disquisire su la vicenda  salvo che nella parte”strutturale”.

Ho il sospetto che politici e burocrati italiani facciano a gara per dimostrare al mondo intero che gli incapaci vengono specificatamente addestrati in Italia e, soprattutto, promossi alle più alte cariche. Un’autorità che si nasconde accoratamente dietro l’anonimato (e ne ha ben motivo date le sistematiche cavolate che ha prodotto), ha scelto e piazzato su una nave civile due poveri marò. Li ha scelti, armati e mandati con precise istruzioni che, pomposamente hanno chiamato in occasione del’invio di truppe in Afghanistan, “regole d’ingaggio”, regole puntualmente analizzate in tutti i più minuti dettagli dai giornalisti strateghi da tavolino. Quando è successo il tentativo di abbordaggio sicuramente (almeno si spera) ci sono stati dei contatti, con i poco illustri personaggi i quali (temiamo) abbiano pronunciato l’ormai celebre frase italiota “fate del vostro meglio, ma non cacciateci nei guai”.

Sicuramente, quando le autorità indiane hanno detto al comandante della nave “venite qua che aggiustiamo il tutto” i grandi responsabili incogniti devono (probabilmente) aver specificato “andate , andate, che poi aggiusto tutto io”. E’stato aggiustato così bene che i due poveri Cristi hanno rischiato (e rischiano) di essere condannati , molto tranquillamente, all’impiccagione. A questo punto si sono mossi tutti gli eredi del Machiavelli, riuscendo solo ad aggravare ulteriormente la situazione con la scoperta, da parte degli italioti ligi alle Leggi (si fa per dire) delle presunte stecche pagate in India da Finmeccanica riuscendo così, con un colpo magistrale, a far annullare le commesse ad un’industria che per il 32% è di proprietà dello Stato, consegnando tranquillamente le suddette commesse ad industrie francesi sostenute da Hollande e, quasi sicuramente, da un buon caffè in omaggio. I grandi guidatori dell’Italia hanno proseguito nelle loro sciocchezze, pagando il pagabile, a titolo di risarcimento, con conseguente pieno riconoscimento di colpa.

Hanno fatto rientrare i poveri “soldà” per Natale, dietro caparra salata; li hanno fatti rientrare per votare, come se l’immettere due schede in più o in meno fosse assolutamente determinante per l’assetto del futuro governo. Poi, all’improvviso, li hanno bloccati sulla  via del ritorno con un provvedimento sciocco, ma, ancora più sciocco è stato quello, dopo la contromossa indiana di bloccare il rientro dell’ambasciatore in Italia, di cedere e rispedire in India i poveri marò. Credo che un liceale non avrebbe messo in fila un’uguale serie di balordaggini. Ma chi ha insegnato a Monti e soci il corretto vivere civile? O sono stati allevati come tanti marchesini Eufemio del famoso G. Belli, promossi con premio anche se hanno tradotto, dall’italiano al francese “esercito distrutto” con la ormai famosa frase “exercitus lardì”.

Vorrei solo vedere che cosa succederebbe se gli indiani, incassate laute prebende, cacciassero (come minimo) in una bella galera i due malcapitati per un periodo non inferiore ai venti anni, dicendo che, bontà loro, non li hanno impiccati per deferenza verso l’Italia. Temo solo di essere richiamato alle armi (sono vecchio di svariati decenni) e, ben protetto con “l’elmo di Scipio”, al grido di “dov’è la vittoria ?” venissi lanciato in una guerra contro l’India. Sarò un pessimista , ma se io fossi uno dei marò, presa la strada di Lugano, appena varcato il confine, avrei confermato la mia irrevocabile decisione con il bello nonché patriottico gesto dell’ombrello.

Perché? Mi domanderete. Perché non scommetterei 1 euro che “en cas de malheur” i sempre patriottici gestori della cosa pubblica non mi avrebbero mollato al mio destino con grandi toni di indignazione verso quei “barbari indiani”. Mai come ora vale la poesia: “Oh serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincie , ma bordello”.

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