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Ma perché i lombardi devono pagare 10mila euro di debito statale procapite?

di ALDO MOLTIFIORIdebito-pubblico-italia

Oggi –  oltre 150 anni dopo l’unità d’Italia – in un mondo che straparla quotidianamente di diritti dei popoli e della loro autodeterminazione, alla luce della Convenzione di Helsinki del 1975, nella incerta Europa, alla faticosa ricerca di Istituzioni federative – questi monarchi, forti del potere ad imperio di una protezione costituzionale  centralizzata e centralistica, che cosa ti combinano? Distruggono l’ultimo residuo di già evanescenti autonomie locali.

Con provvedimenti di pura e semplice rapina, alla sceriffo di Nottingham, eliminano la tesoreria comunale. Con una folle tassazione da tardo Impero Romano, ad imitazione di quanto faceva Diocleziano, rubano dalle tasche dei lombardi quasi il 60% (ripeto in lettere il sessanta per cento) della ricchezza prodotta con la propria diuturna fatica. E, soprattutto, avocano a sé tutto il potere di decidere su tutto, anche  se e quando un marciapiede di una città  possa o debba essere costruito e/o mantenuto.

La storia insegna, o dovrebbe, che il potere di decidere tutto concentrato in un sol punto, e questo è esattamente il caso dell’Italia, distrugge le nazioni, distrugge la ricchezza e infine distrugge ogni possibilità di crescere socialmente e politicamente. Quel potere uccide la consapevolezza nell’individuo di essere cittadino responsabile, riducendolo alla mera condizione di suddito estirpando, così,  dal suo animo ogni identità, ogni passato e dunque ogni futuro.

I boiardi del debito pubblico

Gli imperi e i loro boiardi come lo sceriffo di Nottingham, alla fine, cosi come succede per tutti i parassiti, muoiono quando il corpo (in questo caso la comunità) nel quale si sono istallati muore per avergli succhiato ogni linfa vitale. E’ in questo nefasto  scenario che il parassita di turno, ossia lo Stato, ha prodotto    l’attuale dimensione del debito pubblico italiano. Non è bastato a questo Stato estorcere alla Lombardia e alla sua sorella Veneta per oltre 70 anni tutto il valore aggiunto prodotto dalle loro economie, la cui stima e quasi impossibile, ma presumibilmente si può collocare in un ordine di grandezza superiore alle 3 volte all’attuale debito pubblico italiano.

Questa è esattamente la rappresentazione dell’agonia sociale, politica ed  economica, in cui si trova la Lombardia (e il Veneto), come risultato  dall’avidità parassitaria di questo Stato. Agonia prossima alla sua morte se non verranno presi provvedimenti da parte della comunità lombarda, ancorché con tutta probabilità  dolorosi. E, si badi bene, non si tratta di esagerazione o allarmismo gratuiti, quando ci si riferisce a quella terribile spada di Damocle in bilico sul capo di tutti i lombardi (e non solo) che è per l’appunto il debito pubblico italiano.  La sua dimensione numerica ci dice che ammonta a oltre 2.150 miliardi di euro.

 

Facciamo due conti

Vogliamo rappresentarlo questo astronomico debito nelle vecchie lirette, ossia di quando lo Stato era meno predatore? Ebbene dovremmo rappresentarlo così: 4.300.000.000.000.000 Lire. Un numero che fa tremate le coscienze dei lombardi.  Sulle conseguenze di questa catastrofe limitiamoci a vedere da vicino qualche parametro macroeconomico. Nella Repubblica Italiana (meglio sarebbe definirla monarchia precostituzionale a tempo) tolti i bambini, i disoccupati fisiologici, i pensionati che percepiscono una pensione non coperta da contributi versati, i lavoratori in nero, quindi invisibili, e i cosidetti profughi che vivono senza produrre alcun reddito, rispetto ai 60 milioni di residenti ufficiali cadiamo a poco meno di 35 milioni di residenti italiani che producono un reddito a valore aggiunto, ovvero soggetto a tassazione. Ciò significa un debito procapite in capo ai quei 35 milioni di produttori di reddito di qualcosa come 61.430 €  ad individuo. Giova ricordare che in soli 15 anni, dall’introduzione cioè dell’euro, il debito pubblico in capo ad ognuno  si triplicato passando dai 20.000 euro circa di allora al valore attuale.

 

Tirando le somme, ci viene un colpo

Assumendo, e non si è molto lontani dal vero, che ciascuno di questi produttori  disponga al netto delle tasse statali e locali di un reddito 16.000 euro (corrispondente ad un PIL di 26.000 € pro capite), assumendo che il debito pubblico non aumenti ulteriormente, assumendo che il PIL non arretri, e infine, assumendo, questo sì difficile da immaginare, che questo Stato parassitario e predatore non aumenti la pressione fiscale, si avrebbe il seguente scenario: per ripianare il debito pubblico in dieci anni come richiesto dalle regole europee (il trattato dei Maastricht è in vigore da 10 anni), così come da ogni buona regola di gestione di bilancio, quello stesso produttore dovrebbe vivere con un reddito disponibile residuo, quello cioè che rimane dopo aver onorato l’impegno a ripianare il debito pubblico generato dallo Stato, di 10.750 euro. Ovvero con circa 900 euro al mese. Ma non è così che lo Stato ripianerà il debito pubblico! Molto peggio, nel più puro stile da sceriffo di Nottingham, questo voracissimo predatore che è lo Stato italiano imporrà una patrimoniale secca sui patrimoni, mobiliari ed immobiliari. E, considerato che la maggior parte dei patrimoni visibili risiede in Lombardia e nel Veneto, provate a pensare che sarà la vittima di questa ennesima rapina.

La morte civile

Assolutamente impossibile! Questa è la morte, civile prima ancora che fisica, di cui  si parlava sopra. Non il default tanto caro ai finanzieri mondiali, ma proprio la morte del cittadino e della comunità in cui è cresciuto, e con essa quella dello Stato parassita e predatore. Per dirla in breve oggi ci troviamo sprofondati in un abisso peggiore di quello prodotto dalla seconda guerra mondiale. Posto che sia ancora possibile ci aspetta un futuro più oscuro di quello che ci vide all’uscita del secondo conflitto mondiale. Allora ci colpì lo Stato sabaudo presidiato dal fascismo mussoliniano. Oggi ci colpisce uno Stato ben peggiore, poiché privo di nessuna legittimità, nemmeno quella militare, che pure in qualche modo supportò le brutali annessioni sabaude al loro Regno di Sardegna, farsescamente chiamate plebisciti. Come è potuto avvenire tutto ciò? Come è potuto accadere che dal limbo del regno di Sardegna del XIX secolo siamo caduti nell’inferno dello Stato predatore di anime e di cose della Repubblica Italiana dall’ideologia catto-comunista? Non è difficile da comprendere, avendo il coraggio, la lucidità e soprattutto l’umiltà di guardare dentro gli eventi post bellici, quanto gli stessi lombardi, la gran parte inconsapevolmente, ma la sua classe dirigente scelleratamente corresponsabile,  vi abbiano contribuito! (2-segue)

 

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