Da sole delle Alpi a stella cadente: ma la Lega esiste ancora?

di GIANLUCA MARCHI

Ma la Lega Nord esiste ancora? Scusate la brutalità, ma dopo il voto di domenica e lunedì la domanda mi è venuta spontanea. Ho l’impressione  che il Carroccio abbia imboccato ad alta velocità la via del tramonto. Altro che “Lega la potentissima”, qui si sta assistendo in men che non si dica alla degenerazione del movimento in una polenta venuta male e destinata alle ortiche, per non dire di peggio. Magari mi sbaglio, forse sono troppo pessimista, ma i segnali che colgo sono tutti in quel senso.

Ieri ho assistito e ascoltato scenette kafkiane. A Radio Padania un ex parlamentare del Sole delle Alpi di cui non ricordo il nome (meglio per lui…) esultava: “Da soli abbiamo vinto contro l’alleanza di Pd e Pdl, abbiamo dimostrato che possiamo sbaragliare”. Ma dove? A Trescore Cremasco, manco 1500 elettori. Caspita, un vero trionfo, roba da cambiare il corso della storia. In tutte quelle che erano le roccaforti padane l’esito delle urne è come un pianto greco, a cominciare dalla Brianza, dove si è salvata Lazzate, merito postumo di un leghista vero, mai sufficientemente compianto come Cesarino Monti. A Vicenza il Carroccio non arriva nemmeno al 5%, a Treviso, dopo decenni di dominio incontrastato, deve affannosamente inseguire nonostante il vecchio Gentilini, che da solo con la lista recante il proprio nome ha preso il 20%. In diversi Comuni del Veronese  la Lista Tosi ha mediamente ottenuto molti più voti rispetto alla Lega, a  conferma che l’abile sindaco scaligero si starebbe preparando alle regionali del 2015 puntando tutto su se stesso e mettendo in naftalina il simbolo  dell’Alberto da Giussano e con esso magari anche Luca Zaia. Stendiamo un velo pietoso sul povero Roberto Cota, costretto ad esultare per la conquista di due comunelli dentro un contenitore di liste civiche. Anche nella Bergamasca, altra terra foriera di voti in passato, il Carroccio ha preso sportellate in faccia, nonostante il tentativo di celare il vecchio simbolo dentro a marchi più localistici.

C’è ancora la Lega o il Sole delle alpi s’è trasfigurato in una triste stella cadente? Le bandiere della Macroregione e del 75% delle tasse trattenute sul territorio hanno scaldato il popolo leghista (quello rimasto) lombardo per qualche settimana, ma sembrano già frettolosamente archiviate nel vasto magazzino dei progetti belli/brutti e impossibili di via Bellerio. Tutto il resto è nulla, il partito sindacato del territorio ormai non sembra più nemmeno sindacato di se stesso. Il progetto egemone è un’idea che oggi, se solo venisse citata, sarebbe capace di far ridere i polli. Ciò che resta è una congrega di potere seduta su comode e ben remunerate poltrone che, con l’appoggio dell’alleato berlusconiano (conciato anch’esso più o meno alla stessa maniera), verranno occupate e sfruttate fino all’ultimo giorno disponibile non certo per propugnare un progetto politico (quale?), ma semplicemente per perpetuare la privilegiata condizione personale dei singoli e di coloro che dai singoli vengono beneficiati. In alcuni casi ci sarà anche della “buona amministrazione”, ma non è con questo ingrediente che si può ridare speranza a un popolo, quello leghista e più in generale quello padano, che oggi appare senza speranza e si rifugia per lo più nel non voto.

Davanti all’evidente declino, il segretario federale Maroni resta per ora muto e rimanda la discussione al Consiglio federale di venerdì che potrebbe decidere l’anticipo del congresso. Il suo vice Flavio Tosi dà la colpa dei magri risultati alla poltica degli annunci non seguita dai fatti (il sindaco di Verona probabilmente scalpita per prendersi in mano il partito e trasformarlo definitivamente in una cosa a lui funzionale). E in televisione l’ineffabile Giacomo Stucchi giustifica gli annunci non seguiti dai fatti con il ritardo con cui è nato il governo romano, nello stile “fino a poco fa non c’era un interlocutore al quale rivolgersi con il cappello in mano”: un gran leghista!

Detto questo, già immagino l’obiezione di alcuni soloni: ma se la gente padana non vota o vota a sinistra, allora significa che merita il triste destino a cui sembra avviata. Troppo comodo dare la colpa ai cittadini se l’offerta politica non funziona più: fare autocritica e mettersi da parte costa troppe rinunce. Altra obiezione prevedibile: ma i movimenti indipendentisti, laddove hanno corso, hanno deluso. Vero, Indipendenza Veneta (a parte qualche eccezione non da buttare) a Treviso, nonostante la vulcanica Alessia Bellon, che nei comunicati stampa già si defininiva “prossimo sindaco”, non è arrivata nemmeno al 2%. Perché? Forse la sacrosanta battaglia per ottenere il referendum sull’indipendenza merita di volare più alto che immischiarsi nelle beghe delle amministrazioni comunali, a meno che non si proponga di voler conquistare i municipi per ingaggiare una vera battaglia finale con lo Stato e non per sistemare le buche nelle strade (elemosinando i soldi a Roma per farlo). A quel punto sarebbe tutta un’altra storia. Forse.

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