Ma i Toscani sono Etruschi o sono Tedeschi?

di SERGIO SALVI

Credevo che nella repubblica italiana la minoranza tedesca risiedesse nel Tirolo meridionale e nelle valli superstiti abitate dai walser, dai mocheni, dai cimbri e dai carinzi. Apprendo ora, da un libro intitolato “La Toscana / un lembo di Germania nella penisola italica”, di far parte, in quanto toscano, di questa minoranza. A seguire le dotte illazioni stimolate dal libro, scoprirei che il mio nome, anziché dal banale latino salvus, potrebbe derivare dal germanico Salbe (unguento) e che i miei primi antenati potrebbero essere stati guaritori provenienti dalla Selva Nera, ricca di piante e animali da cui trarre unguenti miracolosi; guaritori giunti in Val di Cecina al seguito di misteriosi ma numerosi colonizzatori turingi.

Gli autori del libro in questione, Cini e Baggiani, fondano infatti molte delle loro asserzioni sull’onomastica e la toponomastica che, a dire il vero, ma non solo in Toscana, rivelano una evidente impronta germanica. Questa non è tuttavia la prova, come da loro asserito, del ripopolamento germanico di una Toscana quasi disabitata, quanto quella della presa di potere da parte di una élite di conquistatori che hanno dato il loro nome a luoghi e famiglie di indigeni sottomessi. Conosco due afroamericani dalla pelle scurissima che si chiamano Smith e MacLeod senza che i loro antenati provenissero dall’Essex o dalla Scozia. Avevano semplicemente assunto il nome dei loro padroni, come era il costume di un paese e di un’epoca ancora segnati dallo schiavismo. Come è sempre stato in presenza di dominatori e in assenza di anagrafe.

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L’etimologia è poi una “scienza” sommamente inesatta e ben lo sanno coloro che la frequentano per professione. Inoltre le lingue germaniche sono apparentate al latino per la comune provenienza indeuropea e sono assai diverse tra loro. E non va mai confuso germanico con tedesco.

L’altra prova addotta dalla coppia autrice del libro è di tipo antropologico: i toscani sarebbero simili ai germanici per la stretta condivisione di un non meglio precisabile “DNA mitocondriale” e per i loro “visi” così simili a quelli ancora oggi esibiti dagli inglesi e dai tedeschi del nord. Si intersecano qui, abusivamente, due dimensioni non abbinabili: quella genetica e quella derivante dall’antropologia fisica di ottocentesca memoria. Cavalli Sforza ha dimostrato che esistono americani bianchi, biondi, con gli occhi cerulei e i capelli lisci, ortognati e dolicocefali, zeppi di geni africani; e, al converso, americani neri di pelle e di crine, con gli occhi d’ebano, i capelli a glomerulo, prognati e brachicefali, zeppi di geni europei. E allora?

La lingua, poi, non offre maniglie di appiglio ai nostri due autori. I longobardi smarrirono quasi subito il loro idioma e si misero presto a parlare “tosco” anche fra di loro. Del resto erano pochi, così pochi da non dare alla Toscana il loro nome etnico, che dettero invece alla Lombardia, dove erano sicuramente di più. Dettero però ai toscani le loro leggi e la loro organizzazione politica. I franchi, dopo avere sconfitto i longobardi, dettero ai toscani molto di più. Nuove leggi e nuove istituzioni. Assai più durature. Il grande storico tedesco Wilhelm Kurze ha dimostrato che “la Toscana, quale noi la intendiamo è dovuta al nuovo assetto che Carlo Magno volle dare all’Italia da lui conquistata. I confini da lui stabiliti si sono mantenuti cum grano salis fino ad oggi”. Sono i confini della Marca di Tuscia, il primo stato toscano prodotto dalla storia, ribadito nel Granducato e, oggi, raccolto nella Regione. Anche i franchi erano un popolo germanico: tuttavia, quando vennero in Toscana, erano già miscelati coi galloromani di Francia e molti di loro non parlavano nemmeno più il francone ma l’antico francese. Stentiamo a capire come due bravi ragazzi quali gli autori del libro in questione si siano impegnati con tanto zelo nella diffusione di una teoria infondata e stravagante che farebbe piacere perfino a Hitler e alla Merkel (senza nessuna colpa degli autori, beninteso). Più che di diritto, si tratta, nel loro caso, di dovere allo studio.

Ciò che più irrita, nel libro, è la sottovalutazione degli etruschi, che restano i fondatori della patria di noi toscani. Il grande glottologo e archeologo Mario Alinei ha infatti dimostrato come non ci sia stata in Toscana nessuna invasione etrusca ma lo stabilirsi, per ondate successive, di gruppi di colonizzatori in grado di convertire gli indigeni alla loro lingua e a dare loro una organizzazione sociale e culturale precipua e condivisa. Producendo, tra l’altro, quella cosa mirabile che è la civiltà etrusca e nella quale noi toscani di oggi ci riconosciamo con orgoglio.

Quella che potremmo chiamare l’etruscicità non è un dato biologico misurabile in laboratorio. Si tratta infatti di “genio” e non di “gene”.

 

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