MA DI COSA PARLIAMO: FEDERALISMO O SECESSIONE?

di GIANLUCA MARCHI

Federalismo o Secessione? Il dilemma si sta riproponendo ultimamente e la discussione è destinata a infervorarsi nei prossimi mesi. Questo sono le due parole chiave – la terza è Padania –  su cui, in periodi diversi, si sono fondate le fortune politiche della Lega Nord e di Umberto Bossi. Non intendo qui ricostruire la storia leghista, che coincide più o meno con un quarto di secolo della storia italiana, una vicenda che ha determinato le fortune di numerosi personaggi, alcuni dei quali del tutto improbabili, ma che su quei due fronti non ha prodotto il benché minimo risultato. Ne sia conferma il fatto che ad oggi in questo Paese l’unica riforma spacciata per “federalista” del titolo V della Costituzione è stata attuata da un governo e una maggioranza di sinistra, il che è tutto dire.

Oggi assistiamo nel Carroccio a due tendenze in apparenza opposte. La prima: dopo la caduta del governo Pdl-Lega e quindi l’apparente conclusione dell’alleanza Berlusconi-Bossi, quest’ultimo ha ridato la stura, almeno nei comizi, alle passioni secessioniste che sempre hanno animato la militanza leghista, almeno quella di più vecchia data, perché da parecchi anni in qua dentro la Lega di “governo” sono confluiti molti personaggi (sia impegnati direttamente che semplici elettori) che con lo spirito originario del movimento nulla hanno a che fare. Il Senatur, quindi, sembra rispolverare la secessione più a fini propagandistici che altro, insomma per ricompattare il popolo leghista e fargli sfogare attraverso all’inneggio alla Secessione, tutte le frustrazioni accumulate in questi ultimi dieci anni. La seconda: molti dirigenti e parlamentari leghisti non hanno mai creduto che la secessione fosse perseguibile e oggi ci credono meno di prima. Così, per dare spinta alla nuova stagione della Lega di opposizione, tornano a parlare di Federalismo, imputando al governo Monti il suo affossamento, quando invece molti pensano, a cominciare dagli studiosi di materie federaliste, rappresenti una fortuna che il pastrocchio messo insieme dall’accoppiata Tremonti-Calderoli sia finito dimenticato in qualche cassetto. Ma serviva una bandiera da issare nella nuova stagione, altrimenti sarebbe stato il vuoto pneumatico, ed ecco allora tornare di moda il Federalismo. Così il prode Calderoli può annunciare, dalla sede del fatidico Parlamento della Padania, che la Lega depositerà in cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per la riforma in senso federalista della Costituzione. E non gli scappa nemmeno da ridere, visto che la prima proposta del genere risale all’Assemblea federale di Genova del 6 novembre 1994. Ed esponenti delle due anime in cui è sostanzialmente diviso il movimento, i bossiani e i maroniani, possono unitariamente parlare di Federalismo, perché appunto sono convinti che la Secessione non sia praticabile. Diciamo meglio che non la vogliono e non l’hanno mai voluta perseguire, e la cosa vale anche per Umberto Bossi se uno analizza tutte le sue mosse, o giravolte, compiute nei momenti topici in cui una rottura con lo Stato centralista sarebbe stata possibile.

Ma Bossi ormai è quello che è, un leader menomato dalla malattia, che non è più in grado di dire nulla di nuovo e che spesso dà l’impressione di essersi arrestato con la testa a prima dell’11 marzo 2004. Non c’è nulla di offensivo in queste parole, ma la constatazione di un evidente problema causato da ragioni terribili e del fatto che da nessun altra parte del mondo a un leader politico di un partito così influente sulla scena di un Paese, sarebbe stato concesso di proseguire indisturbato.

Vediamo allora cosa propone il leader più popolare oggi fra i leghisti, Roberto Maroni. L’ex ministro parla di ritorno al progetto egemonico, che consiste nel tentativo di portare la Lega a essere il primo partito nelle Regioni della Padania. Ma per fare che cosa? Al momento l’obiettivo non appare granché chiaro. Probabilmente Maroni ritiene che l’evoluzione dell’Europa condurrà a tali e tanti cambiamenti nella sua strutturazione, che un giorno di là da venire potrebbe esistere una Padania indipendente nell’ambito di una nuova Europa dei Popoli. Si tratta di una prospettiva auspicabile, ma della quale si faticano a individuare i primi segnali e tuttavia Maroni sembra dire: prepariamoci a questo evento e intanto portiamo la Lega a governare tutte le Regioni del Nord. Se poi l’evento non ci sarà – aggiungiamo noi -, il Carroccio almeno governerà tutto il Nord o quasi. Per ora, siccome parliamo del futuribile, non vien delineato se quella Padania felix in una nuova Europa dei Popoli dovrà essere federale, confederale o che altro ancora. Ma tant’è, potremmo essere accusati di voler inseguire il futuro, quando invece non siamo neppure sicuri di cosa ci possa offrire il presente.

Alla fine torniamo al dilemma iniziale: Federalismo o Secessione? Così come vengono utilizzati oggi questi due termini assomigliano tanto a bandiere sventolate per scaldare qualcuno e spaventare qualcun altro. Personalmente resto convinto che questo Stato sgangherato e decotto vada scomposto e semmai ricomposto in una versione confederale, cioè con la possibilità di ciascun componente di andarsene quando lo ritiene. E per far ciò bisogna spingerlo, lo Stato, al collasso definitivo. Ma, ripeto, questa è una visione personale. Ritengo tuttavia che su questa discussione dovrebbero cominciare a impegnarsi tutti i movimenti che, nel bene e nel male, sono figli del leghismo e dei suoi fallimenti, cercando di mettere da parte i battibecchi da pollaio che troppo spesso li vedono coinvolti.

 

 

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