L’ultimo Miglio, quel remo del Lago di Como

di PAOLO L. BERNARDINI

Il mio primo incontro con le barche del Lario avvenne, sorprendentemente, nel mare di Genova, antistante la Foce sommersa del Bisagno, tra la Foce quartiere, appunto, ancora in gran parte popolare, e l’Albaro tradizionalmente dei ricchi, al Circolo “Dario Schenone”, ove, assai amatorialmente, praticavo, da giovane, la voga. Erano acque tempestose e mefitiche, allora, prima che venisse installato, più o meno funzionante, un depuratore. Ne seppe qualcosa un amico, inghiottito con la barca nel canale di spurgo della fogna e uscitone malatissimo, e poi sfigurato per sempre. Vogavamo, dunque, su barche dette più o meno propriamente “lariane”. Praticavo, io, il due di punta, con un solo remo. E piuttosto che primeggiare nello sport, mi chiedevo già allora come mai una civiltà per eccellenza marinara, come quella genovese patria di lance e gozzi e leudi, dovesse ricorrere ad agili e lunghe “lariane” in legno, provenienti, appunto, da un miserrimo lago.

Sono reduce da una non felicissima puntata veneziana, il 30 luglio: il tempo per vedere agli Alberoni quel che certamente sarà una mostruosa rovina marina, il Mose degli scandali, la cattedrale nettuniana all’umana nequizia e avidità, dopo che Venezia a Domineddio di cattedrali ne ha dedicato molte; e poi dinanzi a San Giorgio Maggiore un’orrenda, abominevole statua rosa o viola di materiale indefinito che volge le sue terga mostruose al capolavoro palladiano, raffigurante, credo, un’ obesa mutilata e deforme (l’Italia?) (la Santa dei Torsi Umani, nuova divinità per carità laica, anzi laicissima, laida, anzi laidissima, che prelude alle celebrazioni della Grande Guerra Grandissima, che ne produsse alquanti, di umani torsi e veri?): come dire, questa è l’Arte, ma quella vera, i due capolavori del Tintoretto ad esempio, all’interno, non hanno di certo il glamour dell’infelice in rosa, per carità, così obsoleti, così classici, così belli da non soddisfare l’istinto per quel che è loro pari dei brutti, e dei bruti. Vorrei il parere di Andrea Dipré, critico acuto e cultore del trash: che la intervistasse, la malformata, ed il suo autore, assai al di sotto, per la verità, entrambi, rispetto a quelle figure che il criticato critico (peraltro a me assai simpatico) Dipré intervista solitamente: donnine allegre che han fatto sesso, ops, “si sono unite in abbracciamenti” con gli alieni, uomini che hanno avuto la medesima esaltante esperienza, artisti senza voce,  Lea di Leo, un tal Giuseppe Simone che incarna la Sfiga con grande astuzia, e “opere d’arte mobili” come autrici di show lesbo, o lesbo-shows, e la sicuramente sexyssima Noemi Blonde, attrice o già diva del Porno, che se non parlasse con un terribile accento romanesco rischierebbe di ricevere un bell’invito dal sottoscritto, a correr insieme la Laguna, cercando magari tesori sommersi, sorvegliare da barene invisibili il volo di folaghe e altri uccelli.

Dopo un pomeriggio passato indarno dietro a Palazzo Ferro Fini, a declamare ai turisti in tre lingue (tutte non veneziane), la bontà dell’indipendenza, o quantomeno del referendum, vinto dal caldo e dagli eventi m’avvio mesto al treno, non prima d’aver notato, in calle 22 Marzo (l’ultima delle Cinque Giornate per Milano, la prima e l’unica della vittoriosa ribellione veneziana del 1848) che perfino cotale calle era stata allargata, con “voto popolare”, nel 1880, anno XV dell’era sabauda, sindaco regnante tal Dante Allighieri (sic), per fortuna con anche un cognome vagamente veneziano, in mezzo. Lo ricorda una lapide ove la calle piega. Sul treno poi mi vien quasi da piangere, non tanto per quel che il Consiglio Regionale eminentissimo ha deciso di non decidere, quanto perché vedo un’immensa nave da crociera e so che domani o doman l’altro partirà a traversar la Giudecca, con danni immani, potenziali e reali, per la Serenissima, mai violata da cotanti capodogli d’acciaio, impreparata alle loro onde. E un giorno s’adagerà di fianco, un cotale Leviatano, vuoi sulla punta della Salute, vuoi proprio su San Giorgio Maggiore, rovinando sulla basilica palladiana, triturando Tintoretto, e Jacobo Bassano e Sebastiano Ricci, ma certamente sarà messa in salvo la Venere rosa violaceo che ora dis-grazia l’isola con la sua presenza di “squat”, abominevole. Anzi, novella Schettino, ricucite braccia e gambe, sarà lei a pilotar il natante, fiera di por fine alle bellezze imperiture con maldestra, o destrissima manovra. E dire che un ministro comasco, il Passera, nome da “opera d’arte mobile”, non me ne voglia, a tale scempio con saggio, ma inapplicato decreto, aveva deciso bontà sua di por fine. Una volta si diceva “fatta la legge, trovato l’inganno”, oggi semplicemente si dice, “fatta la legge…e allora?”. Italia mia, Italia in fiore…

Sic transit gloria mundi.

E dunque stanco del mare e della laguna mi sono consolato dedicandomi al mio lago, o meglio, al lago dove insegno, per chiudermi in me stesso mi sono immerso in acque chiuse: il Lario dove lavoro sempre, a cinquanta metri dalle sue sponde, anche esse per fortuna abbondantemente violate stile Mose, ancora campeggiano le scritte della veneziana Sacaim, da poco salvata (ma non con tutti i dipendenti, pare) da un imprenditore, friulano come l’ultimo dei Dogi. Ma essendo qui in terra veneta mi son consolato leggendo, e ho tratto dai miei scaffali un libro bellissimo, “Le barche a remi del Lario”, pubblicato da Leonardo nel 1999, e “patrocinato” da Gianfranco Miglio, allora vicino alla fine, morirà due anni dopo. Miglio scriverà solo due paginette, gli autori sono Massimo Gozzi e Gian Alberto Zanoletti. Ma come del resto tutto il libro, sono pagine bellissime, che ricostruiscono con pochi tratti le origini romane della navigazione a remi – e in questo il mio compianto collega all’Insubria Giorgio Luraschi avrà fornito una preziosa consulenza – fino allo sviluppo successivo, con una punta di snobismo nel lodare le eleganti (e costose) inglesine, gettando un’occhiata obliqua su pattini e pedalò. Una storia complessa, che insegna varie cose. Innanzi tutto, il legame fondamentale delle civiltà italiche con le acque, anche quando vi sia una strada, “regina”, ma correttamente nota Miglio, probabilmente “regia”, acque usate per il trasporto prima, per diletto poi, un diletto certo elitario: ci piace immaginare George Clooney che vagabondi in Riva dentro al lago, piuttosto che in Harley intorno ad esso…

Che bel libro, che bel contributo alla lingua del Lario il glossario nautico finale, che belle immagini.

Poi qui si imparano altre cose. Il legame tra i proti veneziani, maestri, che vengono ad insegnare ai locali lo costruzione di “gondole” che nulla, o non molto, hanno a che fare con le gondole per turisti che conosciamo noi, e i cantieri locali. Ma apprendiamo anche che le gondole, sia comasche sia veneziane, sono probabilmente derivate da un unico modello antico, mediterraneo, la “condura”, qualsiasi battello, o, scrive Gozzi (p. 57) “oggetto galleggiante”. Certamente, però, la presenza veneziana è forte, in fondo la riva sinistra d’Adda è vicina. Dunque, un libro che è un grande omaggio alla civiltà d’acqua, che nell’Italia vilmente cementizzata dai Savoia a oggi, ancora permane, civiltà padana – dottor Oneto mi sorrida, per una volta! – di fiumi, laghi, lagune, di città d’acque; un tempo Este, ma anche Bologna, ma anche Padova, ma anche Milano, stravolte dalla copertura di rivi e canali e navigli, orrende, a ben vedere, rispetto a quel che erano un tempo. I futuristi sballati deliravano sul cementificare il Canal Grande, ma il loro delirio ben era radicato nelle politiche sabaude e mussoliniane, tese a bonificare le paludi anche quando non c’erano. Che legame profondo che unisce la Lombardia minacciosa e minacciata, dai Visconti agli Sforza e poi ancor peggio gli Spagnoli, e la Serenissima non ostante tutto serena, e forte di possessi limitrofi, roccheforti contro ogni possibile invasione. D’altra parte, Renzo passa l’Adda, e ritrova la libertà in quella “terra di San Marco”, esclamando appunto un sonoro “Viva San Marco!” dinanzi al pescatore muto.

Si impara, finalmente, posto che ce ne sia bisogno, della grandezza di Miglio, che non era solo un teorico della politica che ragionava per idee astratte, senza radicarle nella Storia. Come Antonio Pigliaru, ad esempio, grande studioso sardo, amava Miglio mettere alla prova le teorie e verificarle nel tessuto storico, e in quello politico contemporaneo. La scienza politica privata della carne storica e del radicamento nel presente è esercizio sterile, è ingegneristica di utopie, o meglio, tragiche distopie da profeti laici ottocenteschi, da fraticelli perversi dell’ateismo, da Fourier, da Gillette, da Gesell…Quelli che un giorno si svegliano con il mal di denti, sono infelici, poverelli, preda del loro ego enfiato e malato, e allora decidono che debba soffrire mezza umanità…

Miglio conosceva la storia anche lariana, a fondo. E lo mostra bene anche qui. Un grande pensatore anche nei suoi risvolti, e scritti, meno noti. Ed in fondo, coloro che possono permettersi solo un giro sul pedalò, alla fine, sognano, per fortuna, di possedere se non una gondola con sei rematori in livrea, quantomeno un’inglesina veloce, agile ed elegante, come il “phaselus” di Catullo, insomma. Sono i sogni, questi, che mandano avanti il mondo.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Le origini dell'uomo europeo scritte nel dna sardo

Articolo successivo

Crisi e suicidi, sono 76 nel primo trimestre del 2013