L’UE PRONTA AD INVADERE L’UNGHERIA

di STEFANO MAGNI

L’Unione Europea si prepara a invadere l’Ungheria. Non muoverà i carri armati, come ha fatto l’Urss nel 1956, quando Budapest aveva cercato di insorgere contro il dominio sovietico. Bruxelles userà armi non violente, ma altrettanto efficaci. L’arma economica innanzitutto: viene messo in dubbio il prestito di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale (fra i 15 e i 20 miliardi di dollari), necessari per salvare lo Stato centro-europeo dal default. L’effetto non si è fatto attendere. E’ bastata la diffusione della notizia della possibilità di un mancato accordo per mandare all’aria l’asta dei buoni del tesoro ungheresi.

L’agenzia di rating Fitch ha classificato “spazzatura” i conti dello Stato centro-europeo. Poi c’è l’arma politica: Bruxelles potrebbe imporre sanzioni. La procedura d’infrazione consiste in: multe salate per ogni giorno di mancata messa in regola. Cosa che darebbe il colpo di grazia a un’economia già debole.

Infine c’è l’arma mediatica: Budapest è diventato il “cuore di tenebra” dell’Europa.

Da più di un anno i servizi televisivi e i reportage sui grandi quotidiani ci mostrano solo ronde, razzismo e antisemitismo. L’Ungheria ha questo problema, come molti altri Paesi europei, ma la sua società non coincide col partito di estrema destra (e di minoranza) Jobbik. Insomma: stiamo creando un mostro. Ormai, se l’Ue decidesse di imporre le sue sanzioni, c’è ormai da scommettere che il grosso della nostra opinione pubblica sarebbe assolutamente felice.

L’Ungheria si è associata all’Ue nel 2004 dopo un referendum popolare. A cui, però, aveva partecipato il 45% degli aventi diritto: meno della metà della popolazione adulta. Budapest ha le sue immense responsabilità: se avesse tenuto i conti in ordine, a quest’ora la sua esistenza non dipenderebbe da un prestito miliardario europeo. Tuttavia, questo linciaggio, mediatico, economico e politico ha una marcia in più. L’Ue non si accontenta di comportarsi come un qualsiasi creditore, che diffida giustamente del debitore disonesto. Bruxelles vuol cambiare la testa degli ungheresi, li vuole “moralizzare”. Quel piccolo Paese ex comunista sta diventando un banco di prova, un test della capacità di centralizzazione delle nuove istituzioni comunitarie.

Non è solo un caso che il braccio di ferro fra Bruxelles e Budapest sia iniziato l’estate scorsa, non su una questione economica, bensì su una battaglia etica. Sui manifesti contro l’aborto che il partito di maggioranza Fidesz, di Viktor Orban, aveva affisso per le strade del Paese, usando anche fondi comunitari. “Gli Stati membri dell’Unione Europea non possono usare i fondi comunitari per pubblicità contro l’aborto, aveva intimato Viviane Reding (foto), vicepresidente della Commissione. Per tale motivo, l’esecutivo dell’Unione Europea ha chiesto a Budapest di rimuovere tutti i manifesti, se non vuole incorrere in sanzioni finanziarie (corsivo nostro, ndr)”. Vi sarebbe stata altrettanta fermezza se quei manifesti fossero stati pro-aborto? Il contribuente laico ha diritto di indignarsi quando sa di pagare una campagna anti-abortista che non condivide. Ma il contribuente cattolico non avrebbe, a questo punto, altrettanti diritti? Misteri dell’Unione Europea.

L’altro motivo di indignazione internazionale riguarda la nuove legge costituzionale sulla stampa, vista come l’anticamera di una dittatura. Ora, se noi leggiamo la nuova Costituzione ungherese, entrata in vigore il primo giorno di quest’anno, troviamo questi principi: “L’Ungheria riconosce e difende la libertà di stampa e il suo pluralismo” (Articolo IX, paragrafo 1). Cosa c’è che non va? Il paragrafo 2 recita “Le regole dettagliate per la libertà di stampa e l’organo di supervisione dei media, dei prodotti editoriali e del mercato delle comunicazioni, sarà regolato con una legge fondamentale”, che alla fine si è rivelata particolarmente restrittiva, perché vieta la pubblicazione di articoli “lesivi dell’interesse pubblico”. Ma questa è una norma promulgata dal governo attualmente in carica, non un principio costituzionale immutabile. C’è bisogno di un intervento europeo? D’altra parte anche la nostra Costituzione recita: “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni” (Articolo 21, comma 7). Eppure nessuno ha mai proposto sanzioni contro l’Italia.

Si dice che la nuova legge fondamentale ungherese violi il principio della divisione dei poteri. Strano. Perché all’Articolo C, paragrafo 1, leggiamo: “Il funzionamento dello Stato ungherese si fonda sulla divisione dei poteri”.

Si dice anche che la nuova costituzione incoraggi l’intervento dell’esecutivo nella politica monetaria della banca centrale (come se gli altri governi europei non fossero mai intervenuti nelle loro, prima dell’introduzione dell’euro…) e incoraggi una gestione sconsiderata dei conti pubblici. Ancora più strano. Perché all’Articolo N, paragrafo 1, troviamo una legge molto severa in proposito: “L’Ungheria deve rispettare i principi del pareggio di bilancio e di una sua gestione trasparente e sostenibile”.

Cosa c’è che proprio non va nella nuova legge fondamentale dello Stato ungherese? Forse un paio di passaggi del preambolo: “Non riconosciamo la costituzione comunista del 1949, fonte di un governo tirannico” e “Stabiliamo che, dopo decenni di decadenza morale nel Ventesimo Secolo, abbiamo un perenne bisogno di un rinnovo spirituale e intellettuale”. Gli ex padroni di Mosca, solo per queste parole, avrebbero invaso l’Ungheria. Molti loro ex amici che siedono a Bruxelles e Strasburgo (e avrebbero accolto a braccia aperte l’Armata Rossa), vorrebbero fare altrettanto. Se solo potessero.

 

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