Los von Rom, la nostra destinazione è la Mitteleuropa

di ROMANO BRACALINI

“Via da Roma”.”Los von Rom”. Era lo slogan degli irredentisti sudtirolesi negli anni Sessanta. Lo aveva ripetuto Maroni dal palco di Assago. Un impegno che presupponeva l’abbandono delle poltrone romane e un ritorno sul territorio, alle battaglie originarie per l’identità e l’autonomia del Nord, nel momento in cui il patto d’unità col Sud è palesemente fallito e di ciò se ne sono accorti anche al Corriere. “Anche noi abbiamo una Grecia che ci sta strozzando; ed è il Sud”, aveva detto ancora Maroni. La finzione unitaria non regge più.

Non regge più l’idea stessa dello stato-nazione e nelle regioni alpine, svizzere e austriache, in Baviera, si sta affermando l’idea che prima o poi si dovrà arrivare a creare nel cuore dell’Europa una macroregione plurilingue, forte e omogenea economicamente. Una prefigurazione della Mitteleuropa che i nazionalismi europei disgregarono definitivamente dopo la prima guerra mondiale instaurando un nuovo ordine che ebbe come conseguenza l’avvento del nazifascismo e del comunismo, laddove il paterno imperatore Francesco Giuseppe si rivolgeva “Ai miei popoli” nel pieno rispetto delle diversità.

Carlo Cattaneo, alla metà dell’Ottocento, quando ancora non pensava di combattere l’Impero, diceva che la Lombardia solo dotandosi di una ricchezza economica superiore a quella della stessa Austria sarebbe stata in grado di pretendere una maggiore autonomia da Vienna. La ricchezza economica fa la forza. Il ritorno sul territorio dovrebbe avere il medesimo significato d’allora. L’egemonia al Nord di un forte partito indipendentista e autonomista, sull’esempio della CSU Bavarese, avrebbe come effetto immediato di indebolire il centralismo romano, di incutere paura e timori nel sistema italiano e di rendere meno vincolante l’obbligo di trascinarci la zavorra parassitaria e criminale che impera nel Sud. La scissura diverrebbe incontenibile. Nord e Sud finirebbero per non trovare più motivi sociali, economici e culturali per stare assieme, se mai li hanno avuti prima.

Il Nord, grazie alla ricchezza prodotta e al maggior peso politico conseguito, sarebbe più libero di agire e di aggregarsi con le regioni ad esso più simili. Alcuni presupposti della tirannia italiana, prima fra tutti l’oppressione fiscale, sarebbero destinati fatalmente ad essere corretti in una ottica più rispondente ai canoni e alle regole civili europee. La burocrazia borbonica è il primo motivo di scontento per le popolazioni che hanno conosciuto l’equa e corretta amministrazione austriaca ed è ciò che fa dell’Italia due Stati diversi appiccicati insieme con la colla.

Un Nord autonomo sarebbe in grado di dettare le regole a Roma e di destinare solo un terzo di ciò che produce allo Stato, come succede in Svizzera in cui una parte della ricchezza prodotta va ai Comuni, un’altra parte va ai Cantoni, un’altra parte parte va allo Stato, e tutte in parti uguali. Il sistema fiscale svizzero è equanime e civile, quanto spaventoso e poliziesco è quello italiano. Mi raccontavano un giorno a Lugano che un mecenate morendo senza eredi aveva lasciato l’intero suo patrimonio al Comune di Lugano, il quale comune di Lugano aveva diviso questo patrimonio per ciascun cittadino del Comune, che aveva potuto così scaricare dalle tasse l’intera somma ereditata. In Svizzera il Comune è dei cittadini, il Comune sono i cittadini. Lo diceva già Carlo Cattaneo, senza intenzione d’offendere, che un piemontese, o un lombardo, non hanno nulla in comune con un napoletano o un siciliano. Le differenze non sono solo etniche, ma culturali e civiche. Lo vediamo dalla gestione della burocrazia: fisco, enti statali, scuola, esercito. Un ritorno a Francischiello.

Creare un forte partito autonomista e indipendentista al Nord, con tutti quelli che vogliono farne parte, è il primo presupposto per la separazione consensuale dal Sud borbonico e il primo passo per la creazione di una nuova macroregione padano-alpina. Strade diverse, al momento, non se ne vedono. Ci vorrà tempo e pazienza. Ma l’esito è sicuro. L’autodeterminazione è un diritto anche per la nostra Carta costituzionale, ma è un diritto che non viene accordato in aperto contrasto con essa. Una falsa democrazia come quella italiana può consentirsi di dichiarare una cosa e di farne un’altra esattamente contraria. Non si può conquistare questo diritto se non con un vasto consenso politico che solo può offrirci questa scappatoia. Via da Roma e via dal Sud!

Gli spiriti più accorti e lungimiranti hanno già previsto questo cambiamento epocale al centro dell’Europa. L’Italia, messa insieme con stati non omogenei e diseguali, è il banco di prova della nuova Europa disegnata su base regionale, nella quale i popoli sovrani avranno finalmente il diritto di stare assieme con chi vogliono, senza che dall’alto qualcuno indichi loro la strada sbagliata. Ripartiamo da Carlo Cattaneo!

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