Lombardia, è ora di una legge per promuovere cultura e identità

di GIANFRANCESCO RUGGERI

Maroni ha presentato la sua giunta e l’assessorato alle Culture Identità e Autonomie è toccato a Cristina Cappellini (nella foto). Francamente non so chi sia e come un novello Don Abbondio davanti al nome di Carneade, anch’io mi son chiesto “chi è costei?” Una sensazione diffusa, se anche cremonaoggi.it scriveva pochi giorni orsono che gli stessi militanti di Soncino, suo paese di residenza, non la conoscono bene.

Poco male se non è nota al grande pubblico, in fondo meglio una sconosciuta che certi ben noti tromboni di apparato o certi “italici indipendenti” in cerca di poltrone, cui la Lega si è spesso affidata per occupare la casella dell’assessorato alla cultura. In quest’ottica la sua nomina potrebbe persino essere un simbolo del cambiamento che tutti vogliamo.

Onestamente non me ne frega nulla neppure del suo curriculum, di quello che ha fatto, dove è stata in questi anni, quale è la sua preparazione: quello che veramente vorrei sapere e che le vorrei chiedere è cosa ha intenzione di fare.

Cara Cappellini, lei infatti ha la possibilità di seguire due vie ben distinte: a lei la scelta. Può presenziare a tutti i vernissage più intriganti, inaugurare mostre d’arte moderna e postmoderna, oh quanto sarebbe trendy, oppure portare i suoi saluti ad una conferenza sui benefici della società multiculturale organizzata dal consolato del Burgunghistan, very politically correct, magari inaugurare la fiera del cibo etnico e farsi ritrarre mentre prepara il sushi, realy cool, ed infine dopo 4 anni e 9 mesi di mandato così trascorsi ricordarsi che è anche leghista, lombarda e padana o magari, più semplicemente, ricordarsi che le elezioni sono prossime e fare il compitino pre elettorale concedendo il patrocinio del suo assessorato a due libri di cultura locale: uno sulla storia della Cascina Sgorbia di Tone Bidone ed uno sul Dialetto della Valle di Codér, autore Carlo Codega.

Oppure lei potrebbe fare un soggiorno in Val Gardena e rendersi conto che tra quei monti il Ladino non solo è materia di insegnamento, ma è anche lingua di insegnamento e potrebbe chiedersi: perché non lo facciamo anche noi in Lombardia? E magari fregarsene del fatto che Roma non riconosca il Lombardo come lingua…

Infatti potrebbe poi scoprire che l’Unesco considera il Lombardo, nelle sue diverse varianti, come lingua a tutti gli effetti e la classifica, ahinoi, tra le lingue definitely endangered – seriamente compromesse e allora le dovrebbe venir naturale chiedersi: cosa faccio per salvarlo?

A quel punto potrebbe accendere la televisione, magari sul satellite, magari sul canale della TVE, la Televisión Española, magari verso le 21 e guardare il “Telediario de la Uno” (telegiornale) per scoprire che davanti ai giornalisti i politici catalani parlano in catalano, i galiziani in galaico, i baschi in basco, ma soprattutto la sconvolgerebbe scoprire che la Tve li manda in onda con il sonoro originale e li sottotitola in castigliano. Agghiacciante! A quel punto dovrebbe chiedersi se lei ha il coraggio di farlo… Asesùra, dezà che l’è de Sunsì la capirà bé ‘l mé bergamàsch se ghe domànde: la ghe l’à lé ‘l fìdech de fal?

Poi non contenta potrebbe telefonare in Piemonte e in Veneto e scoprire che in quelle regioni esiste una legge regionale per la tutela e la promozione della cultura e identità piemontese e veneta. In Lombardia, regione che si crede al primo posto in tutto, non c’è nulla di simile dopo ben 17 anni di governo Lega – Pdl! Come è possibile? Non è forse il caso di rimediare ora che il presidente è leghista? Mi spiace solo che l’amico Toni Iwobi non sia stato eletto giusto per 100 voti, senò si sarebbe trovata tra i piedi un vero mastino che ogni giorno le avrebbe rotto le scatole su questo tema.

Lo so che la Lombardia dispone dell’AESS – Archivio di etnografia e storia sociale che si occupa anche del patrimonio immateriale, tra cui le maderlèngue, ma se lei considera che un archivio sia sufficiente, la me scüze cara la mé asesùra, ma la capìt ü bèl negót! Mi faccia capire se chi come me si esprime regolarmente in maderlèngua è titolare di un qualcosa che è degno di un futuro o è solo una cavia per testimonianze d’archivio. Io voglio che la mia cultura abbia un futuro, che sia viva, non me ne faccio nulla di una polverosa testimonianza in un archivio.

Insomma riassumendo lei potrà continuare sulla strada di molti suoi predecessori, potrà trastullarsi in una tranquilla normalità, bazzicando tra i mille appuntamenti culturali degni della fighetteria snob e dei benpensanti politically correct, avrà così un mandato tranquillo, il suo nome sarà uno dei tanti che hanno scaldato qualche sedia in regione e sarà presto dimenticato. Oppure lei potrà buttare all’aria tutto, dare inizio al difficile salvataggio della nostra lingua e della nostra cultura, dare il via ad un processo storico, puntando in modo ossessivo sulla riscoperta identitaria e sulla trasmissione intergenerazionale della nostra cultura: il suo nome non cadrebbe certo nel dimenticatoio!

Certo se sceglierà questa seconda ipotesi dovrà affrontare il fuoco di fila delle opposizioni, di certi alleati scomodi, ma anche e forse soprattutto di molti leghisti della mutua che appestano il partito, veri e propri “freni a mano tirati”, che si bardano di tricolori ad ogni occasione e che si vergognano di parlare in maderlèngua, ma per lo meno condurrebbe una epica battaglia, esaltante, affascinante e potrebbe essere ricordata persino come colei che guidò “i lombardi che fecero l’impresa”.

Ci dica lei cosa dobbiamo fare, ci dica se ci vuole a prender polvere in un archivio, ci dica se siamo da museo, oppure no. Dobbiamo continuare a sonnecchiare, guardando la nostra maderlèngua morire e la nostra identità sparire? Dobbiamo lasciare che tutto vada come è sempre andato finora, oppure possiamo finalmente svegliarci e seguirla quando sfiderà il fuoco di fila dei nostri nemici e darà battaglia per salvare la nostra identità?

Se vorrà rispondere credo che questo giornale ospiterà molto volentieri una sua replica, altrimenti continueremo a far da soli quel poco che possiamo, continueremo cioè la nostra piccola guerriglia culturale ovunque ci sia possibile, restando convinti di non essere da museo!

La salüde sö strècia.

 

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