Lo Stato della cuccagna, quello di chi magna sempre

miglio_stevenindi CHIARA BATTISTONI – Nel febbraio del 1997 Mondadori diede alle stampe un libro che, letto oggi, appare in alcuni passaggi quasi profetico: Federalismo e secessione, un dialogo. Nacque appunto dal dialogo aperto e franco tra il professor Augusto Barbera, costituzionalista dell’allora Pds e Gianfranco Miglio, all’epoca indipendente nel Polo delle Libertà. Esaminando le ragioni del centralismo, Miglio diceva: «Lo Stato moderno è una struttura, per sua stessa natura, centralizzata e accentratrice, che funziona soltanto quando sussistono tutte e tre queste condizioni: omogeneità dei cittadini, buona amministrazione e una certa predisposizione geografico-storica» (pag. 10). Lo Stato sociale, poi, è una forma tipica dello Stato moderno che, Miglio diceva, «(…) è anche uno dei frutti
dell’Illuminismo, del suo gusto per le categorie fisse e immutabili, oltre che della Rivoluzione industriale. (…)

Lo “Stato sociale” è, in primo luogo, un sottoprodotto dello Stato unitario e centralizzato di grandi dimensioni, perché tutto ciò che ho descritto vale per governi che dispongano di ingenti risorse finanziarie. La falsa idea di trovarsi davanti a “un corno dell’abbondanza” di cui non si vede mai la fine, è infatti il fondamento delle politiche di scambio di favori e di privilegi, contro sicurezza elettorale e permanenza della classe politica al potere», (pag. 39).

Omogeneità e immutabilità sono i due cardini su cui oggi si muove buona parte della politica del nostro Paese, due categorie date per
scontate, che nessuno si sogna di mettere in discussione. La consuetudine ha fatto sì che si trasformassero in un dogma, a destra come a sinistra. Esattamente come il dogma dello sviluppo economico senza limiti, che Miglio, in questo libro come in altri saggi, ha criticato: «Nel processo storico non esistono crescite di tipo “lineare”: l’andamento è sinusoidale e non assomiglia affatto a una
linea retta tesa verso un maggior benessere di generazione in generazione. I diritti del “welfare” sono stati lo strumento dello sviluppo lineare dello Stato sociale. Io credo che debbano essere garantiti i diritti individuali della persona, ma ritengo che vadano fissati uno per uno, scolpiti nella pietra, per evitare che il partito politico che guadagna una certa posizione ne “scopra” sempre di nuovi. (…)

Come i giuristi concepiscono i diritti senza porsi limiti di costi e di possibilità, così gli economisti hanno un’idea di sviluppo senza limite, che è un’idea priva di senso. Infatti cosa vuol dire “sviluppo”? Non certo aumento demografico senza fine, perché già adesso la tendenza di tutte le civiltà evolute è di ridurre l’incremento demografico. Si sa che la Rivoluzione industriale non è stata la conseguenza dell’aumento della popolazione, ma della crescita dei consumi individuali, cosa quest’ultima che ha provocato un incremento della produzione. Per questo motivo ho sostituito il concetto di “progresso illimitato”, con un moto in cui ciclicamente si replicano situazioni simili: il processo di sviluppo non va dunque avanti o indietro, da un punto a un altro, è semplicemente il “dopo”», (pagg.53-54).

 

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