Alitalia e immobili: lo Stato “affarista” è un incapace recidivo

di MATTEO CORSINI

Il ministro Saccomanni non è solito tacere: “Nella manovrina abbiamo già messo in vendita immobili del demanio per 500 milioni di euro… ci tengo a sottolineare che questa cosa l’abbiamo fatta, è un importo piccolo ma è qualcosa che rompe il ghiaccio”.

Negli ultimi giorni il governo ha “convinto” le Poste a mettere 75 milioni di euro nell’ennesimo tentativo di salvare Alitalia, che neppure dopo i 5 miliardi che i contribuenti hanno speso nel 2008 (non fa bene alla salute pensare a quanto ci è costata la “compagnia di bandiera” nel corso dei decenni), la scissione tra bad company e new company, ammortizzatori sociali faraonici per migliaia di dipendenti, situazione di monopolio su alcune tratte nazionali garantite dal governo, ha smesso di perdere soldi. Tanti soldi.

L’amministratore delegato di Poste si è affrettato a dichiarare che quei 75 milioni verranno dalle disponibilità della società e non dal risparmio postale. La stessa cosa non la si può dire per la vendita di immobili del demanio che è stata disposta nella manovrina da 1.6 miliardi effettuata prima della legge di stabilità e che dovrebbe servire a far rientrare il deficit del 2013 entro il 3 per cento del Pil. Quegli immobili, infatti, sono stati (saranno) venduti alla Cassa Depositi e Prestiti, una società formalmente privata, non consolidata nel bilancio dello Stato, ma del cui capitale cui il ministero dell’Economia detiene il 70 per cento.

In teoria la Cassa Depositi e Prestiti dovrà poi vendere sul mercato quegli immobili, ma questo si vedrà in futuro. Ciò che è certo è che le ingenti disponibilità liquide di cui dispone CDP derivano dal risparmio che gli italiani depositano alle Poste. Insomma: per tamponare il deficit si è predisposta questa finta dismissione di immobili demaniali, resa possibile grazie al risparmio postale. Saccomanni lo definisce “rompere il ghiaccio”. Credo che non sia la definizione più appropriata.

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