L’Italia salvinista, la nuova fede dopo la mutazione

di STEFANIA PIAZZOche

Hanno sempre detto che se ci fosse stata la Padania, sai che belle pensioni avremo avuto, senza l’Inps! Anche il doppio. E idem per le buste paga, agganciate al costo della vita.

Eh già. Una previdenza regionalizzata. Invece non è andata così e non andrà così. Intanto però ci sono politici padani in pensione  che, in virtù delle intuizioni storiche avute 30 anni fa, questa meta se la sono conquistata, anche se il progetto l’hanno mandato a puttane. Non sono da meno tutti gli altri politici, di tutti gli schieramenti. Non sono da meno i loro successori padani che, a colpi di legislature, la rendituccia se la sono accaparrata. Poi al popolo delle feste si dice che Roma mangia. Che Bruxelles ci fotte. E che è tutta colpa dell’euro. Colpa, che ne dite, anche degli euro che la politica di questi marziani che ci hanno preso per i fondelli per tutta una vita, hanno preso perché sono lì per meriti che è difficile sempre più afferrare.

Una volta, a Ferragosto, dalla pensione Mirella, usciva qualche genialata. E la stampa stava lì ad aspettare che si rompesse la noia che circondava il Paese. Ora, da Ferragosto e dintorni, escono i profili del vuoto. A guardarle così sembrano due questioni lontane e indipendenti. Da una parte Salvini che annunciava nell’estate 2014 dopo Ferragosto di fondare una Lega del Sud, una Lega sorella. Dall’altra, quel pasticciaccio  del vitalizio di Bossi  che, secondo fonti di stampa, sarebbe sceso se non azzerato per ragioni di cassa, per questione di contabilità. La politica ha la sua algebra. E se la tenga, stiamo fuori da questa mischia. Vero o non vero quel che si è letto, si è davanti ad una bagarre, una disputa sulle presunte indennità che spettano ai politici in pensione che non interessa a chi non arriva a fine mese o ai pensionati, padani appunto.

Il tutto, condito con le beghe vecchie di via Bellerio. Ma è tutto qui? E’ davvero questo l’ultimo capitolo della saga? O l’ultimo, il colpo di scena, è ancora in fase di avanzata ma non ancora matura esplosione? E di che si potrebbe trattare?

Se Ilvo Diamanti si interrogava anzi, lo scriveva in modo affermativo, “Ci saranno altri Nord”, diceva già che ci sarebbero state alternative al modello fallimentare del forza-leghismo. Ma possiamo anche aggiungere , “ci saranno altre leghe”? Se ci sono modelli territoriali-politici superati, ci saranno anche i loro partiti, belle che superati. O no? Lega compresa?

E quindi perché non  immaginare che finita un’epoca, con tutti i suoi problemi, anche contabili (dal finanziamento ai partiti ridotto, alle campagne elettorali costose, ai costi della comunicazione elettorale costosa, ai costi di una sede, via Bellerio ovvero il sogno del Padanistan, diciamo corposi e importanti), qualcuno non pensi sia più semplice, a questo punto, tirare una riga sul passato e il presente pesante, riazzerare tutto, chiudere bottega e riaprire? Ipotesi fantascientifica? C’è chi pensa ad una rifondazione leghista con un altro nome? Una Lega che cambia simbolo e nome? O esperienze parallele?

Salvini lo ha fatto. Questo ce lo chiedevamo un anno fa. E la strada è stata segnata dalla svolta nazionalista e dall’abbandono della storia di via Bellerio, del bossismo o, anzi, del bossianesimo. Ora c’è la fede salvinista.

Quando una bottega dichiara il “fallimento” perché la storia non ha girato per il verso giusto, cambia insegna e riapre. E i creditori elettorali? Quelli se li gioca il marketing di un simbolo, la capacità di virare l’attenzione dove arriva il consenso. Se poi ci sono altri creditori, se insomma c’è lite tra vecchio e nuovo, o tra vecchio e similnuovo, beh, le sedi sono altre, ci si scazzotta in tribunale per quel che c’è ancora da dividersi, se è rimasto qualcosa nel periodo delle vacche magre della politica.

C’è chi pensava che la cosa più importante da fare per garantirsi il consenso fosse distribuire cadreghe. Tanti posti tanti voti, tanto consenso. Se valesse davvero questa filosofia, saremmo ancora qui con il Caf di Craxi e Forlani. Il punto, e questo forse i politici padani non l’hanno compreso fino in fondo, è che  le rendite amicali per le poltrone distribuite, finiscono perché anche le poltrone hanno una data di scadenza. E infatti, anche Craxi è sparito.

Se il Nord, scriveva Diamanti su Repubblica, è un’ (id)entità rimossa, non lo può essere anche un partito? Se gli elettori non lo hanno ancora rimosso perché è il solo a parlare di immigrazione, che speranza di vita avrà al prossimo giro?

Ma non si può non condividere, nella disillusione e nel disincanto di una battaglia, che ciò che conta negli equilibri cella politica è sempre più ciò che accade e accadrà in Ucraina, Kurdistan in Siria, a Mosca, Pechino… Esattamente – questo però Diamanti non lo scriveva – ciò di cui non parla la Lega, che è priva di politica estera da decenni. A parte i villaggi in Croazia e fratel Milosevic con gli ambasciatori in gabanino beige-grigio che ne peroravano la causa, infiltrati nella comunicazione,  la politica estera non è mai stata considerata centrale. Già Roma era estero, pensavano.

Anche la Germania ha i suoi lander, ma la Germania ha un primo ministro che parla in russo con Putin senza bisogno del traduttore, e che guarda all’asse Cina-Russia più che a quello mediterraneo-nordfafricano o a quello con la Nato, oscillando nel dove vorrebbero andare e nel dove devono ancora restare.

La Lega? Per politica estera intende l’accordo con la Le Pen.

Un tempo il Pd si angustiava perché la sua classe politica vaneggiava sul Nord ma non riusciva a sfondare, arretrava sempre, non passava mai. Poi, improvvisamente, senza sventolare mitiche questioni settentrionali, ha fatto man bassa di tutto. Perché il Nord non esiste più o perché la gente del Nord è esausta?

D’altra parte basta vedere l’epilogo tribunalizio per darsi una risposta. Ora si tratta di capire se e quando potrebbe cambiare del tutto un simbolo, una ragione sociale. Chiuso per lavori, si riapre dopo aver azzerato i conti, e i “debiti”, con la storia? Che fine ingloriosa. Uno da imperatore del Nord a contadino in una dacia, e un altro a perorare la causa dei bergamotti.

In ogni caso, gli eventi ci dicono che c’è un vuoto da riempire di significato e identità. Che c’è bisogno di un mezzo di informazione libero e demassonizzato, e che c’è spazio per un partito del Nord, demilitontizzato, per un asse del Nord sinceramente privo di clientele. Cercasi leader.

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