L’ITALIA IN DECLINO: NE’ LIBERTA’ NE’ DEMOCRAZIA

di GIORGIO GARBOLINO

Il declino irreversibile dell’Italia è normalmente addebitato alla crisi economica, scambiando la causa con l’effetto. Sono 150 anni di regime pessimo che ci hanno portato alla situazione critica attuale. Non è il crollo economico che ci porta il malgoverno, ma il contrario. Comprensibilmente, nel mordere della crisi, passa in secondo piano la mancanza di libertà e di democrazia, ma è questa assenza che ci impedisce lo sviluppo e ci esclude dal gruppo dei paesi avanzati dell’occidente.

L’Italia è sempre stata illiberale e in mano a caste (o cosche?) di potere, ma qualcuno, anche in buona fede, sperava in un riscatto. Oggi non più, “il re è nudo” e si mostra per quello che è.
L’Italia è stata dispotica dall’origine, basti pensare a forze armate schierate in permanenza sul territorio per controllare i sudditi (i carabinieri, la guardia di finanza) anziché ai confini per difendere il paese. O ai prefetti, proconsoli romani che dettano legge nelle “province” dell’impero, contro ogni timido decentramento amministrativo. Ricordiamo anche quanto sia limitata la libertà con i reati d’opinione, che non colpiscono i comportamenti antisociali ma le idee espresse, e sempre quelle meno patriottiche. L’Italia è anche sotto accusa internazionale per violazioni varie di diritti umani e abbiamo una giustizia solerte con i dissidenti (siano valsusini no tav o serenissimi) e inetta con i criminali (restano impuniti circa 9 ladri su 10, pur con forze di polizia sovrabbondanti rispetto al resto d’Europa).

Per la la democrazia il discorso non è diverso: sancita dalla costituzione, è da decenni svilita da istituzioni scarsamente rappresentative e dal potere delle consorterie burocratiche peggiori dell’occidente. La costituzione, che in politica dovrebbe fissare le regole del gioco, è stata allegramente aggirata. Si sono ignorati gli unici strumenti di democrazia diretta previsti. Degli innumerevoli progetti di legge d’iniziativa popolare nessuno, mai, è stato nemmeno discusso in parlamento. Dei referendum, se non impediti con capziosi pretesti, è stato rispettato l’esito solo quando conveniva ai politici o alle lobby di potere. Di referendum propositivi, come quelli svizzeri, ovviamente, guai anche solo a ipotizzarli.

Oggi la situazione sta – se possibile – ancora peggiorando: la società civile si accorge degli aspetti più vistosi dell’imbarbarimento delle istituzioni (la corruzione, la dissolutezza) e si rifugia nel rifiuto della politica. Ma il male è più profondo del comportamento dei singoli, sono le regole stesse alla base dei principi di libertà e di democrazia che sono eluse. Basti dire che la costituzione prevede a suo fondamento – per la salvaguardia della libertà – la separazione dei poteri dello stato, perché si controllino e limitino a vicenda e nessuno prevalga: il parlamento fa le leggi (potere legislativo); il governo esegue quello che il parlamento decide (potere esecutivo); l’ordine giudiziario applica, senza interferire, le leggi; il presidente della repubblica vigila sulla correttezza formale del meccanismo; la corte costituzionale garantisce la coerenza della legislazione con i principi di base.

La realtà oggi è completamente ribaltata, e non perché il governo Monti non è legittimo o perché Napolitano sbandiera tricolori: il problema è che oggi le leggi le fa il governo, il parlamento le approva senza interferire, il presidente della repubblica sostiene esplicitamente il governo ed entra pesantemente nel dibattito politico. Nel governo abbiamo ministri tecnici che appaiono come sindacalisti (Dario di Vico – Corriere della sera – 6 giugno) o decidono con i sindacati, che rappresentano solo se stessi, i decreti di legge che riguardano tutti. A livello locale poi, il degrado della democrazia è ancor più evidente. Basti l’esempio clamoroso del Piemonte dove recentemente la Giunta, per impedire un referendum regionale sulla limitazione della caccia, è ricorsa alla furberia di sopprimere la legge contestata per evitare che i piemontesi si esprimessero e per far subentrare la legge nazionale sulla caccia ancora più in contrasto con lo spirito del referendum, esempio illuminante di sprezzo per la volontà popolare e per l’autonomia regionale. La legislazione, nazionale e locale, è allo sfascio: incomprensibile e pletorica, si presta a ogni interpretazione e abuso. Lo stesso ordine giudiziario è sfuggito a ogni controllo, è una corporazione politicizzata intoccabile e che interpreta molto estensivamente la sua autonomia. I magistrati, il cui compito è di applicare le leggi e non di contestarle, anche di recente hanno minacciato scioperi per impedire l’approvazione di leggi di riforma.

La società come reagisce? Una parte, forse maggioritaria, reagisce come è stata educata in un ambiente giacobino e in una cultura mediterranea che niente ha di europeo. A molti non disturba affatto questo decadimento della libertà e della democrazia: dalle grida esultanti per le intercettazioni a raffica (“intercettateci tutti!”) di chi trova giusto che, come nella Germania dell’Est, la vita privata sia messa in piazza e giudicata da funzionari statali, a chi lamenta la debole immunità parlamentare vigente che impedisce a un magistrato non eletto di incarcerare un eletto senza che sia prima processato. O a chi invoca dimissioni forzate di personaggi pubblici, politici e non, per comportamenti di nessuna rilevanza sociale ma non consoni al ruolo; oppure per l’eletto che cambia partito, deplorando la mancanza del vincolo di mandato connaturata alla democrazia rappresentativa, in cui l’eletto rappresenta gli elettori che gli hanno dato fiducia e non il partito.
La definizioni di “democrazia” si sprecano, ma anche interpretandola in senso restrittivo, come rispetto di regole certe per rappresentare il più possibile l’orientamento dei cittadini, la democrazia in Italia – come la libertà – è solo uno slogan propagandistico. Le speranze di un cambiamento possono essere riposte in qualche frammento di Italia, non certamente nell’Italia nel suo complesso.

 

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