L’ITALIA DEI POTERI, GRANDE ASSALTO ALLE BANCHE POPOLARI

di GIANLUCA MARCHI

Sappiamo quanto potere sia concentrato nel sistema bancario di un Paese e quali giochi politici e finanziari si consumino alle sue spalle. Tanto più in un momento di grave crisi internazionale come l’attuale, che offre l’occasione di ridisegnare la mappa di questi poteri.

Nell’Italia devastata dai molti problemi, guidata da un governo da più parti additato come l’esecutivo delle banche e comunque con alle spalle intrecci evidenti con quel mondo, si sta tentando di giocare una delicatissima partita proprio nel sistema bancario. La posta in palio è grossa, molto grossa ed è questa: il sistema bancario italiano continuerà a essere dualistico oppure diventerà monolitico, cioè interamente controllato dalle banche cosiddette capitalistiche?

Cerchiamo di spiegare per i non addetti ai lavori. Escludendo le banche di credito cooperativo, cioè le ex Casse Rurali ed Artigiane, che non raggiungono una massa critica tale da essere uno dei pilastri del credito nazionale, il mercato italiano oggi lo si può considerare dualistico, cioè rappresentato dalle grandi banche capitalistiche controllate da relativamente pochi azionisti, e che ha come prima istanza il mondo della finanza e della grande impresa, e il sistema delle banche popolari, realtà cooperative che si rivolgono per loro natura al territorio di cui sono espressione, e quindi guardano in prima istanza alle imprese locali.

In passato il sistema bancario era pluralistico, ma poi è stato smontato il sistema delle casse di risparmio e delle banche del monte, mentre le piccole banche sono state spinte verso un processo di concentrazione. Alla fine a salvaguardare i territori sono rimaste essenzialmente le banche popolari, che sistematicamente subiscono l’aggressione – almeno quelle quotate in borsa, cioè le maggiori – che punta ad assimilarle alle banche capitalistiche. Un tentativo di assalto molto pesante (legislativamente parlando) contro le popolari avvenne tra il 2004 e il 2005, ma venne respinto grazie in particolare all’intervento della Lega Nord (c’era il governo Berlusconi).

Nei giorni scorsi si è assistito a un nuovo tentativo: alcuni deputati del Pdl hanno presentato degli emendamenti al decreto liberalizzazioni che avrebbero escluso le banche popolari quotate in Borsa dalle norme contenute nel Testo unico bancario sul voto capitario e sul tetto dello 0,5% al possesso delle azioni.  Ancora una volta ha reagito contro tale intervento la Lega, questa volta insieme all’Udc e a Grande Sud e alla fine la senatrice Maria Elisabetta Casellati, che insieme al collega Francesco Asciutti aveva presentato le proposte di modifica in commissione Industria, ha annunciato il ritiro, perché «non è logico» intervenire nel decreto legge sulle liberalizzazioni in quanto in commissione Finanze è presente un provvedimento che riguarda proprio le banche popolari. Dunque l’assalto è solo rimandato.

Qual è l’obiettivo di chi vuol far saltare le Popolari? In queste banche cooperative vige il sistema del voto capitario, cioè ogni socio vale un voto e non viene pesato per il numero di azioni che possiede (il limite massimo è dello 0,5% del capitale pe rogni singolo azionista). Dunque la proprietà è molto diffusa, soprattutto fra i cittadini dei territori di riferimento, e la governance si determina sulla base di liste che mobilitano una parte minoritaria dei soci effettivi. Proprio il voto capitario e il limite alla quota di capitale posseduta sono i due baluardi che garantiscono la proprietà diffusa di queste banche. Se saltano questi due capisaldi, si entra in una spirale che trasforma definitivamente la natura delle popolari. Dopodiché basta che un paio di fondi con in mano il 3-4% delle azioni a testa si mettano d’accordo, e diventano di fatto i controllori-padroni della banca. Con i piccoli azionisti che non conterebbero più nulla e che anzi sarebbero invogliati a vendere le loro quote, tra l’altro destinate a crescere in valore se la banca da cooperativa si trasformasse in capitalistica.

Dunque, il tentativo di far saltare il sistema delle popolari conta anche sulla possibilità di ingolosire i piccoli azionisti, che si ritroverebbero rivalutate senza alcuno sforzo azioni magari passate di mano di generazione in generazione. Qui, inoltre, si inserisce un altro tipo di azionista egoisticamente molto interessato a veder crescere il valore del proprio patrimonio azionario: si tratta di diverse famiglie, soprattutto nel Nord, che posseggono cospicue quantità di azioni delle banche popolari e che dalla trasformazione di questi istituti ricaverebbero una sensibile rivalutazione dei rispettivi patrimoni nell’ordine di milioni di euro. Alcune di queste famiglie farebbero capo a illustri esponenti del Pdl, soprattutto originari dalle parti di Bergamo e della Valtellina, i quali non si espongono mai in prima persona nel presentare gli emendamenti grimaldello, ma fanno andare avanti altri che si prestano alla bisogna.

Va detto che sul fronte dei critici al sistema delle popolari vi sono coloro che additano la gestione di questi istituti sul territorio come un luogo di scambio politico e di gestione del consenso, e non per nulla ai vertici siedono spesso personaggi eredi del mondo democristiano.

La partita è in corso e prevede altri imminenti assalti, forse anche perché chi vuol far saltare il sistema delle popolari annusa l’aria favorevole all’ombra di un governo appoggiato dai grandi banchieri, i quali hanno solo da guadagnare se il sistema bancario diventasse monolitico. Insomma, sarebbero loro i padroni del vapore e stop.

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