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L’indipendenza è un diritto 1/ Ma senza accordi e unità resta un miraggio

polisario 2di ENZO TRENTIN – Un lettore, in calce ad un nostro recente articolo criticando l’intenzione del Presidente della Regione Veneto: Luca Zaia, di voler presto indire un referendum consultivo sull’autonomia di tale Regione, ha scritto: «È già stato fatto un referendum sull’indipendenza di tipo privatistico, come non poteva essere altrimenti, e certificato ben due volte sia in campo nazionale che internazionale. È stato fatto un ricorso di 421 pagine contro l’Italia innanzi all’Alta Corte di Giustizia per i diritti umani [La Corte europea dei diritti dell’uomo (abbreviata in CEDU o Corte EDU). Ndr], ci si appresta anche a fare passi all’O.N.U. e se verrà deciso anche sugli U.S.A. che come ogni veneto dovrebbe sapere è stata riconosciuta la loro indipendenza, come primo Stato, dalla Serenissima di Venezia e chiedere una reciprocità mi sembra il minimo che si possa pretendere oggi.»  [http://www.lindipendenzanuova.com/un-politico-e-un-uomo-di-stato-che-pone-la-nazione-al-suo-servizio/#sthash.C6s2v2fr.dpuf ]

Premessa la “singolarità” del referendum di Zaia che non porterà a nulla, e al fine di favorire un utile approfondimento della questione, proponiamo alcune riflessioni e constatazioni:

I potenti, siano essi sacerdoti, capi militari, re, governatori, o in genere i “rappresentanti”, credono sempre di comandare in virtù di un diritto divino; e quelli che sono loro sottomessi si sentono schiacciati da una potenza che pare loro divina o diabolica, in ogni caso soprannaturale. Ogni società oppressiva è cementata da questa religione del potere, che falsifica tutti i rapporti sociali permettendo ai potenti di ordinare al di là di ciò che possono imporre; qualcosa di diverso accade solo nei momenti di effervescenza popolare, momenti in cui al contrario tutti, schiavi in rivolta e padroni minacciati, dimenticano quanto le catene dell’oppressione siano pesanti e solide.

Simone Weil è stata e sarà sempre non contemporanea al suo e al nostro tempo. In “La Prima Radice” ha scritto: «La nozione di obbligo predomina su quella di diritto, che le è relativa e subordinata. Un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo corrispondente; l’adempimento effettivo di un diritto non viene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa. L’obbligo è efficace allorché viene riconosciuto. L’obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto. Non ha senso dire che gli uomini abbiano dei diritti e dei doveri a quelli corrispondenti. Queste parole esprimono solo differenti punti di vista. La loro relazione è quella da oggetto a soggetto».

Una conferma di ciò la troviamo nei cittadini sahrawi nati prima del 1975. Essi sono considerati cittadini spagnoli, ma se chiedono i documenti alla Spagna, questa li nega. Il popolo sahrawi, cioè “sahariano” è un esempio di diritto non riconosciuto, quindi dell’inutilità di perseguire solo i diritti. [https://it.wikipedia.org/wiki/Sahrawi ] E per un approfondimento alleghiamo una nota dal titolo: “Il Sahara Occidentale: dall’oppressione coloniale alla lotta verso l’indipendenza”.

Il 14 dicembre 1960 l’ONU votò la risoluzione n. 1514 con la quale si riconosceva il diritto all’indipendenza per le popolazioni dei paesi colonizzati. Nel 1963 il Sahara Occidentale fu incluso dalle stesse Nazioni Unite nell’elenco dei paesi da decolonizzare e nel dicembre di due anni dopo l’Assemblea Generale riaffermò il diritto all’indipendenza del popolo sahrawi, invitando la Spagna a metter fine alla sua occupazione coloniale dell’area.

Nel 1966 l’ONU ratificò l’atto di autodeterminazione del popolo sahrawi. Il 10 maggio 1973 il Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguia el Hamra y Río de Oro) organizza il suo primo congresso di fondazione e la Spagna, l’anno seguente, compie un censimento della popolazione del Sahara Occidentale, atto necessario per organizzare il referendum richiesto dall’ONU fin dagli anni ’60. Il risultato indica la presenza nella regione di 74.902 persone e il 20 agosto 1974 la Spagna annunciò il suo parere favorevole per l’effettuazione del referendum di autodeterminazione del popolo sahrawi.

Pur tuttavia, ai primi del 1975, il re del Marocco Hassan II espresse la sua totale opposizione all’indipendenza del paese, malgrado il 12 maggio 1975 una missione dell’ONU recatasi in visita nei territori del Sahara Occidentale, riconfermasse il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi, riconoscendo di fatto il Polisario che, già da qualche mese, aveva cominciato ad effettuare operazioni di guerriglia contro la Spagna.

Un’altra missione ONU incaricata di verificare la situazione del paese rileva quanto la popolazione osteggi l’annessione del Sahara Spagnolo ad uno dei paesi vicini e come sostenga il Fronte Polisario quale proprio legittimo rappresentante. Il 18 ottobre 1974 la Corte dell’Aja aveva decretato illegittima l’applicazione del principio di res nellius (terra di nessuno) al Sahara Spagnolo e dichiarava l’inesistenza di vincoli di sovranità territoriale di Marocco e Mauritania nei confronti del Sahara Spagnolo.

Il Marocco non accetta passivamente le risoluzioni dell’ONU e reagisce, dopo aver stipulato un accordo segreto con la Mauritania, inviando ben 350.000 contadini da Tarfaya al di la’ del confine con il Sahara durante la cosiddetta Marcia Verde, ufficialmente dichiarata una pacifica manifestazione secondo Re Hassan II ma prontamente condannata dall’ONU.
Il 14 novembre 1975 a Madrid, Re Juan Carlos di Borbone, Re Hassan II e Mokhtar Ould Daddah, presidente della Mauritania, siglano un trattato che prevede, alla partenza della Spagna, la spartizione del territorio tra Marocco e Mauritania.

Questa la dimostrazione che nessun patto ha mai garantito l’efficacia neppure agli sforzi più generosi. E sarebbe ridicolo desiderare che un’operazione magica permetta di conseguire grandi risultati con le forze infime di cui dispongono gli individui isolati.

Che ci si debba disfare di uno Stato ed un governo inadeguati (eufemismo) possiamo essere d’accordo, perché come scriveva George Orwell «Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri, traditori, non è vittima, è complice.» A questo punto, però, ci sembra che la cosa più sensata che gli autentici indipendentisti possono fare è confrontarsi su un progetto istituzionale che diventi condivisibile. Se le loro teorie e convincimenti non sono in grado di persuadere o non trovano un compromesso accettabile tra chi come loro si considera ed agisce da indipendentista, come potranno mai conquistare l’opinione pubblica?

Dopo essersi conciliati tra di loro, le loro tesi, ed aver concretizzato un’ipotesi di nuovo assetto istituzionale, potranno partire alla conquista delle menti, dei cuori e dell’anima dell’opinione pubblica, poiché una volta acquisita questa vittoria potranno dichiarare la secessione o l’autodeterminazione (che in questo caso divengono sinonimi), e non ci sarà partito o istituzione italiana che potranno contrapporsi. Ma contestualmente dovranno anche mettere in evidenza quali vantaggi avranno gli altri Stati a riconoscerla, ad intrattenere con essa rapporti commerciali e quant’altro, poiché la “reciprocità” richiamata dal nostro lettore non può basarsi che su questi ultimi.

 

Si tenga presente che nel Somaliland sono indipendenti da 25 anni, ma nessuno li riconosce. Nel Paese si tengono elezioni, il grado di sicurezza è elevato, ma nessun governo al mondo riconosce ufficialmente il governo del Somaliland. [http://www.miglioverde.eu/somaliland-indipendenti-da-25-anni-anche-se-nessuno-li-riconosce/ ] Ciò è estremamente frustrante per Saad Ali Shire, il Ministro degli Esteri: «Non è giusto. Se avessimo saputo ciò che ci meritiamo [il riconoscimento], potremmo accedere ai prestiti internazionali, potremmo beneficiare di un aiuto allo sviluppo, potremmo attrarre gli investitori stranieri per creare ricchezza e posti di lavoro, ma non possiamo far nulla di tutto ciò».

 

 

 

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