L’INDIPENDENZA E IL RICONOSCIMENTO ESTERO

di STEFANO GAMBERONI
E’ di tutta evidenza che attualmente, restando negli ordinamenti e nelle istituzioni dello stato italiano unitario, siamo avviati su un percorso di decadenza economica e sociale. Discutere dell’indipendenza dei territori padano alpini è necessario proprio per l’urgenza di  mobilitare tutte le competenze possibili e migliorare le sorti della nostra società.

Nel dibattito sull’indipendentismo è importante mettere in evidenza un aspetto finora sostanzialmnte poco considerato se non totalmente ignorato ossia quello di ottenere visibilità e riconoscimento in ambito internazionale.

L’aspetto essenziale dell’indipendentismo è che esso mira alla creazione di una nuova entità statuale, che dia alle popolazioni una nuova rappresentanza, delle nuove prospettive di sviluppo e delle nuove strutture di governo. L’approccio più comune per ottenere questo risultato è focalizzato sul concetto di autodeterminazione.[1] Nell’applicazione più concreta ai nostri territori prederebbe la forma di un referendum dove, ad esempio, la maggioranza dei residenti in Veneto approvasse la nascita di uno Stato Veneto indipendente.

In molti stanno cercando di organizzare un movimentismo sostanzialmente rivoluzionario che permetta alla nostra società di risollevarsi e migliorare le proprie sorti. Chiamerei questo fenomeno indipendentismo endogeno, poiché trova la sua energia dalle popolazioni stesse che chiedono l’indipendenza.

Il limite di questo processo è che cerca consenso per sostenere le rivendicazioni nei confronti di un interlocutore che, nel caso italiano, non è neppure lontanamente disposto a prestarvi ascolto. In termini espliciti, Roma non è Londra, e le popolazioni padano-alpine non hanno avuto la medesima sofferta storia delle autonomie iberiche.

Londra ha riconosciuto Edimburgo in Scozia come un interlocutore istituzionale che sta perseguendo un processo di devoluzione dei poteri iniziato già dal 1997. In Scozia, ad Edimburgo, si riunisce un parlamento riconosciuto che permette alle nazioni del Regno Unito di poter discutere, ai loro massimi livelli, della possibilità di indipendenza statuale della Scozia. [2]

Le comunità autonome iberiche sono state riaffermate come entità istituzionali nell’ordinamento costituzionale spagnolo nel 1978, con autonomie legislative e competenze esecutive. Tale possibilità per le autonomie si è concretizzata anche come reazione all’oppressione alle quali erano state sottoposte sotto il regime franchista collassato a metà degli anni settanta. [3]

Lo Stato italiano dal secondo dopoguerra è fatto di consociativismo e di compromessi, ed anche quei partiti che si erano proposti come alternativa più o meno rivoluzionaria hanno smarrito l’ideale nelle comode stanze dei palazzi del potere, vuoi a Roma o nelle amministazioni regionali. Purtroppo il sistema italiano collabora solo con gli interlocutori che si adeguano alle sue opache regole. I soggetti che non vogliono uniformarsi ad esse sono sostanzialmente ostracizzati e delegittimati anche quando sono portatori di istanze legittime e di interessi diffusi. Il sistema nega loro rappresentività pur di non prendere in considerazione alcuna possibilità di concreto cambiamento.

Per le rigidità che ingabbiano il cambiamento nelle strutture istituzionali italiane, la via all’indipendenza tramite l’autodeterminazione è certo necessaria ma c’è il concreto rischio che non sia sufficiente. L’aspetto nuovo che si vuole suggerire è che ad  esso venga affiancato anche un altro percorso indipendentista che trovi il suo riconoscimento e la sua forza all’esterno dei confini italiani: per questa ragione lo definirei indipendentismo esogeno.

Credo sia chiaro a tutti che il risultato del percorso indipendetista è il riconoscimento di un nuovo Stato e che con esso venga ridisegnata una piccola parte della geografia politica europea. In altri termini significa che le istituzioni statuali di questa nuova entità territoriale siano riconosciute quali legittimi interlocutori dalla diplomazia internazionale ed ottengano l’investitura necessaria per sedere ai tavoli delle istituzioni internazionali.

Comprendere il ruolo sulla scena internazionale del nuovo Stato quale risultato del superamento dell’Italia nella sua forma odierna, consente di ipotizzare un diverso percorso per raggiungere l’obiettivo dell’indipendenza.

Nonostante i grandi proclami e le dichiarazioni di intenti che sempre sono la premessa degli statuti delle organizzazioni sovranazionali e degli accordi tra le nazioni, è ben noto che la diplomazia opera seguendo gli interessi della politica, dell’economia e delle finanze di ciascuno Stato alla ricerca dell’equilibrio geo-politico ad esso più vantaggioso.

Il favore rispetto al riconoscimento di una nuova entità statuale è il risultato dell’azione della diplomazia internazionale, che opera in seguito ad un riconosciuto interesse ed ai futuri vantaggi che possono derivarle in seguito della nascita di un nuovo Stato indipendente.

In Europa la penisola balcanica rappresenta un caso abbastanza significativo a conferma di questa tesi. Una serie di nuovi Stati hanno trovato il loro riconoscimento internazionale grazie all’interesse delle diplomazie a trovare un nuovo equilibrio in quella regione. I più noti sono la Slovenia[4], la Croazia[5] e soprattutto il Kosovo che hanno ottenuto un loro posto nei consessi internazionali grazie all’iniziativa spesso unilaterale delle diplomazie estere. Il Kosovo[6] addirittura ha ottenuto il riconoscimento nel 2008 anche a dispetto della volontà contraria della Serbia che si è così trovata isolata ed ha necessariamente subito il nuovo assetto geo-politico.

La situazione di stallo dell’Europa, caduta in una crisi finanziaria epocale, ha creato una congiuntura internazionale nella quale tutte le nazioni coinvolte stanno disperatamente cercando una soluzione che riporti la stabilità nel vecchio continente. Nondimeno la fragilità della valuta comune pone grande incertezza su tutto lo scacchiere mondiale.

L’Italia con il suo gigantesco debito e con decenni di finanza allegra ha grosse responsabilità nelle cause di questa crisi[7]. Stanti i rapporti attuali tra le economie e le finanze pubbliche dei paesi a rischio nell’area, se si trovasse una soluzione alla solvibilità del debito pubblico italiano, si avrebbe anche un sostanziale alleggerimento della pressione sulla valuta europea. Un progetto di indipendenza delle regioni padano-alpine potrebbe quindi generare l’interesse delle altre nazioni europee se al contempo proponesse a quelle stesse nazioni una soluzione rapida e sostenibile al problema del debito italiano.

Dovrebbe essere quindi chiaro cosa si intende per indipendentismo esogeno. Significa sollecitare una pressione delle altre nazioni europee presso le istituzioni italiane per intraprendere un percorso rapido di autonomia delle regioni padano-alpine che conduca simultaneamente alla messa in sicurezza del debito pubblico ed ad una nuova struttura dello Stato italiano.

Rimandando ad approfondimenti successivi i dettagli di questo scenario, è utile qui accennare ad alcuni aspetti sostanziali per farne intuire la concretezza e la realizzabilità.

1)      Il perseguimento dell’indipendentismo endogeno, solo con le rivendicazioni di autodeterminazione dei popoli oggi inquadrati nelle istituzioni italiane, non troverà alcun tipo di sostegno internazionale se non sarà in grado di identificare con certezza le sorti dell’immenso debito pubblico italiano.

2)      L’intervento europeo negli affari interni ai paesi responsabili della fragilità dell’euro è ormai una prassi in questa prolungata crisi economica: già in Grecia ed ancor più in Italia sono state sospese le regole della legittime istituzioni democratiche, con l’instaurazione di governi tecnici.

3)      Le modifiche costituzionali ed istituzionali stanno prendendo corpo sulla spinta delle direttive europee con rapidità inaudita rispetto a tutti i tentativi di riforme costituzionali intentati a Roma negli anni passati. L’adesione al “patto fiscale” e la regola del pareggio di bilancio hanno già fatto i primi passi per essere adottatti nella costituzione italiana, proprio in esecuzione delle richieste dell’Europa.

Stiamo vivendo un periodo storico eccezionale ed entusiasmante; è di fondamentale importanza per noi e per i nostri figli saperne identificare tutte le possibilità e coglierne tutte le opportunità.

Operativamente questo significa affiancare alla volontà di autodeterminazione anche una capacità diplomatica ed una visibiltà internazionale che permetta di far comprendere all’estero i vantaggi che l’indipendenza delle regioni padano-alpine può portare

 


[1] Il principio di autodeterminazione dei popoli sancisce il diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l’indipendenza, associarsi a un altro stato o comunque a poter scegliere autonomamente il proprio regime politico. Tale principio costituisce una norma di diritto internazionale generale cioè una norma che produce effetti giuridici (diritti ed obblighi) per tutta la Comunità degli Stati. (http://it.wikipedia.org/wiki/Autodeterminazione_dei_popoli).

[2] Il referendum sulla devoluzione scozzese del 1997 fu un referendum propositivo tenutosi in scozia l’11 settembre 1997 in merito al quesito se ci fosse sostegno per la creazione di un Parlamento Scozzese con poteri riconosciuti dal governo centrale del Regno Unito (poteri devoluti), e circa la possibilità che questo Parlamento potesse avere poteri in materia fiscale. Un approfondimento in merito può essere trovato in http://en.wikipedia.org/wiki/Scottish_devolution_referendum,_1997

 

[3] “Durante il franchismo non ci furono iniziative di regionalizzazione di alcuni tipo” Un approfondimento in merito può essere trovato in http://es.wikipedia.org/wiki/Comunidad_autónoma

[4] Il 23 dicembre 1990 l’88,2% degli Sloveni vota a favore dell’indipendenza dalla Jugoslavia. Il 25 giugno 1991: proclamazione dell’indipendenza della Slovenia mediante gli appropriati passaggi legislativi. Il 27 giugno 1991 l’Esercito Popolare Yugoslavo invia le truppe per evitare la creazione di un nuovo Stato. Un breve conflitto fra Serbia e Slovenia abortisce quasi sul nascere (Guerra dei dieci giorni). L’8 luglio 1991, a seguito dell’accordo di Brioni, si stipula una tregua e l’esercito si ritira. Con tale accordo lo Stato jugoslavo riconosce l’indipendenza della Slovenia. Nel dicembre 1991 viene approvata la costituzione del nuovo Stato. Il 15 gennaio 1992 l’Unione Europea riconosce la Slovenia come Stato indipendente, ed il 22 maggio 1992 la Slovenia entra a far parte dell’ONU. Per approfondimenti si veda http://en.wikipedia.org/wiki/Slovenia e http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Slovenia

[5] Nel 1990 si tennero le prime elezioni libere vinte dall’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica – HDZ) guidata da Franjo Tuđman e finanziata in gran parte dalle tesorerie della NATO (…) Poco dopo la caduta di Vukovar (18 novembre 1991) – nonostante l’invito dei capi di stato della CEE a non procedere ad un riconoscimento separato – l’Islanda (per voce del suo ministro degli esteri Jón Baldvin Hannibalsson) e quindi Città del Vaticano, Austria e Germania procedono ad un riconoscimento unilaterale. Nel corso del 1992 la Croazia viene riconosciuta da gran parte degli Stati mondiali. Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Croazia

[6] Il 17 febbraio 2008 il Parlamento di Pristina, riunito in seduta straordinaria, ha approvato la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo letta dal premier Hashim Thaçi[33] e ha battezzato i suoi simboli nazionali: la bandiera e lo stemma. (…) Immediatamente dopo la proclamazione, il governo serbo si è affrettato a dichiarare illegittima tale affermazione,chiarendo che mai la riconoscerà. Lo stesso 17 febbraio il governo della Costa Rica è stato il primo paese a riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Il 18 febbraio sono arrivati gli importanti riconoscimenti da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Il 19 febbraio la Germania ed il 21 febbraio l’Italia. Per ulteriori approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Relazioni_internazionali_del_Kosovo.

[7] Il debito pubblico italiano è pari al 58% di tutto il debito pubblico a rischio tra i paesi dell’Unione Monetaria comunemente definiti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). Fonte Eurostat.

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